Oltre l’inclusione: Abderrahmane Amajou a Italia Telegraph parla di cittadinanza, dignità ed empowerment

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Intervista a cura di Abdellah Mechnoune.

 

 

Nell’ambito del costante impegno della testata europea Italia Telegraph nel valorizzare le eccellenze marocchine nel mondo e nel metterne in luce il ruolo di leadership nelle società di accoglienza, abbiamo il piacere di ospitare Abderrahmane Amajou.

In perfetta linea con la nostra visione editoriale — volta a celebrare i profili che onorano il Regno del Marocco e influenzano positivamente i centri decisionali internazionali — questa intervista si propone di esplorare il percorso di una figura straordinariamente poliedrica. Presidente di ActionAid Italia, attivista per i diritti umani e ponte vivente tra le due sponde del Mediterraneo, Amajou incarna il successo di una diaspora capace di trasformare le sfide globali in opportunità concrete.

In questa conversazione esclusiva, approfondiremo la sua visione strategica su temi cruciali, spaziando dalle dinamiche della politica interna italiana fino alle grandi questioni nazionali del Marocco.

Entriamo ora nel cuore dell’intervista insieme al nostro illustre ospite, il signor Abderrahmane Amajou.

1. Come valuta l’attuale stato dell’associazionismo dei nuovi cittadini in Italia, in particolare quello marocchino? Crede che siamo passati da un associazionismo di assistenza a uno di reale incidenza politica?
L’associazionismo dei nuovi cittadini ha compiuto un percorso importante negli ultimi trent’anni. Le prime associazioni sono nate soprattutto per rispondere a bisogni immediati, spesso legati all’accesso ai servizi essenziali come pratiche amministrative, documentazione, orientamento burocratico, sostegno linguistico, supporto abitativo e mantenimento dei legami culturali con il Paese d’origine.
Oggi stiamo assistendo a una trasformazione significativa. Sempre più cittadini italiani con background marocchino siedono nei consigli comunali, nei sindacati, nelle organizzazioni nazionali e nelle fondazioni filantropiche. La sfida non è più soltanto “aiutare la comunità”, ma contribuire attivamente alla costruzione delle politiche pubbliche e al futuro del Paese.
Io invito i cittadini a non sentirsi ospiti ma di rimboccarsi le maniche sento il paese proprio e sentendo sulle proprie spalle la responsabilità di cittadini attivi che cercano il bene collettivo. Il bene comune.
Esistono organizzazioni che sono diventate veri e propri punti di riferimento per gli enti locali, grazie al loro ruolo nella cooperazione internazionale e nella costruzione di relazioni tra territori. Altre realtà, invece, partecipano ai tavoli istituzionali contribuendo alla definizione di politiche di inclusione più efficaci e innovative.
Tuttavia, questa transizione non è ancora compiuta. In Italia vivono oltre cinque milioni di cittadini stranieri e più di un milione di minori con background migratorio. La loro presenza nelle istituzioni e nei luoghi decisionali resta ancora inferiore al loro peso demografico e al contributo che offrono alla società.
Per questo è necessario investire nella formazione politica, nella leadership civica e nella costruzione di alleanze con il resto della società. Ma la partecipazione non si esaurisce nella politica. Esistono molti altri spazi in cui contribuire al cambiamento: il volontariato, il Terzo Settore, il mondo dell’impresa sociale, della cultura, nell’imprenditoria e nell’educazione.
Credo che la vera sfida si giochi soprattutto nei quartieri, nei luoghi della vita quotidiana, dove cittadini con storie diverse si incontrano e costruiscono relazioni. È lì che nasce la fiducia, si rafforza il senso di appartenenza e si generano le condizioni per un cambiamento reale e duraturo.


