Di Karima Moual
Avrei potuto tacere. Sarebbe stata la scelta più facile.
Negli anni ho condiviso idee, battaglie e percorsi con tante persone che militano nella sinistra italiana, molte delle quali ricoprono oggi anche ruoli importanti. Con loro condivido valori che considero irrinunciabili: la difesa dei diritti, la lotta contro ogni forma di discriminazione, la convinzione che una società più giusta si costruisca attraverso l’inclusione e non attraverso l’esclusione.
Proprio per questo credo che il confronto sincero sia un atto di rispetto, non di ostilità.
La sinistra italiana ha saputo rappresentare, più di altri, molte delle istanze delle persone con background migratorio e delle nuove generazioni. Ha difeso il principio dell’inclusione quando farlo era impopolare e ha dato voce a chi troppo spesso non ne aveva.
Ed è proprio per questo che, quando affronta una questione che tocca così profondamente una delle comunità straniere più numerose presenti in Italia, ha una responsabilità ancora maggiore: conoscere, ascoltare e comprendere.
Le recenti dichiarazioni della segretaria del Partito Democratico Elly Schlein sul Sahara marocchino, incentrate ancora sulla prospettiva del referendum di autodeterminazione, hanno provocato una dura reazione in una parte significativa della comunità marocchina in Italia. Associazioni e centri culturali hanno diffuso comunicati di protesta; è stata promossa una petizione indirizzata alla direzione del PD e sui social si è rapidamente diffuso un sentimento di profonda amarezza.
È una reazione che merita di essere ascoltata.
Per i marocchini il Sahara non è un dossier qualsiasi di politica estera. Tocca la storia nazionale, l’integrità territoriale e un sentimento di appartenenza che attraversa orientamenti politici e sensibilità differenti. Si può non condividere questa percezione, ma non la si può ignorare né liquidare come una reazione emotiva o nazionalista.
La presa di posizione di Schlein rappresenta, a mio avviso, un errore politico.
Non perché in democrazia non sia legittimo sostenere opinioni diverse da quella marocchina. E neppure perché il dibattito sul futuro del Sahara debba essere sottratto al confronto.
Il problema è che riproporre oggi una posizione incentrata esclusivamente sul referendum significa non misurarsi fino in fondo con l’evoluzione politica e diplomatica intervenuta negli ultimi anni. Significa continuare a leggere una controversia ancora aperta attraverso categorie sedimentate in un’altra fase storica, senza prendere pienamente in considerazione il nuovo quadro internazionale.
La Risoluzione 2797, approvata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 31 ottobre 2025, ha segnato da questo punto di vista un passaggio rilevante. Il Consiglio ha sostenuto il lavoro del segretario generale e del suo inviato personale per condurre negoziati assumendo come base la proposta marocchina di autonomia del 2007. Ha inoltre riconosciuto che un’autonomia autentica potrebbe rappresentare l’esito più praticabile, pur continuando a indicare come obiettivo una soluzione politica finale, giusta, duratura e reciprocamente accettabile, coerente con la Carta delle Nazioni Unite e capace di garantire l’autodeterminazione della popolazione del Sahara.
La risoluzione non ha riconosciuto formalmente la sovranità marocchina e non ha imposto unilateralmente il piano di Rabat. Ma ha certamente spostato il baricentro del processo politico. Continuare a parlare come se questo cambiamento non fosse avvenuto significa non restituire tutta la complessità del dossier.
Detto questo, trasformare questa vicenda in un processo pubblico contro Elly Schlein sarebbe altrettanto sbagliato e controproducente.
Perché il problema non nasce con lei e non riguarda soltanto il Partito Democratico.
La sua dichiarazione è il sintomo di una difficoltà molto più ampia della politica italiana, di destra e di sinistra, ad aggiornare la propria lettura del Sahara marocchino e a tradurre l’evoluzione internazionale in una posizione nazionale più chiara.
Negli ultimi anni diversi Paesi hanno compiuto passi significativi.
Nel dicembre 2020 gli Stati Uniti hanno riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara marocchino. La Spagna, nel 2022, ha definito la proposta di autonomia marocchina la base più seria, credibile e realistica per risolvere la controversia, pur continuando a richiamare il processo delle Nazioni Unite e una soluzione accettata dalle parti.
La Francia è andata ancora oltre: dal 2024 considera il presente e il futuro del Sahara nel quadro della sovranità marocchina e sostiene che l’autonomia sotto sovranità marocchina sia il quadro nel quale la questione debba essere risolta.
Nel giugno 2025 anche il Regno Unito ha definito la proposta di autonomia presentata da Rabat la base più credibile, praticabile e pragmatica per una soluzione duratura, mantenendo al contempo il riferimento a un accordo reciprocamente accettabile e al ruolo centrale dell’ONU.
Non sono posizioni perfettamente sovrapponibili. Gli Stati Uniti e la Francia hanno compiuto passi più avanzati sul riconoscimento della sovranità marocchina; Spagna e Regno Unito sostengono con forza il piano di autonomia ma continuano a collocarlo nel quadro di una soluzione negoziata.
L’Italia, invece, è rimasta in una posizione più prudente.
Il governo Meloni ha rafforzato il partenariato strategico con il Marocco, ha valorizzato gli sforzi seri e credibili compiuti da Rabat e ha richiamato la necessità di una soluzione politica realistica, pragmatica, duratura e fondata sul compromesso.
