Younis Tawfik
“E non uccidete voi stessi, sicuramente Allah sarà più misericordioso con voi.”
Corano, sura IV, v. 29
“Non vi sia costrizione nella Fede.”
Corano, sura II, v. 256
“Chiunque uccida un uomo, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità.”
Corano, sura V, v.32
Morire per una giusta causa potrebbe essere nobile, scioccante ma comunque accettabile. Abbandonare i dettami di Dio per agire in un modo tanto violento, questo non è raccomandato da nessuna fede.
Le tre religioni monoteiste contengono valori morali elevati e una vera salvezza per l’uomo, sempre se queste sono interpretate secondo il loro vero messaggio. Esse valorizzano la vita e vietano il suicidio. Un credente può avere dei dubbi sulla propria vita, lottare per distruggere gli idoli e combattere gli idolatri per affermare la fede; tuttavia queste azioni non rientrano nella psicologia nichilista degli jihadisti.
Infatti, i buoni credenti non possono convivere con il pensiero che crede nella “nullità della vita” e agire per distruggere.
A questo punto c’è da chiedersi: un fedele che crede in Dio, può essere un mostro distruttivo?
Si sa che le azioni kamikaze non sono invenzioni dell’Islam. Questi gesti erano nati per motivi legati al concetto del patriottismo esasperato; in questo caso il suicida, nella maggior parte dei casi, è persona integrata nella società, ha il consenso dei famigliari che ne comprendono l’operato e sa di poter contare sul fondamentale benestare da parte delle autorità e dello stato.
Le azioni dei suicidi jihadisti, appartenenti a organizzazioni terroristiche quali ad esempio al-Qaida, l’ISIS e il Fronte di al-Nusra, spesso sorprendono i loro stessi famigliari, tenuti all’oscuro della scelta dei militanti. Il gesto del suicidio in questo caso è solo irrazionale, e non sarà mai utile né a livello di dibattito politico, né nel confronto militare.
Il desiderio di annientarsi insieme a sconosciuti che lo circondano, di morire inutilmente, è palesemente lontano dal concetto religioso di sacrificio e di martirio.
E’ semplicistico pensare che l’attacco suicida nasca dall’unica convinzione che dopo la morte si vada in Paradiso. Convincere un jihadista a suicidarsi per andare nell’Eden celeste richiede un lavoro molto lungo, con un lavaggio del cervello paziente e faticoso. Esso richiede inoltre la rassicurazione della salvezza eterna e una sorta di salvacondotto giuridico e spirituale, che non tutti i dotti o le guide spirituali Sheykh della fede sono autorizzati a dare, in quanto in contraddizione con il divieto religioso di suicidarsi. E dunque che cosa che spinge queste persone a buttarsi nel fuoco? In che modo si può cercare di capire questa improvvisa diffusione di un’idea nichilista soprattutto presso le nuove generazioni di giovani musulmani o peggio ancora tra i convertiti all’Islam?
Si tratta di un comportamento proprio di nuova generazione anche perché tra gli anziani appartenenti di questi gruppi del terrore non ci sono stati potenziali suicidi. La generazione di Ben Laden, ad esempio, combatteva in battaglia, accettando l’ipotesi del martirio per la causa ma non prendeva in considerazione il suicidio, almeno fino al terribile attentato dell’11 settembre alle Twin Towers di New York.
In questo caso gli attentatori erano tutti giovani e tanti tra di loro erano studenti. Bin Laden, invece, aveva vissuto la sua vita fino alla fine. Aveva un progetto sociale da perseguire, una sua famiglia con cui stare, aveva moglie e tanti figli ed è morto anziano, malato in seguito a un conflitto a fuoco. Nemmeno il suo vice e successore, l’attuale capo di al-Qaida, il vecchio medico egiziano Ayman al-Zawahiri e altri capi sia di al-Qaida sia dell’ISIS, non si suicidano, ma mandano i giovani adepti verso una inutile morte.
