(*) Sara Halmi
Alla luce dei terribili attentati che stanno coinvolgendo l’intera Europa mi sento di dover dire a nome di tutta la comunità musulmana: questo non è islam.
La scorsa settimana e in particolare ieri notte, la Francia e l’Austria hanno subito gravi minacce da parte di alcuni terroristi simpatizzanti dell’Isis. Quello che sta accadendo nel nostro continente ci tocca e ci invita alla riflessione rievocando paure e timori che forse avevamo scordato in questi momenti difficili dovuti alla pandemia che ha cambiato enormemente le nostre vite.
Ogni anno però la comunità islamica è chiamata a dare la sua opinione a riguardo perché il silenzio potrebbe essere interpretato come una forma di accettazione e di approvazione. A mio avviso, il silenzio non deve essere interpretato in questo modo: silenzio significa rispettare le vittime che hanno perso la vita per mano di folli estremisti. Come ho spiegato nel mio articolo “Perché non siamo in grado di comprendere l’Islam”, il concetto di molteplicità nell’interpretazione dei testi sacri aggiunto ad un povero background culturale può portare alla formazione di individui pericolosi per la società.
A questi problemi dobbiamo aggiungere il fatto che in Francia (ma anche in Belgio) molto spesso le comunità straniere si trovino a vivere in situazioni pressoché simili a dei ghetti, isolate del resto della società. In queste aree sono stati riscontrate cellule jihadiste preoccupanti, sviluppatesi ad esempio nella banlieue parigina dove vi è una maggiore concentrazione di criminalità e povertà.
Nella zona della banlieue défavorisée, (contrapposta alla banlieue del centro della capitale) vivono, ad esempio, molti immigrati e figli di immigrati provenienti dalle ex colonie francesi e, qui, il tasso di occupazione risulta molto basso. Inoltre, dobbiamo pensare che questi soggetti sono costantemente alla ricerca di un’identità che non riescono a ritrovare nel paese ospitante o nel paese in cui sono nati perché si crea un divario tra il mondo occidentale in cui vivono e il mondo islamico da cui provengono i loro genitori. Questa ricerca può portare all’avvicinamento ai movimenti estremisti e alla chiamata alla jihad in Siria. Uno degli attentatori di Vienna, è l’esempio di questo tipo di problematiche che l’Europa sta affrontando e dovrà affrontare in futuro. Fejzulai Kujtim era austriaco di origine macedone e aveva 20 anni. Era già stato condannato per aver tentato di unirsi all’Isis in Siria ma fu subito dopo rilasciato per la giovane età.
Oggi l’Europa deve rimanere unita soprattutto in un momento storico come questo in cui i terroristi approfittano della situazione di caos dovuta alla pandemia per mettere in atto queste crudeltà. Come sostiene Marco Di Liddo “Il fatto che giovani europei prima siano stati affascinati dalla figura di Bin Laden e dopo abbiano trovato addirittura un modello di riferimento nel Califfo al-Baghdadi, è sintomatico della crisi valoriale delle nostre società e, soprattutto della crisi dello stato sociale.” Per questo i paesi europei devono prendere in considerazione l’idea di mettere in dubbio il modello di integrazione nelle zone più isolate delle grandi metropoli e cercare di recuperare le comunità composte da generazioni più vulnerabili e in seria difficoltà economica.
(*) Dottoressa di “Lingue, culture e società dell’Asia e dell’Africa Mediterranea” alla Ca’ Foscari di Venezia in lingua araba ed ebraica ed iscritta al master “Culturas árabe y hebrea: al-Andalus y mundo árabe contemporáneo” nella cittá di Granada.






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