QUESTIONI DI GENERE: IL ‘CASO’ SAMAN FRA ANTROPOLOGIA E RELIGIONE

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di Paolo Branca

 

 

Le donne nelle tradizioni religiose

L’epoca moderna non ha comportato solamente progressi tecnico-scientifici, ma anche e forse soprattutto profondi cambiamenti in alcune priorità e gerarchie tipiche delle società tradizionali, quali le relazioni tra giovani e anziani, tra individuo e gruppo e particolarmente tra donna e uomo. Il rispetto e l’obbedienza verso gli adulti ha lasciato il posto a una valutazione più articolata e spesso critica riguardo a ogni funzione di potere, specie nelle sue possibili involuzioni autoritarie; l’autonomia e l’indipendenza del singolo nei confronti della famiglia e della società sono state fortemente enfatizzate; il ruolo subalterno delle donne ha infine visto una contestazione sistematica che ha reso la questione della parità tra i sessi una delle più difficili ma decisive conquiste, ancora in fieri, in vista di una nuova antropologia capace di emanciparsi da forme e strutture di marginalizzazione se non di discriminazione di almeno metà del genere umano.

Le religioni sono spesso ritenute le principali se non le sole responsabili di uno squilibrio secolare tra il genere maschile e quello femminile. Certamente non mancano gravi responsabilità da parte delle istituzioni religiose nell’aver favorito una lettura e una conseguente applicazione dei Testi sacri in senso misogino. Ma va anche tenuto conto che si è trattato di una ricezione di costumi atavici che sono ben più antichi delle religioni storiche e che affondano le proprie radici nelle stesse origini dell’umanità, nell’epoca in cui la supremazia del maschio corrispondeva probabilmente a una distinzione di ruoli e funzioni non molto diverse da quelle che ancora si possono osservare in molte specie animali. La pratica del «delitto d’onore», che nessuna religione in quanto tale prescrive ma che pure è ancora in uso presso molte popolazioni di diverso credo, riflette così un controllo della sessualità femminile tipicamente orientata a rassicurare i maschi sull’origine della prole e a evitare la possibile confusione dei lignaggi.

Detto questo, è tuttavia innegabile che forme di patriarcato hanno profondamente segnato quasi tutte le religioni, come del resto si evince facilmente dalla lettura della stessa Bibbia. Basterebbe ricordare il comandamento: «Non desiderare la moglie del tuo prossimo» che continua significativamente l’elenco così: «né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo» (Esodo 20,17). Ma neppure i primi cristiani erano immuni da una simile mentalità, dato che quando Gesù si espresse contro il ripudio dicendo: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così», i santi Apostoli ribatterono: «Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi» (Matteo 19,9-10). Le cose non sono sostanzialmente cambiate per molto tempo, tanto che un proverbio veneto non proprio medievale (e si badi bene, veneto e non siciliano) per definire il comportamento ideale della donna recita: «Che la piasa, che la tasa e che la staga in casa» («che sia piacente, che taccia e che rimanga in casa»). È evidente che la questione, più che sul piano religioso si colloca
su quello antropologico e culturale e che conserva la sua attualità a dispetto delle anche più ardite, ma spesso solo presunte, rotture coi modelli del passato: la cosiddetta liberazione sessuale ha certamente riconosciuto alle donne occidentali un maggiore e più autonomo controllo del proprio corpo, ma le tendenze della moda e molti comportamenti quotidiani continuano a obbedire a canoni che subordinano il valore femminile a criteri estetici dettati prevalentemente da uomini, convivendo contraddittoriamente con persistenti valutazioni che comunque ritengono atteggiamenti troppo disinvolti più deprecabili nelle ragazze piuttosto che nei giovanotti. Non siamo più, almeno nelle aree urbane, all’epoca – del resto non troppo remota – in cui una donna che fumasse per strada o entrasse da sola in un bar metteva a serio rischio la propria reputazione, ma i vincoli che legano la femminilità principalmente ai ruoli di moglie e di madre ostacolano ancora l’accesso di molte donne al lavoro, specie in alcuni ambiti e soprattutto nei ruoli più pubblici e prestigiosi. In ambito religioso ciò è ancor più vero: un prete fumatore che guida un’auto sportiva potrebbe essere considerato «moderno»… non altrettanto accadrebbe per una suora. Anzi, i tipici ambiti in cui le consacrate agiscono sono eminentemente quelli dell’assistenza agli anziani, ai malati e ai disabili, con qualche concessione all’ambito educativo, soprattutto della prima infanzia… ma assai poche giungono a ricoprire cariche dirigenziali.

