L’Islam in Italia oltre i pregiudizi: Una riflessione a partire dal post del Dott. Youness Michaoui

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Abdellah Mechnoune
Giornalista e scrittore,
interessato a migrazioni,
questioni arabe e pensiero islamico.

 

 

Seguendo da vicino e con costante attenzione le complesse dinamiche legate all’immigrazione e alla presenza dell’Islam in Italia, mi sono recentemente imbattuto in una profonda riflessione pubblicata su Facebook dal Dott.Youness Michaoui. Le sue parole, lucide e incisive, hanno sollevato una questione fondamentale che merita di essere amplificata nel dibattito pubblico.

Ecco quanto scritto dal Dott.Youness Michaoui  nel suo post a facebook:

I musulmani non sono un problema di sicurezza pubblica né un peso per la società. Sono cittadini, lavoratori, imprenditori, professionisti e contribuenti che partecipano ogni giorno alla crescita del Paese. Anch’io sono musulmano, ho tra i redditi più alti del mio comune, contribuisco al benessere della comunità e produco ricchezza. La mia fede non mi rende meno italiano, meno cittadino o meno utile alla società. Il rispetto, la dignità e l’uguaglianza non devono dipendere dall’appartenenza religiosa di una persona. Sono principi che spettano a tutti.

Proprio prendendo spunto da queste considerazioni, nasce l’esigenza di sviluppare questa analisi, con l’obiettivo di fare chiarezza e smontare alcuni stereotipi ormai obsoleti che circondano la nostra società.

Nelle pieghe del dibattito contemporaneo, infatti, la narrazione che circonda le comunità musulmane in Italia soffre troppo spesso di una fastidiosa miopia. Si oscilla, con sconcertante facilità, tra la lente distorta della sicurezza pubblica e la retorica del “peso sociale”. Eppure, come evidenziato nettamente in questa testimonianza, se si solleva lo sguardo oltre i titoli sensazionalistici e le strumentalizzazioni politiche, la realtà fattuale racconta una storia radicalmente diversa: una storia scritta da milioni di individui che, giorno dopo giorno, contribuiscono in modo decisivo alla crescita, alla ricchezza e al futuro della Repubblica Italiana.

I musulmani in Italia non sono ospiti di passaggio, né spettatori passivi del benessere altrui. Sono cittadini, lavoratori, imprenditori, professionisti e contribuenti. Dai cantieri alle corsie degli ospedali, dalle cattedre scolastiche agli uffici delle grandi multinazionali, fino alle partite IVA di migliaia di micro-imprese che tengono vivi i centri storici e le periferie, la comunità islamica è organicamente integrata nella struttura produttiva del Paese. Produrre ricchezza, generare occupazione e adempiere ai doveri fiscali sono azioni quotidiane che smentiscono nei fatti qualsiasi accusa di assistenzialismo o di estraneità sociale.

La ricchezza economica generata da questa componente della società si traduce direttamente in welfare per tutti: finanzia le pensioni, sostiene la sanità pubblica, garantisce i servizi essenziali. Non esiste una distinzione monetaria o fiscale tra il contributo di un cittadino musulmano e quello di qualsiasi altro residente; le tasse versate hanno lo stesso identico valore e servono a edificare la medesima comunità nazionale. Esistono moltissimi professionisti e cittadini di fede musulmana che registrano redditi tra i più alti nei propri comuni, dimostrando che il merito e la produttività non hanno religione.

Un equivoco di fondo, duro a morire, pretende che l’adesione all’Islam sia intrinsecamente incompatibile con l’identità italiana o con i valori civili dell’Occidente. Si tratta di un errore logico e storico. La fede religiosa è una dimensione intima e spirituale che non mina in alcun modo lo status di cittadino o l’utilità sociale dell’individuo. Al contrario, per molti, i valori etici del proprio credo – la solidarietà, l’onestà nel lavoro, il rispetto per la famiglia e per il prossimo – diventano un forte stimolo per essere cittadini migliori, più responsabili e più attenti al bene comune.

Essere musulmani non rende nessuno “meno italiano” o meno utile alla società. L’italianità moderna si definisce attraverso la condivisione dello space pubblico, il rispetto delle leggi costituzionali e la partecipazione attiva alla vita comunitaria. Il rispetto, la dignità e l’uguaglianza non devono dipendere dall’appartenenza religiosa di una persona; sono principi universali che spettano di diritto a chiunque partecipi sinceramente al progresso della nazione.

È giunto il momento che le istituzioni e i media italiani compiano un salto di qualità culturale. Riconoscere l’importanza della comunità musulmana significa abbandonare la logica dell’emergenza permanente per abbracciare quella del pluralismo strutturale. Dignità e uguaglianza non possono essere concesse con il contagocce o misurate in base alla fede dichiarata; devono essere garantite a tutti, come sancito solennemente dall’Articolo 3 della Costituzione Italiana.

Inoltre, l’Articolo 19 della Carta costituzionale sancisce la libertà religiosa come un diritto inviolabile di tutti, garantendo la facoltà di professare liberamente la propria fede e di esercitarne il culto, sia in privato che in pubblico. Di conseguenza, la pratica religiosa dei cittadini musulmani non è una concessione temporanea, bensì un diritto protetto dalla Repubblica, che cammina di pari passo con i doveri civici e il rispetto delle leggi.

L’Italia del futuro ha un disperato bisogno di coesione sociale, di forze fresche e di menti brillanti per affrontare le sfide demografiche ed economiche che la attendono. Continuare a percepire una parte vitale della propria popolazione attraverso la lente del sospetto è un lusso che il Paese non può più permettersi. Valorizzare l’apporto dei cittadini musulmani è, prima di tutto, un atto di giustizia, di realismo e di lungimiranza strategica per il bene comune di tutta l’Italia.

 

 


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