Brahim Baya a Italia Telegraph: Gaza, Islam e cittadinanza nel dibattito italiano

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Intervista a cura di Abdellah Mechnoune

 

Nel contesto del complesso dibattito europeo sulla guerra a Gaza, sulla libertà di espressione e sul ruolo delle comunità musulmane, il Dottor Brahim Baya rappresenta una delle voci più attive nel panorama dell’attivismo e del dibattito pubblico a Torino e in Italia. Attraverso la partecipazione a manifestazioni, interventi pubblici e l’uso dei canali social, il Dottor Baya affronta da anni temi centrali come i diritti del popolo palestinese, la cittadinanza, il pluralismo religioso e il contrasto all’islamofobia, suscitando consensi, critiche e un acceso confronto mediatico.

In questa intervista per Italia Telegraph, abbiamo scelto di affrontare direttamente e senza filtri alcune delle grandi questioni che interrogano oggi la società italiana ed europea. L’obiettivo è promuovere un confronto rigoroso, approfondito e aperto, capace di andare oltre la polarizzazione del dibattito pubblico per comprendere la visione, il percorso e le posizioni di un interlocutore spesso al centro dell’attenzione mediatica.

E ora entriamo nel vivo dell’intervista con il nostro ospite, il signor  Brahim Baya.

1. Quale esperienza personale, familiare e associativa ha formato il suo sguardo sui temi della giustizia sociale, dei diritti e della cittadinanza in Italia?

Sono nato in Marocco e sono arrivato in Italia a 11 anni con la famiglia per raggiungere mio padre, che lavorava qui da quando sono nato. La mia esperienza è quella di molte famiglie migranti: sacrifici, lavoro, adattamento, ma anche desiderio di dignità e partecipazione.

Sono cresciuto tra due mondi e questo mi ha insegnato molto presto cosa significhi sentirsi contemporaneamente parte di una società e, a volte, percepiti come esterni ad essa. Gli studi universitari in scienze politiche, il lavoro nel sociale, l’impegno associativo e il contatto quotidiano con famiglie, giovani e fragilità sociali hanno consolidato in me la convinzione che cittadinanza e coesione non si costruiscano attraverso la paura o l’assimilazione forzata, ma attraverso giustizia, partecipazione e riconoscimento reciproco.

2. Al di là delle cronache mediatiche e delle piazze, chi è oggi Brahim Baya e cosa la spinge a mantenere un profilo pubblico così esposto nel dibattito politico e sociale?

Sono prima di tutto un padre, una persona che lavora nel sociale e che da molti anni vive dentro le dinamiche concrete delle comunità, delle periferie e dei processi di integrazione.

Non cerco esposizione per gusto della polemica. Semplicemente penso che, in un tempo in cui molte persone hanno paura di parlare o si adeguano al clima dominante, sia importante che alcune voci provino a difendere spazi di libertà e di coscienza critica, anche quando questo comporta un prezzo personale da pagare.

3. Come risponde a chi ritiene che certe forme di attivismo rischino di aumentare la polarizzazione anziché favorire la coesione sociale?

Dipende da cosa intendiamo per polarizzazione. Oggi spesso viene definito “polarizzante” anche chi semplicemente denuncia ingiustizie evidenti o mette in discussione narrazioni dominanti.

Io credo che la vera minaccia alla coesione sociale non sia chi manifesta o prende parola, ma il silenzio di fronte alle ingiustizie, la disumanizzazione dell’altro e l’uso sistematico della paura come strumento politico.

Naturalmente il linguaggio va usato con responsabilità. Ma responsabilità non significa neutralizzare la coscienza morale.

4. Ha percepito negli ultimi anni un cambiamento nel modo in cui media e istituzioni guardano all’attivismo musulmano e pro-palestinese?

Credo che negli ultimi anni, soprattutto dopo il 7 ottobre, molte persone musulmane o solidali con la Palestina abbiano percepito un clima di sospetto crescente.

Detto questo, continuo a esprimermi pubblicamente nel rispetto della Costituzione, della legge e dei principi democratici. Certamente esiste una pressione mediatica e simbolica che può portare all’autocensura, soprattutto quando ogni parola rischia di essere estrapolata o reinterpretata in chiave securitaria.

Ma penso che la risposta non debba essere il silenzio, bensì una comunicazione ancora più lucida, rigorosa e consapevole.

5. Nel dibattito pubblico lei denuncia con forza le sofferenze subite dalla popolazione palestinese. Dal suo punto di vista, come si concilia la specificità politica di questa causa con un sentimento di empatia universale verso tutte le vittime civili dei conflitti?

Ogni vita umana ha valore. La sofferenza di un civile israeliano non vale meno di quella di un civile palestinese, così come nessuna vittima dovrebbe essere disumanizzata.