Non si tratta soltanto di promesse di salvezza eterna, nemmeno di assicurarsi giardini eterni e tante huri, le bellissime fanciulle che popolano l’aldilà; si tratta di una nuova visione del concetto di morte che è radicata nel loro pensiero, ancor più terrificante se confrontata con il concetto della “non vita” presente.
I ragazzi della nuova generazione jihadista, visto il loro modo di pensare e la tipologia che caratterizza le loro azioni, non credono nella vita e nemmeno nei suoi valori. Nei loro occhi non traspare nessun sogno né speranza per il futuro. Essi vivono come se fossero zombi di passaggio sulla terra. Insomma loro vegetano nel vuoto della vita e cercano di riempirlo di droghe, donne e tanto sangue.
Si cercano sempre nuove interpretazioni dei discorsi di Ben Ladin, si riprendono le pagine scritte da Sayyid Qutb (1906–1966) e altri pensatori dell’epoca, si vanno a rileggere le fatwà di Ibn Taymiyya (1263–1328) e si scava nel testo sacro per alimentare la letteratura del suicidio.
Anche se nelle biblioteche si trovano testi del genere, questi non sono mai legati a una visione nichilista della vita, o almeno non dal punto di vista che dice: “la vita non merita di essere vissuta, è inutile, essa è soltanto un passaggio. Noi credenti puri ci aspettiamo quella vera, l’eterno Paradiso”.
Il sacrificio, nel pensiero islamico, è concepito come atto che si compie all’interno di una battaglia, non come progetto di morte: “combattete contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi.” (Corano 2, v. 190). E’ chiaro che questo “non eccesso” chiude ogni possibilità al suicidio e ai massacri che sovente si compiono durante le guerre.
E’ vero che con Sayyid Qutb il concetto del suicidio era cambiato. Egli era membro del gruppo dei Fratelli Musulmani; senza esserne né il teologo né tanto meno l’ideologo, i suoi scritti avevano attratto tanti giovani, anche tra i non appartenenti all’associazione. Dalla sua letteratura emerge una dura critica nei confronti della società islamica.
Secondo lui, è ormai troppo tardi per salvare questa società dalla decadenza. “Il dominio della laicità aveva soffocato il risveglio islamico”, scrisse, accusando apertamente tutte le società dell’epoca, persino quelle dichiaratamente islamiche, di essere appartenenti alla jahiliyya, l’epoca preislamica.
Questa interpretazione implica necessariamente l’accusa di apostasia rivolta ai capi delle società stesse. Un reato questo, secondo la shari‘a, il diritto islamico, che dovrebbe essere punito con la pena di morte, salvo poche eccezioni.
Per Sayyid Qutb la speranza in una salvezza era già morta e sepolta a causa della poca fede dei membri della società.
Non si tratta di difendere la comunità islamica contro l’abuso dell’Occidente, oppure difendere la causa del popolo palestinese anche perché questi gruppi di jihadisti-nichilisti sono molto più crudeli e fanatici di qualsiasi altro loro nemico. Dunque le altre cause non fanno parte del loro progetto.
Il jihadismo nichilista dell’ISIS
Vi è un profondo sentimento di “non appartenenza” e su questo pensiero si annida il nichilismo dei musulmani radicali di oggi. Esso non scaturisce a causa della loro unità di gruppo, o dalla loro lotta per il diritto a una patria, come per i palestinesi ad esempio, ma nasce da una psicologia aggressiva.
La loro non appartenenza si trova nelle cause socio-culturali che alimentano le azioni suicide. I jihadisti non combattono per il bene di un gruppo in particolare o per una organizzazione nel specifico e nemmeno per l’amore della propria terra.
Loro, come ormai è noto, sono i nomadi della jihad, e viaggiano in gruppi all’interno della geografia del mondo islamico. I soci dell’organizzazione detti muhàjirun, i combattenti immigrati che non sono originari del posto, ma provengono soprattutto dall’Europa e dagli Stati Uniti e sono sempre in aumento. Questi, per dimostrare la loro non appartenenza territoriale, hanno dato fuoco ai loro passaporti, appena il capo del governo britannico aveva dichiarato di un possibile ritiro del documento in possesso dei jihadisti del paese accusati di terrorismo.
