Stare dalla parte giusta della Storia: semplice eppure difficile La Resistenza non dipende dai regimi.
Di Sayyid Majid Emami, I.R.Iran
La Resistenza non è un concetto materiale e militare che può essere distrutto dalle bombe, dai missili, dal terrore o addirittura dal genocidio. Essa germoglia dal sentimento e dalla percezione dei popoli oppressi, usurpati, discriminati e sottomessi, e non è affatto prerogativa di uno Stato o di una Nazione in particolare. La sua geografia è globale e non è dominata da alcuna ideologia, dunque non può essere distinta in “buona” e “cattiva”, come invece sembra che ultimamente si possa fare con un “terrorismo buono” ed uno “cattivo”. La Resistenza è un sentimento profondo sperimentato dagli uomini e dalle donne del nostro tempo, e finanche quando l’abbandoniamo e la dimentichiamo tra i piaceri della vita quotidiana, essa continua ad esistere.
Guardando alla nascita della Resistenza, traspare chiaramente la sua valenza intergenerazionale. Molti combattenti palestinesi sono nati quando le grandi potenze tentarono di porre fine alla guerra arabo-israeliana con compromessi e la promessa di formare due Stati: proprio quando tre milioni di profughi stavano per essere dimenticati per sempre, i loro campi divennero scuole di libertà e patriottismo, e da quelle rovine sorse una nuova generazione di leader della Resistenza. In America Latina, Africa ed Europa dell’Est, nei paesi colonizzati prima della Seconda Guerra Mondiale e in seno ai movimenti anti-autoritari e anti-coloniali di tutto il mondo, il valore e il significato della Resistenza sono tornati nel senso comune dell’uomo moderno, e nella Rivoluzione iraniana del 1979 sono diventati un grido in un mondo senz’anima. Ebbene, oggi il fronte principale della Resistenza è la Palestina, condannata alla menzogna più sfacciata e all’oppressione più evidente della nostra epoca.
La guida della Repubblica Islamica dell’Iran, che in prima persona combatté contro la dittatura e trascorse numerosi anni in prigione ed esilio, non indica la Resistenza come un atteggiamento guerrafondaio o intransigente, bensì come l’unica via per raggiungere una pace stabile e duratura in un mondo in cui l’avidità, l’inganno, l’occupazione e le armi bandite esistono ancora. D’altronde, se un mondo libero dall’ingiustizia e dall’oppressione fosse realizzabile col solo schiocco delle dita, allora perché mai hanno avuto luogo le più grandi e terribili guerre della nostra storia, nonostante gli sforzi degli europei basati sulla scienza, la tecnologia e la saggezza? L’Europa stessa ha sperimentato l’occupazione, un’occupazione tale che non solo privò le persone del diritto alla cittadinanza e all’insediamento nelle proprie terre, ma perfino del loro diritto naturale alla vita.
Ci è possibile rimanere in silenzio di fronte all’occupazione, al colonialismo, all’oppressione e al saccheggio? La storia contemporanea del Medio Oriente può essere distorta e insegnata in modo incompleto nelle scuole, ma la dignità e il diritto alla vita non possono essere ignorati! La Resistenza è un fatto naturale, in quanto rappresenta l’ultimo garante dei diritti umani. Laddove regimi, organizzazioni, convenzioni e campagne internazionali falliscono nel raggiungere una pace sostenibile, la Resistenza è il modo più efficace e autentico per restituire agli oppressi e agli occupati una vita di felicità e pace. Ma perché questo fatto tanto ovvio appare così complicato e travisato?