2. Lei ha organizzato incontri su identità e cultura all’interno dei luoghi di culto a Torino. Come possono le moschee trasformarsi in centri di elaborazione culturale e cittadinanza attiva?
La vera sfida oggi è rendere questi luoghi protagonisti del bene comune. A Torino, come in molte altre città, esistono quartieri che affrontano problemi complessi, il degrado urbano, povertà educativa, isolamento sociale e presenza di fenomeni criminali che limitano la libertà e la serenità dei residenti. Molto spesso proprio vicino ai luoghi di culto.
Dobbiamo avere il coraggio di dirlo chiaramente, non è accettabile che attorno ai luoghi di culto, così come attorno alle scuole, in corso Giulio e non solo, vi siano spazi occupati da attività illegali, spaccio o gruppi criminali che tengono in ostaggio interi quartieri. Famiglie che hanno difficoltà a lasciare un figlio scendere da solo per paura che qualcosa possa succedere, insomma, limitano la libertà e la serenità dei residenti. I marciapiedi e le piazze appartengono ai cittadini e devono tornare a essere luoghi di incontro, sicurezza e convivenza.
Queste discussioni di comunità possono avvenire dentro i luoghi di culto, devono diventare luoghi di riferimento per tutti i cittadini per dialogare sui problemi del quartiere e insieme trovare percorsi e soluzioni.
La mia convinzione nasce anche da esperienze dirette maturate in contesti diversi. Ho avuto l’opportunità di lavorare per tre mesi presso una sinagoga di Chicago, accompagnando la comunità in percorsi di sensibilizzazione sui temi climatici ma anche di creare comunità partecipe con le organizzazioni del quartiere. È stata un’esperienza che porto nel cuore e che mi ha insegnato molto sul ruolo che i luoghi di culto possono avere nella costruzione di comunità più consapevoli e responsabili.
La stessa cosa ho fatto con la comunità musulmana e quella cristiane nella Contea di DuPage. La vera sfida oggi è rendere questi luoghi protagonisti del bene comune.
Quando una comunità si prende cura del proprio quartiere, organizza iniziative civiche, dialoga con le istituzioni e promuove la partecipazione dei cittadini, contribuisce concretamente a contrastare il degrado e l’emarginazione.
La fede non può essere indifferente a ciò che accade fuori dalla porta del luogo di culto. Una comunità religiosa forte è una comunità che si prende cura anche dello spazio pubblico e della qualità della vita delle persone che la circondano.
3. Qual è la sua visione sulla gestione dell’Islam in Italia? C’è bisogno di un nuovo modello di governance?
Non faccio parte di organizzazioni religiose né delle strutture di governance dell’Islam in Italia, quindi non mi permetterei di indicare come debbano organizzarsi. So però che da anni molte associazioni, Imam e dirigenti comunitari stanno compiendo sforzi enormi per accompagnare la crescita delle comunità musulmane nel nostro Paese, spesso in un contesto non semplice.
Credo infatti che il clima pubblico non aiuti. La narrazione sull’Islam e sui musulmani è ancora troppo spesso condizionata da stereotipi, diffidenze e semplificazioni, alimentate talvolta dal dibattito politico, mediatico e istituzionale. Questo rende il lavoro delle comunità molto più complesso e per questo sento il dovere di ringraziare tutte le associazioni e i volontari che quotidianamente si impegnano per costruire dialogo, inclusione e coesione sociale.
Più che di governance, parlerei di rappresentanza e di capacità di autonarrazione. Una delle grandi sfide dell’Islam in Italia oggi è riuscire a raccontarsi con un linguaggio comprensibile alla società italiana, senza intermediari e senza lasciare che siano altri a definire cosa sia l’Islam o chi siano i musulmani.
Questo richiede una nuova generazione di leadership capace di muoversi con naturalezza tra diverse culture, di padroneggiare la lingua italiana, di conoscere le istituzioni e di dialogare con il resto della società e di lavorare in modo intenso nei territori. Non si tratta di sostituire qualcuno, ma di accompagnare un passaggio generazionale.
A volte il gesto più generoso che un leader può compiere è riconoscere quando è arrivato il momento di lasciare spazio ad altre persone che possano rappresentare la comunità con strumenti più adatti alle sfide del presente, affidare responsabilità a chi può interpretare il futuro.