Allo stesso tempo, riconoscere l’universalità dell’empatia non significa cancellare il contesto storico e politico. La questione palestinese non è un conflitto simmetrico tra due realtà equivalenti: esiste una occupazione di insediamento quasi secolare, esiste una sproporzione di potere, esistono decenni di espropriazione, assedio e violazioni documentate del diritto internazionale.

Avere empatia universale non significa rinunciare all’analisi politica.

6. C’è chi descrive il forte attivismo sulla questione palestinese come uno strumento per accrescere la propria centralità all’interno delle comunità islamiche. Cosa risponde a questa lettura critica?

Rispondo che chi mi conosce sa bene che il mio impegno sulla Palestina e contro ogni tipo di discriminazione non nasce oggi e non nasce sicuramente per convenienza personale. Perché la mia “convenienza” personale e familiare starebbe nel non fare quello che faccio. Queste mie posizioni mi hanno fatto “perdere” relazioni istituzionali e opportunità lavorative.

La Palestina è diventata una questione morale globale che interpella milioni di persone, musulmane e non musulmane. Ridurre tutto a una ricerca di visibilità significa evitare il merito delle questioni poste.

Inoltre credo che nella società contemporanea ci sia una tendenza pericolosa a delegittimare ogni voce critica attribuendole automaticamente secondi fini.

7. La Presidente Meloni e altre cariche istituzionali hanno espresso preoccupazione per il clima e i messaggi veicolati in alcune manifestazioni pro-Gaza. Vive queste dichiarazioni come una pressione sulla libertà di espressione o come una legittima funzione dello Stato per la sicurezza?

La sicurezza è una funzione legittima dello Stato. Il problema nasce quando il concetto di sicurezza viene usato in modo selettivo o per comprimere il dissenso politico.

In una democrazia bisogna distinguere con chiarezza tra apologia della violenza e critica politica radicale. Confondere le due cose rischia di impoverire il dibattito democratico e di creare cittadini che si sentono autorizzati a parlare solo entro limiti ideologici molto stretti.

Io personalmente aborro ogni tipo di violenza nel contesto delle nostre società civili.

8. Ritiene di essere stato vittima di una narrazione mediatica distorta o pensa che i media abbiano semplicemente riportato la radicalità e la fermezza delle sue posizioni?

Penso che esistano entrambe le cose.

Le mie posizioni sono certamente ferme e nette su alcuni temi, soprattutto quando si parla di diritti umani e Palestina. Non ho mai nascosto questo.

Allo stesso tempo, ritengo che buona parte del sistema mediatico contemporaneo viva anche di semplificazione, polarizzazione e costruzione di figure simboliche facilmente attaccabili. In alcuni casi mi sono trovato rappresentato attraverso etichette riduttive o interpretazioni parziali molto lontane dalla complessità reale del mio pensiero e del mio percorso.

9. Lei è stato talvolta criticato per l’uso di concetti di matrice religiosa, come il termine Jihad, in contesti di rivendicazione politica. Non teme che questo linguaggio possa generare fraintendimenti o alimentare la diffidenza tra i cittadini non musulmani?

Comprendo il rischio di fraintendimento, soprattutto in Europa, dove alcuni termini islamici sono stati svuotati della loro complessità storica e associati quasi esclusivamente alla violenza.

Nella tradizione islamica il concetto di jihad è molto più ampio: riguarda anche lo sforzo etico, spirituale e morale dell’essere umano contro l’ingiustizia, contro il proprio egoismo e per il bene comune.

Ovviamente rigetto completamente le interpretazioni terroristiche o violente che alcuni gruppi contemporanei hanno associato a questo termine.

Proprio perché esiste un rischio di strumentalizzazione, ho sempre ritenuto importante spiegare i concetti e non lasciare che siano definiti solo dalla propaganda o dalla paura.

10. Spesso i media associano il suo nome a movimenti come Al Adl Wal Ihsan (Giustizia e Spiritualità). Dal suo punto di vista, come si integrano i riferimenti ideologici e spirituali di questo pensiero sviluppato da Abdessalam Yassine con i valori di uno Stato laico, democratico e pluralista come l’Italia?

Quando parliamo di Al Adl Wal Ihsan (Giustizia e Spiritualità) parliamo di una scuola di pensiero e di educazione spirituale nata in Marocco ma la cui sfera di influenza culturale e spirituale è per sua natura globale.

Il mio rapporto con questo pensiero è soprattutto culturale, spirituale e intellettuale.

Personalmente ho sempre ritenuto importante il contributo spirituale, etico e sociale del pensiero di Abdessalam Yassine, soprattutto sulla giustizia sociale, la dignità umana e la centralità della spiritualità nella vita contemporanea.

Questo non significa per nulla mettere in discussione i principi democratici o la laicità dello Stato italiano. La democrazia pluralista si fonda proprio sulla possibilità che cittadini con visioni religiose, laiche o filosofiche differenti partecipino allo spazio pubblico nel rispetto della legge comune.

11. Qual è, secondo lei, il confine tra la difesa di una scelta identitaria e religiosa come il velo e la necessità di contrastare eventuali pressioni culturali che limitano la libertà delle donne?