Le tragiche condizioni delle vedove in talune culture orientali indicano quanto la problematica sia generale e non certo imputabile a una singola fede o cultura, ma va riconosciuto che nella percezione comune è l’islam prima di ogni altro «imputato» a guadagnarsi la supremazia nella classifica delle civiltà che segregano e reprimono la donna.

Il Corano non implica tuttavia alcuna distinzione ontologica tra maschio e femmina, né vi si afferma che Eva sia stata tratta da una costola di Adamo, ma anzi spesso doveri e meriti dei due sessi vi sono equiparati:

«Non manderò perduta una sola opera di voi che operate, siate maschi o siate femmine…» (3, 195).

«Chi opera il bene, sia egli maschio o femmina, purché credente, lo vivificheremo a vita dolce e li premieremo del premio loro, per le cose buone che avranno operato» (16, 97).

«In verità i dati a Dio e le date a Dio, i credenti e le credenti, i devoti e le devote, i sinceri e le sincere, i pazienti e le pazienti, gli umili e le umili, i donatori d’elemosine e le donatrici, i digiunanti e le digiunanti, i casti e le caste, gli oranti spesso e le oranti, a tutti Iddio ha preparato perdono e mercede immensa» (33, 35).

«Chi farà una cattiva azione non ne è compensato che del pari, ma coloro che fanno una buona azione, uomini e donne, e siano credenti, entreran nel Giardino e ivi provvidenza avranno, senza misura» (40, 40).

È stato anzi rilevato che in alcuni punti le disposizioni coraniche abbiano rappresentato un progresso rispetto alla situazione precedente nella quale si praticava addirittura l’infanticidio delle neonate (qualora fossero bocche da sfamare in eccesso e alle quali erano preferiti figli maschi) e non vi erano limiti agli abusi che spesso riducevano la donna a mera merce di scambio, priva di qualsiasi diritto o garanzia.

Non mancano tuttavia espressioni che riflettono la mentalità patriarcale del tempo: «Gli uomini sono preposti alle donne, perché Dio ha prescelto alcuni esseri sugli altri e perché essi donano dei loro beni per

mantenerle…» (4, 34) benché alcuni commentatori moderni abbiano inteso tale supremazia soprattutto come un atteggiamento di protezione e tutela. Lo stesso versetto, più oltre, ammette però anche metodi coercitivi verso le mogli insubordinate e le norme che stabiliscono metà della quota ereditaria alle figlie rispetto ai figli (o che valutano la testimonianza di una donna metà di quella di un uomo) rispecchiano inevitabilmente uno status giuridico diverso.

Meno discriminatoria di quel che potrebbe apparire a prima vista è invece l’ammissibilità della poligamia, non solo poiché fissata a un numero massimo di 4 mogli (mentre precedentemente non vi era invece limite) ma anche poiché chiaramente intesa quasi come dovere di solidarietà verso le vedove e gli orfani, condizione palesemente violata da una prassi successiva che ha consentito molti abusi. Anche la facilità con cui il marito può liberarsi della sposa mediante il ripudio (significativamente definita dal Profeta: «la più odiosa a Dio tra le cose lecite») trova nel Corano delle condizioni che pongono dei limiti all’arbitrio maschile: una donna ripudiata tre volte o con la formula solenne del triplice ripudio non potrà più tornare col marito se non dopo aver contratto altre nozze a loro volta conclusesi con una separazione. Per quanto distante dalla sensibilità odierna, tale deterrente non era di poco conto nel frenare troppo superficiali decisioni da parte degli uomini sposati.

Nella Sunna, o tradizione del Profeta e dei suoi Compagni, compaiono sia aneddoti che giustificano usi patriarcali, sia episodi più favorevoli al rispetto dell’autodeterminazione femminile.

Il caso del precetto del velo è, da questo punto di vista, emblematico. Il Corano non utilizza mai il termine hijàb come capo d’abbigliamento, anche se è innegabile che esorti le credenti e soprattutto le mogli del Profeta a un atteggiamento pudico e riservato. Nella Sunna, come spesso accade, le generiche esortazioni coraniche vengono dettagliate, ma anche in questo caso diverse tradizioni possono giustificare sia capi di vestiario che lascino scoperti solo il volto e le mani, sia forme di occultamento decisamente più pesanti.

Prassi e modernità

Nella pratica, anche col variare delle epoche e dei luoghi, si registrano le casistiche più varie. Nel passato non mancano casi addirittura eclatanti, come le donne musulmane delle Maldive che stavano a seno scoperto, come ricordano i famosi diari del viaggiatore maghrebino Ibn Battuta (XIV secolo): «Le donne, alle Maldive, non si coprono la testa: nemmeno la sovrana. Si pettinano raccogliendo i capelli tutti insieme da una parte e la maggior parte indossa solo un drappo che le copre dall’ombelico ai piedi, lasciando nudo il resto del corpo, e se ne vanno in giro così, al mercato e altrove! Quando fui nominato qadi (giudice) di queste isole feci di tutto per far cessare tale usanza e ordinai alle donne di vestirsi, ma fu invano.