4. Come valuta l’azione della diplomazia marocchina in Italia e quale ruolo vede per il CCME?
Non ho seguito in modo approfondito l’azione della diplomazia marocchina in Italia né i lavori del CCME. Tuttavia, per quanto posso osservare, emerge un forte impegno della diaspora marocchina nei progetti di sviluppo, nella cooperazione internazionale e negli investimenti.
A questo dinamismo, però, non sempre corrisponde un adeguato supporto da parte delle rappresentanze diplomatiche e consolari. Uno dei principali limiti risiede nella frequente rotazione dei consoli, che impedisce loro di radicarsi nei territori e di costruire relazioni solide e durature con le amministrazioni locali e con il tessuto associativo. Questo turnover continuo ostacola la possibilità di avviare un lavoro strutturato e sostenibile nel lungo periodo.
Inoltre, si riscontra una significativa eterogeneità negli approcci: alcuni consoli sono presenti e attivi sul territorio, altri si limitano a partecipazioni formali, come conferenze o eventi istituzionali, mentre altri ancora intervengono solo in occasione di visite di alto livello. Esistono però anche esempi virtuosi. Ho avuto modo di conoscere, ad esempio, Khalil Mohamed, un console che si distingueva per la sua presenza concreta e operativa, arrivando a collaborare direttamente con lo staff nei momenti di maggiore affluenza in consolato. Aveva inoltre sviluppato relazioni solide con il mondo associativo, dimostrando piena disponibilità nel facilitare il lavoro delle comunità sul territorio.
In prospettiva, ritengo fondamentale valorizzare le seconde e terze generazioni, in particolare coloro che nutrono interesse per la cooperazione internazionale e la diplomazia. Favorire il loro accesso a questi percorsi potrebbe generare un impatto positivo significativo. In particolare, la presenza di consoli cresciuti in Italia potrebbe contribuire a rafforzare il legame con le comunità locali e a migliorare l’efficacia dell’azione diplomatica.
5. In che modo la diaspora può fungere da ponte strategico per attrarre investimenti reciproci tra Italia e Marocco?
Le diaspore rappresentano uno degli strumenti più efficaci di diplomazia economica, perché chi vive tra due Paesi conosce entrambe le lingue, i mercati, le culture e i sistemi normativi. Questo permette di ridurre i costi di transazione e, soprattutto, di rafforzare la fiducia tra investitori, imprese e istituzioni.
Penso in particolare a settori strategici come le energie rinnovabili, l’idrogeno verde, l’agroalimentare, la logistica e l’innovazione tecnologica. Il Marocco sta investendo in modo significativo nella transizione energetica, mentre l’Italia dispone di competenze industriali e tecnologiche avanzate: in questo senso, la diaspora può svolgere un ruolo decisivo nel connettere queste opportunità e trasformarle in collaborazioni concrete.
In questo quadro si inserisce anche il progetto Tilila, che stiamo portando avanti come Codiasco insieme a Oxfam: un’iniziativa da un milione e mezzo di euro, finalizzata a sostenere la creazione di imprese guidate da donne nelle regioni di Marrakech e Chichaoua, colpite dal terremoto di qualche anno fa. In questo caso, il ruolo della diaspora dall’Italia sarà centrale non solo in termini di investimento, ma anche di solidarietà, accompagnamento e rafforzamento delle comunità locali.
6. Nel suo dialogo con i politici italiani, come presenta la questione del Sahara Marocchino?
Credo che la logica del divide et impera resti ancora oggi una delle strategie più efficaci per indebolire gli Stati, e in questo senso anche il Marocco non fa eccezione. Il Paese ha avuto il merito di resistere a diversi tentativi di ingerenza esterna e di divisione interna, mantenendo una propria coesione politica e istituzionale.
Allo stesso tempo, ritengo più discutibile la scelta di mantenere un profilo molto prudente rispetto a quanto sta accadendo a Gaza. In una fase così drammatica, sarebbe stato auspicabile un posizionamento più chiaro in nome della giustizia e del rispetto dei diritti del popolo palestinese, che dal 1948 vive una condizione di profonda sofferenza e conflitto irrisolto.
Se il riconoscimento del Sahara Occidentale come territorio marocchino da parte di alcuni attori internazionali è stato perseguito anche attraverso equilibri diplomatici complessi, incluso il rapporto con Israele, è legittimo interrogarsi sul costo politico e morale del silenzio su altre crisi umanitarie.
In questo quadro, anche l’adesione a iniziative come il cosiddetto Board of Peace promosso dall’amministrazione Trump appare una scelta controversa, la cui natura e legittimità sono oggetto di dibattito e che, a mio avviso, meriterebbe una riflessione critica più approfondita.
Oggi però bisogna andare oltre la contrapposizione e immaginare un futuro diverso. Apparteniamo a una generazione che non vuole più vedere i Paesi vicini come nemici permanenti. Pur non vivendo in Marocco e credo difficilmente possa tornare a viverci, molti sognano un Maghreb capace di costruire forme di cooperazione rafforzata, o persino una prospettiva federale tra Marocco, Algeria e Tunisia, in cui ogni Stato mantenga la propria sovranità e forma di governo, ma lavori per la libera circolazione delle persone, l’integrazione dei servizi e il rafforzamento reciproco, autostrade, ferrovie che colleghino i tre Stati.