Il loro percorso sociale è ristretto in tre passaggi essenziali: la nazione delle origini, il paese della nascita o della crescita e il territorio delle loro azioni.
In materia religiosa non sono necessariamente molto devoti.
Il potenziale jihadista, tra questi, potrebbe essere una persona semplice, potrebbe essere uno studente, oppure un impiegato; a volte si tratta di una persona con piccoli precedenti penali, che all’improvviso cambia condotta: diventa praticante e si isola. Per trovare una nuova identità egli va alla ricerca di simboli e di ideali diversi, nuovi che possibilmente riflettano i suoi pensieri più nascosti.
Il passaggio verso l’azione suicida diventa rapido. Le sue decisioni non dipendono da una maturità religiosa graduale, non sono il frutto di una crescita scientifica attraverso studi compiuti all’interno di un gruppo di ricerca, ad esempio nell’ambito universitario oppure nelle moschee accreditate o almeno nelle semplici scuole teologiche.
Quello dei jihadisti militanti è un Islam analfabeta e superficiale, appreso per traduzioni e interpretazioni errate. Loro sanno alcuni sure del Corano a memoria e seguono le pratiche religiose attraverso le imitazioni.
L’aspirante jihadista passa improvvisamente all’azione violenta all’interno di un gruppo di “compagni” che non si conoscevano prima; chiusi in se stessi, agiscono come un branco in continuo spostamento verso una meta ignota. Non operano mai per solidarietà verso una comunità locale oppure un popolo oppresso. Loro credono, come Sayyid Qutb, ad esempio, di essere gli unici puri in una società che ha abbandonato i valori religiosi e le eccellenze morali.
E’ diventata una caratteristica dei kamikaze della Qaida e più tardi anche dei membri dell’ISIS, registrare un video che documenta l’azione e possibilmente anche la morte in diretta del suicida, corredato da canti religiosi e a volte da immagini di giardini e cascate di acqua limpida, dove il futuro suicida viene ripreso con le sue armi e gli esplosivi, spesso anche sorridente. Il documento mediatico viene diffuso sulla rete internet e spesso viene supportato da un’ampia operazione propagandistica messa in atto dai simpatizzanti. Essi diventano un simbolo dell’eroe nichilista che si sacrifica in un atto spettacolare che dimostra il rifiuto della vita, non solo sua ma anche quella degli altri. Questo operato viene replicato da altri per imitazione.
Un aspirante jihadista-nichilista aderisce all’Islam ideologico soltanto per realizzare il grande passo: “compiere l’atto finale”.
La scelta di far parte di una grande organizzazione terroristica, come al-Qaida o l’ISIS, è dovuta al fatto che queste sono un marchio garantito e sono anche tra le formazioni integraliste più conosciute nel mercato del suicidio. Insomma, questi gruppi non sono altro che un’espressione di una specie di nichilismo generazionale che non si lascia intimorire dal divieto religioso.
Le loro azioni sono paragonabili a quelli di giovani studenti apparentemente tranquilli che passano improvvisamente a compiere un gesto sorprendente e incredibile. Agiscono con l’intenzione di uccidere il maggior numero di persone, magari all’interno della loro stessa scuola e alla fine si suicidano oppure si lasciano uccidere.
La differenza è che gli adepti di al-Qaida e dell’ISIS attribuiscono all’azione suicida compiuta un loro membro, un significato religioso e politico anche se la difesa della ’umma, comunità islamica, è soltanto un atto virtuale.
Si tratta, in effetti, dell’identico esibizionismo di quel gruppo di studenti omicidi, con lo stesso eroismo negativo, lo stesso odio seguito da un ribaltamento anti-sociale che sfocia in azione violenta.
Per capire la corrente salafita dobbiamo ipotizzare il confronto tra l’Islam politico, inteso come un Impero immaginario, e il fallimento della gestione dello Stato moderno in alcuni paesi arabi, che sono stati in grado soltanto di reprimere i loro cittadini. Nazioni incapaci di combattere contro i nemici esterni; per questo motivo i jihadisti li considerano come sistemi deboli e fallimentari.