Da quando esiste l’uomo, esistono gli oppressi ed esistono gli oppressori. E da quando esistono gli oppressori, l’umanità si è divisa in due parti: chi opprime in prima persona o sostiene gli oppressori, anche con il proprio silenzio e la propria indifferenza, e chi, invece, si schiera dalla parte degli oppressi. Dovunque nel mondo, in qualsiasi momento storico, l’uomo è rientrato in una di queste due categorie, ieri come oggi. Ma oggi, in un momento in cui gli oppressori compaiono incessantemente sugli schermi di tutti i televisori e i cellulari del mondo mentre compiono i loro crimini impunemente, la scelta sullo schieramento al quale aderire dovrebbe essere semplice, addirittura naturale. Eppure, mentre i massacri a Gaza continuano senza interruzioni, mentre in Libano muoiono donne e bambini, mentre intere famiglie muoiono di fame in Yemen, sono ancora in pochi a porsi in loro difesa per combattere gli oppressori.
La Resistenza ha avuto il coraggio di compiere questa eroica scelta, riconoscendo il proprio dovere umano. Non è stata certo di una scelta di convenienza, poiché il nemico è forte e spietato, cionondimeno è la sola scelta veramente umana che si potesse compiere. E questa scelta ha unito tra loro ideologie e posizioni diverse, accostando i sunniti agli sciiti, i duodecimani agli zaiditi, facendo di loro un unico e solido muro in difesa degli oppressi: le pietre che compongono questo muro sono diverse tra loro, ma insieme trovano saldezza e coraggio. Il Libano è diverso da Gaza, l’Iran è differente dalla Siria e l’Iraq non è lo Yemen, ma tra loro i membri della Resistenza hanno stabilito di rispettare queste diversità e di non imporre ad alcuno la propria posizione ideologica. La Siria di Bashar al-Assad, il cui territorio rappresentava un ponte geografico che univa i due estremi della Resistenza, era un elemento importante della lotta contro gli occupanti sionisti, dunque l’Iran – secondo la logica delle potenze occidentali – sarebbe potuto intervenire in sua difesa e contrastare l’avanzata dei tagliagole. Invece la Repubblica Islamica, non avendo ricevuto l’avallo da parte di Assad, il quale ne ha ignorato tutti i consigli, ha rispettato la sovranità della Siria, anche se questo significava andare contro i propri interessi. La Resistenza ha subìto un duro colpo con la perdita della Siria, ma la sua credibilità e la sua integrità sono rimaste intatte, anzi si sono rinvigorite. La Resistenza continuerà il suo dovere umano, ovvero la lotta contro l’oppressore, perché anche se la pietra della Siria è rotolata giù dal muro che difende gli oppressi, esso non è ancora crollato e non crollerà.
La resistenza è sia anti-colonialista che anti-tirannica, cionondimeno ogni mente razionale non potrà che confermare che finché esisteranno il colonialismo, l’imperialismo, le guerre e le occupazioni, non vi saranno tempo né energie per aprire un nuovo fronte contro la tirannia. Nell’esperienza politica dell’Iran, il popolo e i movimenti islamici e nazionali, pur dovendo sottostare alla tirannia dell’epoca Qajar, compresero come il pericolo impellente fosse piuttosto il colonialismo, e contro di esso volsero le armi. E se è certamente nostro dovere insorgere anche contro le tirannie – è infatti auspicabile in Siria l’instaurazione di un governo democratico basato sulla volontà della Nazione – il primo dovere della Resistenza resta quello di riconoscere e combattere il pericolo maggiore.
Sfortunatamente, con la caduta del precedente governo, parti significative del territorio siriano sono state occupate dal nemico, il quale aggiunge anche questo ai suoi innumerevoli crimini compiuti negli ultimi decenni. È speranza della Resistenza che il nuovo governo siriano, di augurabile matrice democratica, possa ripristinare la sovranità nazionale della Siria, giacché, proprio come in Palestina, chiunque si dimostri dimentico della sovranità nazionale non può che tradire la Nazione e la Storia stessa.
Basandosi su questa logica, la Resistenza non ha nulla di cui vergognarsi né disperarsi dinanzi alla società umana, non essendo essa incatenata ad alcun regime o Nazione, né limitata agli ordini globali esistenti. La Resistenza stessa è il nuovo ordine della nostra regione e del mondo, e finché esisterà l’oppressione, la Resistenza sarà viva.






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