Dal punto di vista economico, un’area di questo tipo avrebbe un potenziale enorme. Solo sommando i PIL di Marocco, Algeria e Tunisia si arriva a circa 481,3 miliardi di dollari nel 2024. Il Marocco da solo ha raggiunto 160,61 miliardi di dollari, l’Algeria 269,32 miliardi e la Tunisia 51,33 miliardi. Anche sul turismo il potenziale sarebbe enorme: il Marocco ha registrato 19,8 milioni di arrivi turistici nel 2025, mentre Tunisia e Algeria potrebbero beneficiare di una maggiore integrazione dei trasporti, dei visti e delle reti promozionali regionali.
In più, l’area dispone di risorse naturali strategiche: fosfati, energia, pesca, agroalimentare e un forte potenziale per le rinnovabili, con il Marocco già avanzato sulla transizione energetica. Per questo credo che il futuro del Maghreb debba essere pensato in termini di cooperazione, sviluppo condiviso e interdipendenza positiva, non di conflitto permanente.
Ma per questo, serve una nuova classe di leader politici che esca da quella dinamica di odio e antagonismo.

7. Lei ha partecipato alla Global Sumud Flotilla per Gaza. Come si può sostenere oggi la causa palestinese?
Ti propongo una versione più incisiva, strutturata e con maggiore forza retorica, senza perdere chiarezza:
La questione palestinese va affrontata attraverso il diritto internazionale e la tutela della dignità umana.
Sostenere il popolo palestinese significa pretendere il rispetto del diritto umanitario, la protezione dei civili, l’accesso pieno e senza ostacoli agli aiuti e una soluzione politica che garantisca sicurezza, libertà e autodeterminazione.
La solidarietà autentica non può essere selettiva, o vale per tutti, oppure perde ogni credibilità. Deve sempre mettere al centro la vita umana e il rispetto delle norme internazionali.
Oggi, dall’Europa, uno degli strumenti più coerenti con questi principi è quello delle sanzioni economiche contro chi viola sistematicamente il diritto internazionale. Non è più accettabile che tali misure vengano applicate in modo selettivo, a seconda degli equilibri geopolitici. Per la Russia, sono bastate poche ore per escluderla da ogni competizione culturale e sportiva oltre alle sanzioni economiche, nei confronti di Israele, tutto è fermo. Per complicità o peggio, per paura. Allora la domanda è, se hai paura di portare avanti dei principi nobili di giustizia, è il caso di chiedere e pretendere di guidare una nazione?
Parlo anche a partire da un’esperienza diretta: ho trascorso sei notti nelle celle israeliane nel deserto al confine con l’Egitto e ho visto da vicino un sistema di detenzione che solleva gravi interrogativi sul rispetto dei diritti fondamentali, tra restrizioni, abusi, torture, violente e trattamenti contrari al diritto internazionale.
Ma ciò che abbiamo vissuto noi resta comunque marginale rispetto alla sofferenza quotidiana di milioni di donne, uomini e bambini palestinesi.
È necessario tornare ad avere il coraggio di essere coerenti con i principi che l’Europa proclama, il rispetto del diritto internazionale non può essere selettivo, e la giustizia non può essere subordinata alla convenienza politica.
8. Come giudica le politiche dell’attuale governo sulla cittadinanza?
Credo che l’Italia stia accumulando un ritardo serio sul diritto di cittadinanza. Il tema è troppo spesso trattato in modo ideologico e polarizzato, mentre nella realtà riguarda milioni di ragazze e ragazzi che crescono nelle nostre scuole, parlano italiano, condividono gli stessi percorsi formativi e gli stessi sogni dei loro coetanei, ma continuano a essere considerati stranieri.
Nelle scuole italiane gli alunni con cittadinanza non italiana sono oltre 914 mila, pari all’11,2% del totale. Non si tratta quindi di una questione marginale, ma di una componente strutturale del sistema educativo e sociale del Paese.
Il punto è che l’Italia è anche uno dei Paesi più anziani d’Europa. Secondo le previsioni ISTAT, la popolazione con 65 anni e più è già oggi al 24,3% e potrebbe arrivare al 34,6% entro il 2050, mentre la popolazione in età attiva è destinata a ridursi in modo significativo. In questo scenario, continuare a usare la cittadinanza come terreno di propaganda significa ignorare una trasformazione demografica profonda.
La presenza straniera non è un costo da subire, ma una realtà già pienamente inserita nel funzionamento del Paese. Al 1° gennaio 2025 i cittadini stranieri residenti in Italia erano 5 milioni e 422 mila, pari al 9,2% della popolazione. E nel sistema INPS, nel 2024 risultavano 4.611.267 cittadini stranieri registrati, di cui 3.980.609 lavoratori attivi: un dato che mostra con chiarezza il loro ruolo strutturale nel mercato del lavoro e nel sostegno al sistema previdenziale.
Per questo è sempre più difficile giustificare la contrapposizione tra “italiani” e “nuovi italiani”. Molti di questi giovani non solo vivono qui, ma contribuiscono già oggi al benessere collettivo, anche attraverso il lavoro e i contributi che rendono possibile la tenuta del nostro welfare.
Il vero punto politico dovrebbe essere un altro: costruire politiche di cittadinanza, inclusione e pari opportunità all’altezza della trasformazione demografica che il Paese sta già vivendo, invece di inseguire narrazioni che non descrivono più la realtà.
9. Prevede una candidatura alle prossime elezioni?
In questo momento il mio impegno è concentrato soprattutto sull’attività civica e associativa.
Ritengo che la politica non coincida necessariamente con una candidatura: esistono molti modi per contribuire concretamente al cambiamento, attraverso le associazioni, le fondazioni, i movimenti civici e anche dentro le istituzioni.
In passato ho ricoperto un ruolo politico, quando sono stato eletto consigliere comunale per cinque anni. È stata un’esperienza che considero importante, perché la politica, quando viene esercitata con responsabilità e senso del dovere, resta una delle forme più alte di servizio alla cittadinanza, e può essere motivo di orgoglio e responsabilità.
Se un giorno dovessi fare una scelta diversa, sarà sempre sulla base dell’utilità che quella decisione potrà avere per la comunità e per il bene comune.