Le organizzazioni terroristiche, generate dal salafismo, sono figlie di certi orizzonti chiusi, di una crisi sociale che dura da secoli, di decadenza morale e spirituale, culturale e persino estetica della società araba che continua dal quattordicesimo secolo fino ad oggi. Secondo la convinzione dei jihadisti soltanto il patrimonio del passato potrà riempire i vuoti e dare nuova linfa alla società.
Si tratta di una scuola di pensiero sunnita che prende il nome dal termine arabo salaf al-salih, ovvero i pii antenati, che si identificano nella generazione coeva al profeta e nelle due successive. Loro sono considerati dai salafiti come modelli esemplari di virtù religiosa.
I punti di riferimento nella storia dei movimenti salafiti sono tre: il primo è Ahmad ibn Hanbal (780-855), fondatore della scuola giuridica madhhab hanbalita, il secondo il teologo Ibn Taymiyya (1263-1328) e l’ultimo il predicatore saudita – il più integralista – Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhab (1703-1792).
Ibn Taymiyya apparteneva alla scuola hanbalita e credeva quindi nel ritorno all’Islam delle origini e alle sue fonti originarie, Corano e Sunna come base. È considerato un convinto sostenitore del jihad e della necessità di applicare le norme della shari‘a, tanto da diventare una figura di riferimento del cosiddetto Fondamentalismo islamico.
Ibn ‘Abd al-Wahhab invece, viene valutato da vari musulmani e studiosi come un importante riformatore, ma è anche criticato da molti altri. Era stato molto influenzato da Ibn Taymiyya e dai numerosi movimenti neo-hanbaliti. Dedicò tutta la sua esistenza al tentativo della purificazione della religione, affinché ci fosse un ritorno al messaggio iniziale dell’Islam, così come istituito dagli salaf, i puri antenati, ovvero i primissimi discepoli della religione islamica.
Sebbene il termine salafi sia ben attestato già nel periodo classico, essendo utilizzato da eminenti studiosi di Hadith, per qualificare come “ortodossa” la posizione teologica di autori precedenti al tredicesimo secolo, l’accezione moderna di questo termine fa riferimento, innanzitutto, a un movimento revivalistico sorto nella seconda metà del diciannovesimo secolo in Egitto, in reazione alla diffusione della cultura europea. Questa definizione del salafismo si riconduce, in particolare, ad autori come Muhammad Abdou (1849-1905) e Jamal al-Din al-Afghani (1838-1897), importanti intellettuali dell’Università di al-Azhar del Cairo.
Il termine salafismo è diventato nel tempo, tuttavia, abbastanza ambiguo, perché se inizialmente il movimento era decisamente aperto al confronto con l’Occidente non-musulmano, ora non lo è più.
Il fantasma dell’Impero
Tutto quanto che si conosce dell’Islam è nato nei tempi dei grandi imperi: quello omayyade (661-750), prima e in particolare durante l’epoca d’oro della dinastia abbaside (750-1258). In quel periodo fiorì la cultura, si perfezionò la grammatica della lingua araba, si attivò la traduzione e la ricerca scientifica, e le conquiste territoriali arrivarono al massimo della loro estensione. Era un vero impero che durò circa sette secoli. In quegli anni era stato redatto anche il hadith, i detti del profeta e la sua biografia sirah; era nato anche lo studio del fiqh, la scienza del diritto islamico e si formarono le scuole giuridiche.
In pochi secoli i musulmani iniziarono a vivere in un immenso impero che attingeva i suoi valori e la sua potenza dall’Islam. E’ vero che il testo coranico è precedente alla nascita dell’Impero, ma è anche vero che si tratta di un testo interpretativo che spesso va letto secondo le esigenze socio-politiche dello Stato Islamico e attraverso le sue tradizioni e il suo patrimonio culturale.
L’immaginario di questo impero è dominato dall’ossessione delle conquiste, l’espansione territoriale e il dominio, come del resto in tutte le storie degli imperi del passato.