Il principio fondamentale deve essere la libertà della donna.

Questo significa opporsi sia alle imposizioni patriarcali interne alle comunità, sia alle imposizioni esterne che pretendono di liberare le donne vietando loro simboli religiosi o escludendole dallo spazio pubblico qualora facciano delle scelte di abbigliamento non conformiste.

Spesso il dibattito occidentale sul velo parla delle donne musulmane senza ascoltare realmente le donne musulmane.

12. Torino ha una realtà musulmana storica e radicata. Ritiene che le moschee locali stiano valorizzando appieno il loro potenziale di dialogo con la cittadinanza o avverte ancora il rischio di un isolamento identitario?

Penso che negli ultimi due decenni siano stati fatti passi importanti nel dialogo interreligioso e interculturale, ma esistano ancora limiti e difficoltà.

Molte moschee sono nate in condizioni precarie, spesso dentro contesti di marginalità e senza pieno riconoscimento istituzionale. Nonostante questo, hanno svolto un ruolo sociale fondamentale.

Credo però che oggi serva una nuova fase: maggiore ricambio nelle leadership delle comunità, maggiore apertura culturale, maggiore formazione, maggiore partecipazione civica e capacità di dialogare e attivarsi con l’intera società.

13. Molti giovani di seconda e terza generazione mostrano un forte legame con la propria identità religiosa. Si tratta di una reazione all’islamofobia e alla mancata inclusione o del naturale sviluppo di una cittadinanza pluralistica?

Entrambe le cose.

Da una parte esiste certamente una risposta a discriminazioni, esclusioni e sentimenti di non piena appartenenza. Dall’altra è normale che nuove generazioni cresciute in società pluralistiche sviluppino identità più consapevoli e articolate.

L’errore sarebbe leggere ogni espressione identitaria musulmana come una minaccia.

14. Come vede il futuro dell’Islam italiano? Quale ruolo concreto possono avere oggi i musulmani europei nel rafforzare la coesione democratica e sociale del Paese?

Vedo una presenza musulmana sempre più radicata, italiana, europea e consapevole di sé.

I musulmani europei possono contribuire molto: nel sociale, nella cultura, nel volontariato, nell’etica pubblica, nella costruzione di legami comunitari e nella difesa di una società più umana.

Ma questo richiede anche che l’Europa smetta di guardare l’Islam solo come una questione securitaria o emergenziale.

15. Qual è l’errore principale che l’Europa commette nel comprendere l’Islam, e quale invece l’errore che le comunità musulmane commettono nel rapporto con la società italiana?

L’Europa spesso guarda l’Islam attraverso la lente della paura, del terrorismo o dell’incompatibilità culturale.

Le comunità musulmane invece, a volte, hanno commesso l’errore opposto: chiudersi, comunicare poco, non investire abbastanza nella formazione culturale, nella partecipazione civica e nella costruzione di una narrazione autonoma e matura.

16. Crede che oggi un musulmano praticante in Italia possa fare politica attiva a viso aperto senza essere automaticamente etichettato o guardato con sospetto?

È possibile, ma è più difficile rispetto ad altri contesti identitari o religiosi.

Esiste ancora un riflesso culturale che tende a considerare la religiosità musulmana come qualcosa di potenzialmente problematico nello spazio pubblico.

Tuttavia credo che la risposta non sia nascondersi, ma partecipare con trasparenza, competenza e senso democratico.

17. Nonostante la forte presenza numerica, la rappresentanza politica dei cittadini di origine straniera nelle istituzioni rimane minima. Ritiene sia dovuto a barriere legislative o a una diffidenza e resistenza a entrare nei partiti tradizionali?

Entrambi i fattori incidono.

Esistono ostacoli strutturali, culturali e simbolici. Ma esiste anche una crisi generale della rappresentanza politica che coinvolge molti cittadini, non solo quelli di origine migratoria.

Inoltre molte seconde generazioni non vogliono essere presenti nelle istituzioni soltanto come “quote etniche”, ma come cittadini competenti e credibili a pieno titolo.

18. Hai mai valutato l’idea di una candidatura ufficiale alle elezioni per portare queste istanze nelle istituzioni, o ritiene che il suo ruolo debba rimanere esclusivamente quello di attivista sociale e di base?

Penso che il cambiamento abbia bisogno sia di istituzioni sia di società civile.

In questo momento continuo a considerare centrale il lavoro culturale, sociale e civico. Non è una prospettiva che considero oggi una priorità personale. Ma credo anche che nei prossimi anni sarà sempre più importante costruire nuove forme di partecipazione politica capaci di rappresentare davvero la complessità dell’Italia contemporanea.

La questione non è soltanto candidarsi o meno, ma quale visione di società si vuole costruire.

Ringraziamo il dott. Brahim Baya  per la disponibilità e per il tempo che ci ha dedicato in questa intervista.

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