CI VUOLE (BEN ALTRO) CHE UN FIORE… PER ‘EMERGERE’

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Paolo Branca (*)

Lo chiameremo K. Sicuramente avete visto qualche suo simile, forse anche più spesso di quel che vi sareste augurati! Vendeva fiori, di notte, girando per bar e ristoranti. K. è stato anche altrove in Europa. E’ ancora giovane, quindi circa metà della sua vita l’ha trascorsa dalle nostre parti. Non che abbia visto molto, poiché di giorno dormiva ammassato con altri un due stanzette.

Manco l’italiano ha imparato decentemente. Occhi e capelli scuri, un bel sorriso sul volto mite… ma niente, soltanto un paio di gambe per camminare e un paio di braccia per portare i fiori. Di giorno congelato in casa… senza documenti meglio evitare le passeggiate non indispensabili. Eppure è già sposato, per procura, con una bella ragazza che si è rasferita a casa dei genitori di lui, anziani e malandati che sopravvivono a migliaia di chilometri di distanza grazie agli spiccioli che regolarmente gli invia. I soldi dei fiori. Fiori che non riceve dal suo paese. Li trova qui, chissà come.

Non ha contratto, non paga tasse, non le paga neppure chi gli dà i fiori, né chi percepisce l’affitto del dormitorio. Vittima della povertà e delle ingiustizie del posto che ha dovuo lasciare, di qualche connazionale meno ingenuo di lui, di una serie di indigeni senza scrupoli che forse vanno pure in chiesa e magari votano per la Lega. Vai a sapere… A lui ora importa solamente di restare qui ancora un paio di anni, poi avrà fatto il suo dovere verso la famiglia e potrà tornare laggù e cominciare finalmente a vivere. Non beve, non fuma, prega cinque volte al giorno, una ragazza la intravede solo quando riesce ad andare in moschea… da lontano, velata, non si può neppure rivolgerle una parola.

Con il covid-19, intanto, ha perso anche l’occupazione, ma ora ha sentito la parola magica ‘sanatoria’. Per fare il badante, però, il suo scarso italiano non basta, del resto perché mai avrebbe dovuto impararlo. Nel ‘giro’ si sa che bastano meno delle parole che saprebbe dire un robot per vender fiori e poi, vuoi vedere che se lo avesse imparato si sarebbe trovato qualcosa di meglio? Non che non ci abbia tentato, promesse vane ne ha avute un sacco, non sempre ‘gratuite’.

Nei campi porebbe tentare, ma la sua situazione è talmente irregolare che ci vorrebbe una ‘chiamata’. Facile no? Per uno che non sa nemmeno spiegarsi, che frequenta soltanto i suoi dai quali non è neppure troppo incoraggiato a uscire dall’inferno che conosce per gettarsi un uno forse peggiore. ‘Colpirne uno per educarne cento’ si osava dire negli anni ruggenti del ‘la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente’. Aiutarne uno per mostrare l’alternativa ad altre migliaia? Non dopodomani, neanche domani… adesso pls!

(*) Paolo Branca (Milano, 1957) è docente di Lingua e Letteratura Araba e di Islamistica presso l’Università Cattolica di Milano. Specializzato nelle problematiche del rapporto Islam-mondo moderno ha pubblicato Voci dell’Islam moderno: il pensiero arabo-musulmano fra rinnovamento e tradizione, Marietti, Genova 1991, Introduzione all’Islam, S. Paolo, Milano 1995, I musulmani, Il Mulino, Bologna 2000, Il Corano, Il Mulino, Bologna 2001, Yalla Italia! Le vere sfide dell’integrazione di arabi e musulmani nel nostro Paese, Edizioni Lavoro, Roma 2007 e, con Barbara de Poli e Patrizia Zanella, Il sorriso della Mezzaluna, Carocci, Roma 2011. Ha tradotto il romanzo del premio Nobel egiziano Nagib Mahfuz, Vicolo del Mortaio, Milano, Feltrinelli, 1989.

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