Fin dall’inizio della sua storia, dai tempi del Profeta e i suoi quattro califfi successori, detti Raschidun, i ben guidati, l’Islam ha sempre vissuto un rapporto indissolubile tra religione e stato. Ancora oggi l’Islam è prigioniero di quel modello d’impero, e per uscirne è indispensabile una riforma che riveda il tutto e separi la fede da questa illusoria idea di stato islamico, oramai infattibile.
L’unico progetto politico moderno e abbastanza innovativo che poteva costituire una base per la modernizzazione del mondo arabo, era la nascita dell’ideologia pan-arabista e dello stato secolare. Esso propone un’acquisizione laica dell’Islam. La coraggiosa novità è che, da questi stati, l’Islam è visto come patrimonio culturale arabo e la fede diviene una scelta individuale.
Nel pensiero del presidente egiziano Gamal ‘Abd al-Nasser (1918-1970) e nell’ideologia del partito “Baath arabo socialista”, emergono idee che sembrano una resurrezione del concetto dell’impero, ma in una formula nuova composta nel motto: “Nazione araba unita avente un messaggio eterno”.
Spiegato dal fondatore del partito Baath, il cristiano Michel Aflaq (1910-1989), questo messaggio eterno sarebbe “l’insegnamento e la dottrina dell’Islam” ovvero la missione stessa del Profeta.
Molti aderenti della prima ora provenivano dal partito al-Istiqlal, l’indipendenza, un partito politico di un certo seguito che riuniva convinti assertori degli ideali panarabi e anti-britannici e che, in alcuni casi, avevano flirtato con l’Asse quando, nel corso della seconda guerra mondiale, era sembrato possibile scrollarsi il dominio del Regno Unito in conseguenza della vittoria della Germania Nazista e dell’Italia fascista.
L’idea, però, muore con la morte dello Stato sovrano, che in fondo si è dimostrato debole e inefficace. Le cause maggiori del suo fallimento sono state le repressioni dei propri cittadini, le guerre perse e i territori occupati da altri potenze locali come la sconfitta della guerra dei sei giorni nel 1967 contro lo stato di Israele.
Le guerre di questi sistemi, nati sull’idea del nazionalismo arabo, sono state una merce propagandistica per l’esterno mentre all’interno erano un vero disastro: grandi perdite umane, superiori al milione, e crollo disastroso dell’economia, come nel caso della lunga guerra Iran-Iraq che durò ben otto anni senza nessun esito. Una guerra genera un’altra e nemmeno due anni dopo Saddam inviò il suo esercito oltre i confini del Kuwait, facendo precipitare tutto il Medio Oriente nelle voragini dei conflitti inutili.
La fine delle guerre del Nazionalismo arabo, in gran parte perdenti, ha messo in moto movimenti bellici e ideologie estremiste, in parte esistenti già prima della nascita del panarabismo, ma presto si sono introdotti in organizzazioni e gruppi operanti nel campo del sociale come nel caso di Hezbollah in Libano, o di Hamas in Palestina.
In forme diverse hanno dato origine a un sotto governo o si sono addirittura sostituiti ad esso. Più tardi, dalle costole di partiti e associazioni religiose nascono gruppi armati e di matrice terroristica come nel caso di al-Qaida, ISIS e altri simili.
L’organizzazione che incarna meglio lo spettro dell’impero del passato e l’ossessionante ricordo del dominio dell’Islam su mezzo pianeta è al-Qaida. Essa è una formazione jihadista fantasma, diffusa in tutto il mondo, che non riconosce confini né stati sovrani, mentre i conflitti sono il suo principio prioritario.
Il jihad non è un atto che al-Qaida mette in azione, ma è un progetto nel quale essa si identifica. Al-Qaida non è l’Islam che lotta, ma è la lotta dell’Islam. Questo non significa che l’Islam è jihad, ma dalla condotta delle varie formazioni di al-Qaida risulta che nel jihad vi è l’Islam, o che la lotta suicida è il punto più sublime della fede.