Certo, nessuna donna era ammessa in mia presenza per risolvere qualche contenzioso se non aveva il corpo completamente coperto, ma non ottenni nulla in più di questo! Comunque alcune indossano, oltre al drappo, una camicia con le maniche corte e molto ampie. Del resto io avevo qualche ancella che si vestiva come le donne di Delhi, coprendosi la testa, ma lungi d’abbellirla questo abbigliamento la rendeva brutta, perché non c’era abituata».1
Attualmente i casi più discussi sono quelli del burqa

1 IBN BATTUTA, I viaggi, Einaudi, 2006, p. 638.

afghano, dello chador imposto alle iraniane e dell’interdizione per le donne saudite di uscire da sole, di viaggiare senza il permesso del marito e soprattutto di guidare l’automobile, recentemente modificate.

È evidente che nel suo complesso la Umma ha già espresso un consenso generalizzato che consente alle donne di vestirsi e di circolare con molta maggior libertà, ma ciò non toglie che alcuni regimi continuino a insistere su restrizioni simboliche che ne esprimerebbero una maggiore aderenza alla tradizione islamica, tra le quali spiccano quelle relative al comportamento femminile.

Ma la questione del velo va ben oltre questi casi limite. Negli ultimi decenni è molto aumentato il numero delle donne musulmane che lo indossano, prevalentemente nella forma di un semplice foulard, non di rado in tinta con scarpe e borsetta, di vari colori e talvolta decorato. Meno frequentemente esso si abbina invece a soprabiti che nascondono le forme del corpo o addirittura ad altri accessori che coprono parzialmente anche il volto e le mani.

Se in quest’ultimo caso ci troviamo di fronte a una interpretazione rigorista dei dettami sciaraitici da parte di donne fortemente ideologizzate o costrette, in generale non possiamo evitare di constatare la polivalenza dei significati che indossare il velo può esprimere.

Si tratta anzitutto di una scelta identitaria decisa e pubblica. Nei paesi islamici può rappresentare sia la vicinanza a movimenti islamisti, sia una forma di protesta verso l’occidentalizzazione dei costumi o più semplicemente l’orgoglio di un senso d’appartenenza, o di autonoma aderenza a dettami coranici (priva di implicazioni politiche), costumi locali, conflitto generazionale con madri svelate, modo di presentarsi come potenziali spose più accattivanti.

Qualcosa di simile vale anche per le immigrate, che talvolta rivendicano il diritto alla propria differenza in polemica con l’immagine del corpo femminile strumentalizzata dalle logiche del consumismo materialista.

Il ‘caso’ Saman

Non è purtroppo la prima volta che una ragazza di origine pakistana venga maltrattata o addirittura uccisa perché rifiuta di tornare al paese d’origine per sposare un uomo che magari non ha neppure mai conosciuto poiché a lui promessa fin dalla nascita dal padre o dalla famiglia.
E’ un uso locale che non ha nessuna base né nel Corano, né nella Sunna, come del resto la mutilazione genitale femminile praticata (anche dai cristiani ortodossi) in Egitto e fino al Corno d’Africa e che in altri paesi islamici, come il Marocco, non si sa neppure cosa sia.

Tutte le religioni, dalla lunga storia e dalla grande espansione geografica, hanno conosciuto cose simili: basti pensare all’albero di Natale o alle Uova di Pasqua, usi e costumi antichi interpretati e legati in base ai valori e alle feste cristiane ma senza alcun fondamento nella Bibbia o nei Vangeli.

Qui però la cosa è assai più seria e ha avuto talvolta conseguenze drammatiche, come però anche il ‘delitto d’onore’ di cui già abbiamo detto e praticato anche da cristiani orientali, mentre Gesù perdono l’adultera e impedì che fosse lapidata.
Anche il Corano non ha alcun versetto che condanni a morte chi commette adulterio, prevedendo solo una punizione fisica ma e solo se almeno 4 persone possono giurare di aver visto il peccato coi loro occhi.

E’ proprio il caso di dire e concludere che Dio è più misericordioso degli uomini, e che comunque questi ultimi sono spesso ignoranti rispetto alla loro stessa religione nella quale pretendono che vi siano prescrizioni che sono invece inesistenti. Un mondo sempre più interconnesso richiederebbe a tutti una formazione anche religiosa più approfondita, seria e matura, l’unica che può permetterci di non sbagliare strada e soprattutto di renderci migliori per noi stessi e per gli altri, inshallah!

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