Ramadan e le preghiere di “Taraweeh”: tra la maestà del cantillato e lo smarrimento della calma (Tuma’nina)

italiatelegraph

 

 

 

Abdellah Mechnoune
Giornalista  residente in Italia. 
mondo arabo, immigrazione e Islam.

 

 

Con l’avvento del mese del Corano, le moschee e i centri islamici nelle terre d’emigrazione si rivestono di uno splendore speciale. Le loro fila si gremiscono di una moltitudine che ha percorso lunghe distanze, sopportando la fatica del digiuno e del lavoro in società dove il ritmo della vita non conosce sosta. Essi giungono in cerca di una serenità che manca nel fragore dei giorni, e con il desiderio di una sosta sincera davanti a Allah che cancelli le tracce di un intero anno.

Tuttavia, questi momenti promessi all’elevazione spirituale possono perdere il loro splendore quando la preghiera di Taraweeh si trasforma – in alcuni casi – in un’esecuzione formale priva di spirito di devozione e di perfezione. Qui sorge la domanda fondamentale: lo scopo del Qiyam (la veglia) è la moltitudine delle prostrazioni o la perfezione dell’atto?

La giurisprudenza della calma: l’anima della preghiera prima del numero

Poiché l’origine negli atti di culto è l’eccellenza (Ihsan) e non l’incremento numerico, il rigore e non la fretta. La preghiera del Qiyam, per la quale è stata promessa la remissione dei peccati, non è una mera successione meccanica di inchini e prostrazioni, bensì un culto fondato su pilastri e condizioni, in primis la calma (Tuma’nina).

La calma non è una forma estetica della preghiera, ma un pilastro essenziale; attraverso di essa le membra si stabilizzano, il corpo si placa e il cuore si face presente. L’inchino che non si stabilizza, la prostrazione che viene “rapita” freneticamente durante le Taraweeh, e l’atto di rialzarsi che non attende finché ogni parte del corpo torni al suo posto, non sono semplici sviste passatere, ma un difetto che tocca l’essenza stessa del culto.

Tra l’esortazione e la facilitazione

Uno dei fenomeni che ha assunto un carattere di obbligatorietà in alcune moschee è la parola quotidiana fissa prima della preghiera di Taraweeh. In linea di principio, il richiamo è legittimo e l’esortazione è richiesta, ma il problema risiede nel carattere di necessità e continuità, al punto da indurre a credere che sia parte integrante della شعيرة (rito) del Qiyam stessa.

Le persone in emigrazione giungono gravate dai pesi del lavoro, anelando a un momento di pace per restare soli con il loro Signore prima di iniziare le Taraweeh. La facilitazione (Taysir) e la considerazione delle circostanze sono finalità legali (Maqsad) riconosciute; pertanto, l’esortazione non deve trasformarsi in un elemento di pressione costante che affatica i fedeli.

La crisi dell’Imamato nelle terre d’emigrazione

Nella realtà delle moschee in Italia, la responsabilità dell’Imam emerge chiaramente. Ramadan è il mese del Corano, e le persone non frequentano le moschee se non per ascoltare la Parola di Allah cantillata come si conviene durante le Taraweeh.

Purtroppo, a volte guida la preghiera chi non padroneggia le regole della recitazione, giungendo talvolta a distorcere il significato. Al imama è un rango elevato; una lettura magistrale apre le porte alla meditazione e conferisce alle Taraweeh la loro anima. Al contrario, una lettura rapida e priva di cantillato appesantisce i fedeli, trasformando la veglia in una fatica fisica senza impatto spirituale.

La qualità prima del numero

Non importa completare il Corano nel minor tempo possibile, né ostinarsi su un numero specifico di prostrazioni trascurando la perfezione. Otto unità di preghiera eseguite con calma وخشوع (devozione), dove il Corano è recitato come si deve, hanno un impatto sui cuori superiore a venti unità di Taraweeh eseguite in fretta. Le Taraweeh equilibrate costruiscono un legame reale con la Rivelazione, mentre quelle rapide svuotano le anime.

Modelli luminosi e responsabilità costante

Tuttavia, la realtà non è priva di modelli luminosi in alcune moschee in Italia, dove le Taraweeh si trasformano in una vera esperienza di fede che attrae i cuori prima ancora dei corpi. Questi modelli confermano che l’eccellenza è il frutto di una volontà sincera e del rispetto per il rango dell’Imama.

Da qui, la responsabilità di scegliere l’Imam è un impegno solenne per i dirigenti delle moschee. Il fedele che sottrae tempo al suo scarso riposo per partecipare alle Taraweeh pone nelle vostre mani il suo cuore. Onorare questa fiducia significa offrire un clima di culto consono alla maestà del mese.

Conclusione

Ramadan non è una stagione per “espletare” preghiere, ma una scuola per apprendere la gioia della sosta davanti a Allah. Le Taraweeh eseguite in fretta non saranno quelle che ci salverà nel Giorno del Giudizio ( yawm alqiyama). Siano le nostre moschee in Italia fari di serenità, guidate dai veri custodi del Corano, affinché restituiscano alla Omma parte del suo spirito attraverso una recitazione devota e una calma fiduciosa.

O Allah, rendi la nostra preghiera e le nostre Taraweeh in questo mese benedetto una luce per i nostri occhi, e concedici la dolcezza dell’orazione e la pace dei corpi e dei cuori. O Allah, benedici i nostri Imam e guidali alla recitazione del Tuo Libro come Tu ami e gradisci. Rendi le nostre moschee fari di serenità e perfezione. O Allah, accetta da noi il poco, benedici la qualità e rendici tra coloro che vegliano il Ramadan con fede e speranza.

italiatelegraph


Potrebbe piacerti anche
Commenti
Le opinioni espresse nei commenti sono degli autori e non del italiatelegraph.
Commenti
Loading...