Sempre, e a causa del fallimento del progetto imperiale arabo attraverso il panarabismo, si sta diffondendo il fantasma dell’impero rappresentato dal terrorismo di matrice islamica. Questo disegno non è riuscito né a vincere le guerre liberando dei territori occupati, né conquistandone altri, nemmeno conservando quelli che aveva sotto controllo come nel caso dell’Afghanistan. L’alternativa imperialistica attuale si trova nel progetto di al-Qaida che affascina i giovani e cresce nella mente dei jihadisti erranti.
Queste organizzazioni mirano alla rinascita dell’impero islamico attraverso il terrorismo. Questo ideale utopistico è insito nel pensiero dei jihadisti islamici.
Non si può ignorare la loro tendenza espansionistica, anche se non territoriale nel senso geografico, e questo si nota chiaramente dalla recente guerra ancora in corso in Iraq e in Siria. Questa volta l’ISIS è stata rapida nel prendere l’iniziativa distaccandosi prima dalla organizzazione madre al-Qaida per poi invadere il territorio iracheno.
Il senso della conquista, per loro, non consiste nello stabilirsi in uno stato; questa deve essere soltanto la prima tappa dell’espansione tamaddud jihadista. Il loro motto, infatti, è: baqiya perdura e tatamaddad si spande, inteso il loro Stato islamico.
E’ corretto definire l’ISIS come una forza machiavellica disposta ad usare ogni mezzo per realizzare i suoi progetti di dominio totale e indiscusso. La differenza tra essa e al-Qaida è che quest’ultima è una forza imperialistica di terzo livello.
Al-Qaida, infatti, non è più in grado di esercitare il suo fascino sui giovani: oramai è vista come un’organizzazione di soci anziani, statica e priva di progetti ambiziosi.
Da essa è nata la generazione di al-Zarqawi, fondatore dello Stato Islamico dell’Iraq nel 2004.
Proprio a causa della sua maggior visibilità, come spietato giovane leader della guerra contro i militari americani e il governo provvisorio dell’Iraq, l’essersi definito jihadista indipendente, la sua propensione verso azioni violente, fa ritenere che egli abbia avuto persino più potere all’interno del gruppo di Bin Laden stesso.
Il 21 ottobre 2004, al-Zarqawi a sorpresa annunciò ufficialmente la sua lealtà all’organizzazione di Bin Laden il quale, per riconoscenza, lo nominò come emiro ovvero comandante di al-Qaida in Iraq.
Zarqawi è considerato il vero fondatore del “Gruppo per l’Unità divina e per il jihad”, che più tardi diventerà lo “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”. Un raid americano mette fine, il 7 giugno 2006, alla vita del jihadista più pericoloso e inquietante, icona della crudeltà.
L’ISIS, seguendo una nuova strategia, si espande dominando le singole persone prima e della società dopo, imponendo norme molto dure, disciplinando i rapporti tra le persone secondo regole complesse e difficili da seguire: la proibizione della musica, del canto, della danza e del divertimento; L’imposizione del niqàb alle donne e il divieto di lavorare, il divieto del fumo, del taglio dei capelli e della barba e l’obbligo per i commercianti di chiudere i negozi durante l’orario delle preghiere.
La legge, spacciata per shari‘a islamica, deve essere imposta e la vita è disciplinata in modo che la comunità segua il capo e gli obbedisca.
Pretendere di fare la guerra contro i nemici della‘umma islamica, usando le stesse armi costruite dagli antagonisti senza ottenere un vero risultato, è di certo un’idea nichilista. Quella dell’ISIS, invece, è una lotta inutile, fatta allo scopo inesistente o irrealizzabile di ricreare il fantasma dell’Impero.
I simboli dei jihadisti sono rappresentati dal loro modo di vestirsi “all’afghana”, il loro odio esasperato, il loro linguaggio “arabo analfabeta o meglio definirlo come straniero” e lo stemma stampato sulla bandiera nera, ci mettono davanti ad un progetto per un sistema sociale talmente estremista da superare ogni altra forma di dittatura.
Lo stesso Islam militarizzato, sia nella forma qaidista sia in quella dell’ISIS, con tutti i suoi simboli, non costituiscono un modello E’ semplicemente un segno che dimostra l’impossibilità della formazione di un sistema unitario, in grado di mettere insieme tante bande di persone, nate da condizioni sociali, culturale e storicamente malate.
