DIALOGO RELIGIOSO E UMANO: UN CONVEGNO IN MAROCCO

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Il 26 maggio si è svolto online un convegno con questo titolo organizzato da Facoltà di lettere e scienze Umane : Dahr lmahraz- Fes e da altri Atenei marocchini. I relatori, oltre che locali, sono intervenuti anche dall’estero: Mali, Norvegia e Italia e Bahrayn.

Il tema, di grande attualità è stato trattato con ampiezza da tutti in base alle loro competenze ed esperienze e ha sottolineato l’importanza del dialogo interculturale, soprattutto nell’area del Mediterraneo che ha radici comuni.

Da parte italiana vi hanno partecipato la prof.ssa Francesca Corrao dell’Università Luiss di Roma, grande divulgatrice nella nostra lingua di opere poetiche e letterarie classiche e moderne della letteratura araba.
Di origine siciliana, non ha mancato di sottolineare i grandi influssi arabi nell’isola e in tutto lo Stivale.
Alleghiamo in italiano e arabo la relazione del prof. Paolo Branca dell’Università Cattolica di Milano.

Da ‘le figlie del Tempo’ alla ‘Risposta contro i secolaristi’, storia di un termine arabo attraverso i secoli

Paolo Branca

1. Introduzione

Il tempo, come lo spazio, sono le coordinate essenziali di ogni esistenza. Per quanto riguarda gli esseri umani, prima ancora dell’invenzione della scrittura, è nel linguaggio che si sono per così dire ‘cristallizzate’ alcune percezioni ed esperienze di entrambi. Per lo spazio, è evidente che anche gli animali ne hanno una consapevolezza che si evidenzia nei loro movimenti, e pure per il tempo, sia lineare che ciclico, non possiamo negare che lo avvertano: sanno valutare e approfittare del prima e del dopo, delle differenti velocità etc., così come gli accoppiamenti, le transumanze e le migrazioni sono invece legate all’alternarsi delle stagioni.
Quanto ad interrogarsi sull’inizio di tutto, di quel che avrebbe potuto precederlo e della fine dell’esistenza e di ciò che possa seguirla, non ci è dato di sapere se e cosa ne percepiscano.

Gli esseri umani hanno invece questa facoltà, inserita nel più ampio raggio delle domande che di fatto si sono posti e continuano a porsi, benché alcuni possano considerarle superflue, senza senso o prive di risposta.
Quel che non si può negare è però appunto la traccia che tali questioni hanno lasciato in ciò che è a noi più proprio, appunto il linguaggio. Che questo sia risolutivo è illusorio, come già notava Platone nel Fedro e ha poi dimostrato in modo eclatante J. Derrida con la sua ‘différance’. Ma, a pensarci bene, le lingue semitiche che evitano se non proibiscono talvolta di vocalizzare un testo scritto sono state in questo anticipatorie di qualche secolo, se non di millenni.

1.1. Dar ‘nome’ alle cose

Come sappiamo bene il linguaggio, inteso come sistema complesso e raffinato, è facoltà esclusivamente umana. Gli stessi Tesi Sacri di varie religioni del resto lo confermano fin dalle origini, anche se con variazioni significative ma sostanzialmente convergenti.
“L’uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi; ma per l’uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui” (Genesi, 2, 20).
La Bibbia, originariamente ebraica ma fatta propria anche dal cristianesimo, vede la parola addirittura come ‘creatrice’ e ne deriva quasi necessariamente non soltanto che ogni cosa esistente debba avere un nome, ma anche che ciò che non ha nome alla fine non può far parte dell’essere.

