NEL NOME DI DIO “BISMILLAH”, SI FACCIA PRIMA DI TUTTO LA SOLIDARIETÀ

italiatelegraph

 

 

 

 

 

Domenico Bilotti*
Ahmed Berraou*

 

 

 

Le religioni sono spesso tirate in ballo quando la politica non decide o quando assume decisione sbagliate. Le religioni organizzate certamente ambiscono a esprimere e diffondere i loro valori, ma, guardate e lette con attenzione, alcune delle loro disposizioni originarie non hanno affatto il contenuto che tanti agitano con timore, antipatia oppure opportunismo. Nel loro succo essenziale, le religioni possono anzi offrire un contributo di promozione dei diritti e difesa della persona e della comunità, come le altre agenzie di formazione che lavorano e agiscono in uno spazio sociale. Non ci sono associazioni preferenziali: tutto dipende da quel che si crede e da quel che si fa.

Da questo punto di vista, l’Islam in Europa è tra le religioni che hanno subito la più vasta propaganda avversativa, senza meritarlo. Forze politiche spesso incapaci di garantire la protezione e la sicurezza pubblica che promettevano nelle campagne elettorali hanno esercitato il loro tiro al piattello contro i migranti, senza rendersi conto che nei flussi migratori ci sono speranze, sofferenze, angosce, difficoltà, voglia di fare, percorsi personali. Questi ultimi sono a volte legati espressamente alle convinzioni religiose. Ce lo dice in parte lo stesso conflitto russo-ucraino che tiene banco negli ultimi mesi: le chiese nazionali avrebbero potuto e dovuto avere un atteggiamento più cooperativo e indicare ai diversi governanti rotte migliori che il farsi la guerra, promuovendo una cultura di pace basata sul dialogo. Il dialogo non è la formula magica che si può usare quando non ci sono più idee; al contrario, il dialogo funziona quando le idee sono serie e gli impegni che si prendono ancora di più. Quando si parla di islamofobia alle nostre latitudini, e in particolar modo negli Stati economicamente più avanzati dell’Unione Europea, si indica un fenomeno sociale che nell’Islam somma paura del diverso, non conoscenza delle tradizioni altrui, difficoltà a prendere sul serio le emergenze civili del nostro tempo, che meriterebbero altri obiettivi e altri bersagli. Bisognerebbe parlare del diritto alla salute, che persino nella civilissima Europa con lo stato sociale più solido e dispendioso al mondo sconta diseguaglianze intollerabili. Dovremmo impegnarci più attivamente per l’educazione dei minori, il vero soggetto debole nelle crisi familiari, in quelle umanitarie, nei fenomeni di vessazione e violenza tra coetanei o sui social e non solo. Non possiamo dimenticare ancora la convivenza pacifica e l’accoglienza verso tante donne e tanti uomini che giungono nei nostri territori inseguiti dalle guerre civili, dalle persecuzioni religiose, etniche, politiche o di genere. Si dovrebbe lottare a favore di una programmazione a difesa dell’ambiente, per custodire un ecosistema costantemente preso a calci da interessi predatori, costruzioni e mentalità antiquate che pensano di saccheggiare la natura (il creato, direbbero i fedeli), convinti di potere sempre avere la meglio su tutto e derubando futuro, benessere, condizioni climatiche prospere. Sarebbe necessario mettere in agenda una burocrazia da riformare che trasforma gli interlocutori istituzionali in soggetti distanti e spesso anonimi. Insomma: chi ha tempo di preoccuparsi di comunità sostanzialmente pacifiche, alcune delle quali ormai da tempo integrate e pronte ad accettare le sfide di una mentalità allargata, coi suoi ritmi e con le sue esigenze, sceglie nemici pretestuosi perché non ha voglia di impegnarsi in prima persona per fare qualcosa di buono.

Lo abbiamo scritto in tante sedi e detto in tante iniziative. Il razzismo ci sembra una sconfitta: la vittoria ingannevole dell’egoismo, che si siede sull’identità per non vivere la diversità. Che alcune grandi realtà religiose abbiano ancora enormi problemi a costituire i loro luoghi di culto, a favorire la dignità di detenute e detenuti con guide spirituali del loro credo, a potere garantire sepolture idonee a tradizioni rispettose della dignità umana … ci sembra un limite grave che colpisce non pochi, ma tutti. Perché le libertà civili, quelle sociali, quelle politiche, sono legate solidalmente tra loro e tra loro legano tutte le persone che vogliono (e dovrebbero potere) esercitarle.

L’impegno dialogico tra musulmani, cristiani, credenze diverse tutte nello spazio pubblico, va avanti a dispetto di chi ha voluto negli anni mettere solo benzina sul fuoco: ci sono possibilità di recupero, interazione, condivisione di battaglie, ignote a tanti. Noi molto modestamente ci impegniamo a percorrerle senza pregiudizi. Sapendo che non ci è stato prescritto l’odio omicidiario, ma la salvezza nella fiducia e nell’alleanza.

*Domenico Bilotti (professore di Diritto Ecclesiastico e Storia del Diritto Canonico, UMG)
*Ahmed Berraou (Associazione culturale Daawa Odv, Cosenza – UCOII Calabria)

italiatelegraph


Potrebbe piacerti anche
Commenti
Le opinioni espresse nei commenti sono degli autori e non del italiatelegraph.
Commenti
Loading...