Domenico Bilotti*
Nel 2003 i musulmani italiani erano circa settecentomila, tra migranti, convertiti e cittadini italiani di nuova generazione provenienti da famiglie trasferitesi precedentemente. Quasi vent’anni dopo, secondo stime aggreganti invero difficili da prendere per certe, sarebbero triplicati. In una società complessa in cui il comune humus cattolico divideva al più i diversi livelli di appartenenza di fede (praticanti, credenti, non credenti battezzati), le migrazioni e la mobilità sociale e internazionale mostrano uno scenario più ricco, più articolato, più vario. Per utilizzare un linguaggio in realtà superato, si dovrebbe dire che i musulmani sono la più cospicua minoranza religiosa in Italia. Lo dimostrano la demografia, l’economia, il vissuto urbano ed extraurbano. Nella nostra regione il fenomeno ha una consistenza diversa che altrove – esistono regioni con una presenza superiore e altre con una presenza inferiore – ma non cambia il dato tendenziale: sono comunità, comunità dentro la veste complessiva di un mondo, di una civiltà, di un’attitudine. E, contemporaneamente, dello Stato, delle città, dei nostri quartieri. L’indifferenza, la paura o l’astio non hanno alcun effetto positivo. La cooperazione, la collaborazione, l’intesa strategica, le pratiche condivise, contano tanto e distribuiscono benessere e inclusione. Non sono mantra politici, è il frutto di una lettura di sistema che viene da chi vive sul campo.
In Italia sul capo dei musulmani, e invero di tutte le appartenenze religiose con gli stessi problemi, pendono due limiti legislativi gravi. È ancora vigente una legge sui “culti ammessi”, precostituzionale, del 1929; non c’è un’intesa con l’Islam italiano, con molti pretesti occorsi negli anni: la varietà delle associazioni, l’impossibilità di individuarne una, le rivalità tra spezzoni diversi. Problema fittizio. Associazioni numericamente più consistenti e legittimate esistono (basti pensare all’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia, e non solo) e anche quelle più tenui quantitativamente non avrebbero da temere da un quadro cooperativo più pluralista ed efficace. Per effetto di questi limiti, i fedeli musulmani hanno sovente problemi a potere ricevere per sé o familiari le esequie funebri e le sepolture loro proprie; hanno problemi a ricevere l’assistenza spirituale nelle comunità separate (dal carcere alle strutture di cura); conoscono nei diversi contesti locali difficoltà di vario grado nell’aprire ed edificare propri luoghi di culto. Quale monito può venire per la nostra terra? Il primo elemento è ovvio: funzionano meglio alcune esperienze circoscritte, finanche in piccoli borghi, che la risposta istituzionale spesso offerta dalle amministrazioni comunali più grandi.
Ed è altrettanto vero che gli ambiti che abbiamo ricordato, quelli che qualificano davvero la libertà anche nella sofferenza – l’esecuzione di pena o la malattia – per tutti e non solo per i cittadini, hanno una strategica rilevanza per l’interesse collettivo. Massimizzare la cura è un servizio universale e aiuterebbe anche a smussare le frequenti resistenze che talora le comunità chiuse accampano alla diagnostica, alle terapie ufficiali, alle questioni di salute tutte. Nelle carceri, nervo scoperto della nostra legalità costituzionale, il fondamentalismo può deflagrare proprio quando le condizioni di insofferenza facilitano la propaganda: “ministri di culto” adeguatamente formati e introdotti alle specificità penitenziarie italiane potrebbero avere un ruolo nei processi di deradicalizzazione, e non dello scontro. L’Islam, è vero, non ha ministri di culto in senso proprio, ma ha certo figure guidanti che possono avere un significato pure nell’applicazione del diritto statale. E con “deradicalizzazione” intendiamo l’universale imperativo umano di disinnescare, fare giustizia, agire la pace e non fomentare il livore. I musulmani di Calabria sono parte di questa bella partita. Sciagurato chi lo dimentica. Loro vogliono giocarla, noi con loro.
*[email protected]
Docente di Diritto e Religioni presso l’Università di Catanzaro
fonte:Il quotidiano della Calabria.






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