Lo spettro di un impero crollato circa mille anni fa non sarebbe mai in grado di nutrire la fantasia di un popolo con i suoi nuovi riferimenti; esso non produce arti, non offre nulla di esteticamente notevole come non suscita nuovi sentimenti.
L’ISIS, infatti, impone i suoi simboli fossilizzati usando la forza e il terrore. La politica del gruppo terroristico consiste nel sottomettere gli altri attraverso imposizioni come l’obbligo per gli uomini di lasciarsi crescere la barba, e impedire alle donne di portare i tacchi e gli abiti stretti e colorati. Terrorizzare per dominare, imponendo alle donne di portare il niqàb, il mantello nero integrale, intimare ai negozianti di chiudere i magazzini di abbigliamento moderno, proibire ogni forma di festeggiamenti e di divertimento.
Insomma, se questi simboli avessero la minima capacità di convincere le persone, non avrebbero avuto bisogno della forza terroristica per essere accettati dai popoli dominati. La loro violenza è una reazione che dimostra debolezza e insicurezza da trasformarsi in brutalità gratuita contro, soprattutto, i più deboli.
L’uso di un linguaggio analfabeta, prendendo a prestito la lingua araba fushà, ovvero quella coranica per farsi accettare, semplicemente significa un vero fallimento della loro simbologia.
Usare un linguaggio isolato e obsoleto, appartenuto a secoli passati, lontano dalla storia del pensiero umano e dalla cultura del mondo arabo, è una oppressione della stessa esperienza e non uno strumento che la potrebbe aiutare a vivere e crescere.
ISIS non è un progetto di una moralità sostitutiva, ma è un segno dell’annullamento del sistema. Il pensiero dei jihadisti, in generale, non contiene una etica umana, ma è anti etica in chiave di riforma. Secondo loro esistono ordini, imposizioni che devono essere eseguite, che in apparenza sono contenute nella shari‘ah, anche se la pretesa è discutibile, ma non è facile per il semplice cittadino rendersi conto della loro giustizia o valutare se essi contengono alcun valore.
Sembra che la società islamica sia assente e il fallimento dello stato nazionalista abbia impoverito la fantasia del cittadino, dimostrando una certa scarsità creativa nel campo dell’organizzazione sociale, della realizzazione di una vita dignitosa e di una società innovativa che accetti le varie esperienze umane.
Nella cultura araba contemporanea, il termine “creatività” ha un significato stretto, legato soltanto alla letteratura e all’arte, e non è in grado di allargarsi verso un possibile rinnovamento delle esperienze della vita umana, del lavoro inteso come produttività, dei sentimenti e del credo stesso.
A causa del vuoto creato dai fallimenti del presente, il passato ritorna, e tornerà sempre, se non si trovano soluzioni efficaci.
Il fantasma dell’impero continua a vivere, ancora oggi, nel linguaggio usato dai salafiti, nel fiqh, nell’istruzione e nell’ideologia politica e soprattutto nel tenebroso pensiero dei gruppi jihadisti. Per liberarsi ci vorrebbe una vera riforma del pensiero islamico tradizionalista. Occorrere liberare la mente dai fantasmi del passato: dal peso dello scheletro dell’Impero, dal fallimento del nazionalismo arabo, dal linguaggio artificioso e terrorizzante che spesso usano i predicatori dei canali satellitari, sui blog e in alcuni moschee, dall’Islam politico e di quanto ha prodotto di raggruppamenti deviati come al-Qaida, l’ISIS e la Fronte al-Nusra.
E’ vero che l’Islam, secoli fa aveva dato agli arabi una personalità e gli aveva affermati nella storia come un popolo attivo e creativo, ma questo peso del passato, oggi li sta schiacciando. Dunque, per sollevarsi ci vuole prima di tutto una coraggiosa ma globale e profonda autocritica. E’ necessario rivedere il rapporto individuale con la propria fede separandola dall’incubo dei simboli del passato.
I sogni sono spesso la realtà del futuro, quando sono nutriti di speranze.






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