La proposta di legge anti moschee: sfumature negative

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Dr. Youssef Sbai

 

 

Ieri l’8 maggio, la Camera dei Deputati ha ratificato un progetto di legge volto a imporre restrizioni sulle istituzioni di culto musulmano sorte in contesti giudicati “non idonei”. Tale iniziativa legislativa, proposta dal capogruppo di Fratelli d’Italia, Tommaso Foti, si propone di prevenire la nascita di luoghi di culto islamico in strutture appartenenti al terzo settore. Se approvata anche in Senato, la legge porterebbe alla chiusura di centinaia di luoghi di culto nati in spazi come negozi, garage, capannoni e seminterrati. Se i luoghi di culto musulmano in Italia sono più di milleduecento, solo una decina di loro sono delle “vere” moschee. Che vuol dire che la costituzione di luoghi di culto musulmano in Italia è un problema strutturale.

Torniamo alla legge in questione. In primo luogo, la proposta sembra affrontare il problema in modo superficiale. Non offre soluzioni concrete all’impasse politico riguardante la costituzione di luoghi di culto musulmano. Basta pensare agli continui ostacoli imposti alla costruzione della moschea di Milano, dove i corpi consolari degli Stati a maggioranza musulmana, uomini di affari musulmani, professionisti, ricercatori e studenti, imprenditori e operai appartenenti (uomini, donne e famiglie) di religione musulmana si trovano ancora sprovvisti di una moschea costruita secondo i canoni dell’architettura sacra islamica.

In secondo luogo, la questione della libertà di culto è centrale. Se la politica ostacola la costruzione di nuove moschee e non consente di cambiare la destinazione d’uso di edifici esistenti, anche se rispettano i criteri urbanistici, dove pregheranno centinaia di migliaia di credenti musulmani? La proposta rischia di costringere i musulmani a praticare la loro religione in luoghi nascosti o in piccoli gruppi, aumentando il senso di emarginazione.
La destra italiana dovrebbe considerare attentamente l’impatto di questa legge. I musulmani non rinunceranno ai loro obblighi religiosi ( il digiuno del mese di Ramadan è un valido esempio). La scelta è tra la trasparenza e la segretezza. È nell’interesse della società italiana garantire che i cittadini possano professare la loro religione in modo aperto e sicuro. Ma, quali sono le soluzioni che propone la politica?

Inoltre, la costruzione di moschee trasparenti potrebbe contribuire alla sicurezza e alla coesione sociale. Inoltre, potrebbe essere un’opportunità per rafforzare le relazioni diplomatiche con gli stati a maggioranza musulmana. Non credo che la destra sarebbe interessata ad adottare il modello proposto dal governo cinese, che negli ultimi anni ha chiuso o demolito migliaia di moschee, come riportato da un’indagine condotta dall’organizzazione non governativa Human Rights Watch (HRW) ( https://www.ilpost.it/2023/11/22/cina-moschee-chiuse-demolite/).
Da ricordare che nel 2015 era stata approvata una legge regionale in Lombardia molto restrittiva sulla costituzione di nuovi luoghi di culto. In quel caso, si sarebbe dovuto procedere al blocco attraverso l’esclusione dei piani regolatori comunali. Nel 2016, la Corte Costituzionale aveva dato un parere negativo sulla legge, per poi dichiararla incostituzionale in via definitiva nel 2019.

In conclusione, la questione delle moschee in Italia e in Europa richiede un approccio più serio, responsabile e lungimirante. La libertà religiosa non dovrebbe essere solo un principio valido per alcuni e non per altri, ma, una realtà concreta per tutti i cittadini. La politica dovrebbe affrontare questa sfida strutturale con autenticità e visione di lungo termine. Altrimenti, rischiamo di vedere la libertà di culto per i musulmani italiani come un cartello attaccato nella cella di un detenuto. La Costituzione garantisce la libertà di culto, ma spetta alla politica assicurarci che sia rispettata nella pratica.

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