Per concludere, quale messaggio vorrebbe lanciare a tre pilastri fondamentali della nostra comunità

 1-Ai giovani nati o cresciuti qui: come possono trasformare la loro doppia appartenenza in una forza propulsiva?

Non arrendetevi alle difficoltà, anche quando tutto sembra andare storto. Portate tanta pazienza senza cercare scorciatoie e tenetevi lontani dall’illegalità, perché ciò che sembra facile oggi spesso diventa un vincolo domani.
Donate il vostro tempo agli altri. Fate volontariato, aiutate il prossimo, sono gesti che vi cambieranno per sempre. Abbiamo bisogno di giovani che scelgano la gentilezza come comportamento quotidiano tra di loro e verso gli altri.
Le nostre città conoscono già troppa violenza, bullismo, troppa distanza e troppa indifferenza.
La gentilezza può diventare uno stile di vita.
Consideratela una forma di forza, non di debolezza. Essere gentili non significa essere fragili ma significa costruire comunità più attente alla cura, che si ascolta e cresce.
E soprattutto, investite nell’istruzione. L’istruzione non è solo un titolo, è il primo vero strumento di libertà. Studiare significa avere più possibilità di scelta, più autonomia, più dignità nelle proprie decisioni.

2-Alle associazioni marocchine in particolare, e a quelle gestite da immigrati di altre nazionalità: perché è giunto il momento di passare dal semplice associazionismo sociale a un impegno politico attivo e alla partecipazione elettorale?

Alle associazioni voglio dire questo: nessuno si salva da solo. Le complessità delle nostre società richiedono interventi plurali, capaci di guardare ai problemi da prospettive diverse e complementari.
È importante che le associazioni tornino a ricostruire i rapporti anche con quelle realtà con cui, nel tempo, si sono creati distacchi o incomprensioni. Le differenze possono esistere, ma non devono trasformarsi in fratture permanenti.
Non possiamo permettere che astio o rivalità tra singoli si riflettano su intere comunità o organizzazioni. Le relazioni tra persone non devono diventare ostacoli al lavoro collettivo.
È il momento di tornare a sedersi attorno a un tavolo, con spirito di ascolto e responsabilità reciproca. Solo lavorando insieme si può essere davvero all’altezza delle sfide che abbiamo davanti.

3-Agli Imam delle moschee in Italia, e di Torino in particolare: quale ruolo devono avere nell’incoraggiare la cittadinanza attiva e il dialogo?”

Un consiglio che sento di dare alle comunità religiose è quello di uscire da una logica limitata al solo dialogo interreligioso, pur importante, per assumere piena consapevolezza del proprio ruolo nel territorio come soggetti civici attivi.
Le comunità religiose, infatti, non sono soltanto luoghi di fede, ma anche presìdi sociali con responsabilità concrete verso le città in cui operano. Questo significa contribuire in modo diretto all’affrontare le problematiche quotidiane dei quartieri: sanità, istruzione, sicurezza, viabilità, spazi pubblici.
Questi temi non appartengono esclusivamente alle istituzioni pubbliche, ma riguardano anche le comunità vive e organizzate del territorio, che possono e devono dare un contributo di idee, ascolto e proposta.
Nella mia esperienza come community organizer negli Stati Uniti, ho visto comunità religiose capaci di fare proprio questo: non solo riflessione e dialogo, ma anche azione concreta. Organizzavano incontri invitando rappresentanti della polizia, delle scuole, degli ospedali e delle amministrazioni locali, con l’obiettivo di trasformare principi di giustizia e responsabilità in soluzioni reali per la vita delle persone.

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