Non risulta però che l’Italia abbia riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara, né che abbia indicato ufficialmente il piano di autonomia come l’unica o la principale base della soluzione con la stessa chiarezza adottata da altri alleati occidentali.
Questa prudenza è legata anche alla necessità di preservare il rapporto strategico con l’Algeria, partner energetico fondamentale dell’Italia e principale sostenitore del Fronte Polisario.
È una cautela diplomatica necessaria dicono. Ma la prudenza non può diventare immobilismo, né può impedire alla politica italiana di prendere atto dei cambiamenti avvenuti nel Consiglio di sicurezza e nelle posizioni dei suoi principali partner.
Per questo non possiamo addossare alla sola segretaria del PD la responsabilità di un ritardo che è nazionale.
Il Partito Democratico è una comunità politica plurale, nella quale convivono culture e sensibilità differenti. È legittimo che al suo interno esistano posizioni diverse anche sul Sahara marocchino.
Ma il pluralismo non può diventare il rifugio di narrazioni mai sottoposte a verifica. Una sensibilità politica è legittima; meno legittimo è fondarla su ricostruzioni storiche cristallizzate, sulla rimozione degli sviluppi più recenti o sulla ripetizione automatica di una propaganda costruita in un contesto geopolitico ormai profondamente mutato.
Il confronto deve poter avvenire sui fatti.
E proprio qui anche il Marocco dovrebbe interrogarsi con sincerità.
Se il Sahara rappresenta una questione esistenziale per il Regno, com’è possibile che in Italia così poche persone conoscano davvero la posizione marocchina, la sua ricostruzione storica e il contenuto concreto della proposta di autonomia?
Perché il dibattito pubblico italiano continua a essere occupato prevalentemente da una sola narrazione, mentre quella marocchina fatica a raggiungere i partiti, i giornali, le università, le associazioni e la società civile?
Il Fronte Polisario e la rete di solidarietà che lo sostiene hanno lavorato per decenni sul territorio italiano. Hanno costruito relazioni con amministrazioni locali, partiti, organizzazioni umanitarie e associazioni. Hanno formato una rete di amministratori, attivisti e rappresentanti politici. Hanno seminato nel tempo la propria narrazione, comprese ricostruzioni storiche che il Marocco considera false o gravemente incomplete.
La risposta marocchina, almeno in Italia, è stata debole, senza un programma vero e proprio, discontinua e troppo spesso limitata alle relazioni istituzionali.
Ma la diplomazia non si esercita soltanto nei rapporti tra governi e ambasciate. È anche diplomazia pubblica: capacità di parlare alla società, spiegare le proprie ragioni, produrre conoscenza, coinvolgere studiosi e giornalisti, investire in think tank, costruire occasioni di confronto e rispondere nel merito alle narrazioni avversarie. Manca la contro narrazione sulle ragioni del Marocco e il suo Sahara indirizzate al pubblico italiano.
E dunque, non basta indignarsi quando un dirigente politico italiano assume una posizione favorevole al Polisario. Bisogna domandarsi quale lavoro sia stato fatto prima perché quella persona potesse conoscere anche le ragioni del Marocco.
Non basta rivolgersi ai marocchini, che quella posizione già la conoscono e in larga parte la condividono. Il lavoro deve essere rivolto innanzitutto agli italiani: alla politica, all’informazione, all’università, alle nuove generazioni e alla società civile.
È questo il vuoto che oggi emerge con maggiore evidenza.
Perciò non condivido chi sta trasformando questa vicenda in un’occasione per alimentare rabbia e ostilità personale contro Elly Schlein.
Ma non condivido neppure chi vorrebbe minimizzare le sue parole o liquidare la protesta dei marocchini come una manifestazione sproporzionata di nazionalismo.
Per una parte importante della comunità marocchina quell’errore non è piccolo. È enorme. Proprio per questo deve essere affrontato con serietà, senza insulti e senza scomuniche.
Sono convinta che un confronto aperto e documentato possa aiutare anche la segretaria del PD a comprendere perché le sue parole abbiano ferito così profondamente tanti cittadini marocchini e italo-marocchini e perché la realtà politica attuale non possa più essere letta attraverso la sola prospettiva degli anni Settanta.
La politica italiana deve studiare e aggiornare le proprie categorie.
Il governo deve chiarire se intenda restare ancora a lungo in una posizione più arretrata rispetto a quella assunta da molti partner internazionali.
Il Partito Democratico deve aprire un confronto plurale, senza trasformare una sensibilità storica in una verità sottratta alla verifica.
La diplomazia marocchina deve imparare a parlare non soltanto alle istituzioni, ma alla società italiana.
E la comunità marocchina in Italia può assumere un ruolo decisivo: non limitarsi all’indignazione, ma diventare un ponte capace di portare conoscenza, fatti e argomenti dentro il dibattito pubblico.
Non servono nuovi muri tra il Marocco e la sinistra italiana. Serve un dialogo finalmente adulto.
Un dialogo nel quale criticare un errore non significhi rompere un rapporto e ascoltare le ragioni del Marocco non significhi rinunciare ai propri valori.
È proprio perché quel rapporto conta che oggi non si può scegliere il silenzio.
Fonte dell’articolo::www.medpost.it






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