FIGLI DI IMMIGRATI :I GIOVANI ITALIANI NON ANCORA Riconosciuti come tali.

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*El harchaoui Mohammed

 

 

 

Ho riflettuto sugli ultimi avvenimenti riportati dai giornali riguardanti figli di immigrati; li chiamo così perché non esiste un’altra parola e neanche loro sanno come auto identificarsi. Da un lato hanno origini straniere da parte dei genitori, ma del Paese di origine ne sanno poco o niente; magari ci sono andati qualche volta in vacanza, lo hanno studiato o ne hanno parlato in casa, ma non sono cresciuti là.

Dall’altro lato questi ragazzi sono nati e cresciuti in Italia, partecipando pienamente alla vita sociale di questo Paese, apprendendone usi e costumi: i loro amici sono italiani, parlano e pensano come loro e quindi si sentono pienamente italiani, ma per l’anagrafe non lo sono, perché non hanno la cittadinanza. A molti questo può sembrare un dettaglio, ma questa è una forma di discriminazione e non riguarda poche persone; si parla di circa 850 mila giovani che sono italiani in tutto e per tutto, tranne che per l’anagrafe . Come si pretendere una piena integrazione dei ragazzi con origine straniera se devono attendere i 18 anni per poter avere la possibilità di chiedere la cittadinanza italiana?

Come possiamo educarli a stare lontani dalla delinquenza se per primi neghiamo loro un diritto fondamentale quale la cittadinanza del Paese dove sono nati e cresciuti?
Questo causa un vero e proprio disagio psicologico, perché sentirsi esclusi, ai margini della società, può condurre a comportamenti dettati da rabbia e odio, che possono essere violenza, criminalità e quanto altro.

Questa riflessione non vuole essere assolutamente una giustificazione per atti violenti e criminali; questo ho pensato quando ho letto gli articoli che parlavano delle violenze avvenute durante un raduno trap a Peschiera del Garda, ma non ho potuto fare a meno di riflettere sui titoli con i quali i giornali hanno raccontato l’accaduto.
“Uno scontro che, in ultima istanza, sfocia in rabbia e violenza, come quella avvenuta il 2 giugno sulle spiagge di Castelnuovo e Peschiera del Garda dove si sono riversati centinaia di ragazzi arrivati dalla Lombardia per un raduno trap chiamato “L’Africa a Peschiera”.

Questa citazione di titolo giornalistico rappresenta una realtà che sta venendo a galla e che non va né trascurata né sottovaluta ma affrontata in modo costruttivo.
Interroghiamoci sui motivi che hanno portato questi giovani ad identificarsi con questo slogan, ovvero l’”Africa a Peschiera”.

Cosa non ha funzionato, cosa è venuto a mancare?
Tornando a questo articolo, alcuni giovani giustificano i disordini e le violenze avvenute durante quei giorni con il fatto che si sentono esclusi dalla società.
È una spiegazione sufficiente? No. È giusto che i colpevoli di atti criminali vengano identificati e paghino per ciò che hanno commesso, ma questo non deve farci perdere l’occasione per riflettere.

Le autorità hanno aperto due fascicoli: uno per rissa aggravata e l’altro per violenza sessuale. Io aggiungerei un terzo fascicolo: indagare seriamente sulle cause sociali profonde di questo problema ed intervenire con proposte concrete. La sicurezza non è soltanto il poliziotto che deve segue i delinquenti; la sicurezza reale c’è sopratutto quando si indaga sulle cause che portano a certi comportamenti e ad intervenire là. In tutto questo devono essere coinvolti i genitori e le scuole, che sulla formazione dei ragazzi giocano un ruolo chiave. Facciamolo per questi giovani, che non devono essere etichettati come figli di immigrati; sono figli della società italiana e come tale lo stato deve prendersi le proprie risponsabilita. Qualora ci dovessero essere delle manifestazioni di massa, o episodi poco piacevoli i responsabili non sono solo questi giovani ma anche lo stato che non ha saputo o voluto avviare una vera politica d’integrazione.

*-Coordinatore giovani della federazione islamica della Toscana
*-Portavoce associazione islamica amici del valdarno.

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