Anche il Corano condivide una concezione simile:

“E insegnò ad Adamo i nomi di tutte le cose” (2, 31)
Il Corano, dunque, enfatizza ancor più l’esclusività umana del dono del linguaggio: i nomi sono insegnati da Dio e non scelti da Adamo e quest’ultimo è il solo a conoscerli, addirittura ad esclusione degli stessi angeli: “quando il tuo Signore disse agli Angeli: “Ecco, io porrò sulla terra un Mio Vicario”, essi risposero: “Vuoi metter sulla terra chi vi porterà la corruzione e spargerè il sangue, mentre noi cantiamo le Tue lodi ed esaltiamo la Tua santità? ” Ma Egli disse: “Io so ciò che voi non sapete”. / Ed insegnò ad Adamo i nomi di tutte le cose, poi le presentò agli Angeli dicendo loro: “Or ditemi dunque i lor nomi, se siete sinceri”. / Ed essi risposero: “Sia gloria a Te! Noi non sappiamo altro che quel che Tu ci hai insegnato, poiché Tu sei il Saggio Sapiente”. / Ed Egli disse: “O Adamo, dì loro dunque i nomi di tutte queste cose!” E quando Adamo li ebbe edotti dei nomi, Iddio disse agli Angeli: “Non vi dissi che io conosco l’arcano dei cieli e della terra e so ciò che voi manifestate e ciò che celate in voi?” (Corano 2, 30-33)

Naturalmente, essendo assai remota l’origine del linguaggio, certe espressioni, anche se inconsapevolmente, racchiudono in sé una visione del mondo propria del momento in cui si sono formate, le quali possono talvolta essere anche molto distanti da concezioni nate posteriormente e che le hanno affiancate se non soppiantate. Resta l’influsso che permane nell’utilizzarle e che in parte ancora ci condiziona.

C’è qualcosa di paradossale e contraddittorio in tutto questo, ma cercare di risolvere il dilemma assumendo posizioni assolutistiche non aiuta. Prendiamo ad esempio il tema della libertà: ritenersi del tutto condizionati dal destino o semplicemente dalle esperienze pregresse e talvolta inconsce non è meno angosciante che credersi del tutto svincolati da esse. Non si tratta di scegliere una volta per tutte e definitivamente l’una o l’altra posizione. Persino elementi caratteriali possono indurre alcuni a ritenere che non ci sia mai abbastanza libertà ed altri invece a pensare che ce n’è sempre troppa. Entrambi si trovano comunque a fare i conti con istituzioni (dalla famiglia, alla scuola, agli ospedali etc.) che possono piacere o meno, e tutti usiamo un linguaggio istituzionalizzato che non abbiamo scelto e possiamo assai poco modificare, se vogliamo farci intendere. Il carattere paradossale e contraddittorio del linguaggio, di ciò che esso trasmette anche al di là della nostra consapevolezza e volontà, così come si può dire mutatis-mutandis di ogni altra realtà istituzionalizzata o normata, può essere riconosciuto e conosciuto, ma non risolto. Per questo motivo, più che di concezioni filosofiche o teologiche che pure meriterebbero altrettanti approfondimenti, anche per ragioni di spazio e di competenza ci concentreremo sulle tracce linguistiche di concezioni diverse se non opposte del Tempo/Destino, augurandoci di porre le basi per un confronto più ampio finalizzato a una maggior consapevolezza delle dimensioni e delle caratteristiche di ‘abissi’ con cui abbiamo a che fare e che sono proprie della nostra condizione umana, senza pretendere di sciogliere i nodi che la contraddistinguono, quanto piuttosto di osservarli e descriverli, se non altro come primo basilare contributo a ulteriori articolazioni e approfondimenti.
Come anche in altre lingue, in arabo antichi nomi propri riflettono la speranza e l’augurio di superare almeno per un po’ i limiti della natura e i rovesci della sorte: da ‘A’isha (colei che vive) ad Amàl (speranza), da Khàlid (eterno) a Sa’ìd (felice)…
Il detto latino nomen omen (pl. nomina sunt omina) del resto proclama che nel nome sia contenuto un presagio, un destino… anche se in altri casi erano caratteristiche fisiche a determinarlo.

1.2 Reciproca relatività dei nomi dello ‘spazio’

L’esempio più lampante, e non solo in arabo, è quello della terminologia legata allo spazio e alle sue ripartizioni: Yemen infatti è della stessa radice di yamìn (destra) mentre Shàm/shamàl (sinistra) indicano la zona siriana, evidentemente rispetto a un osservatore situato in Arabia centrale e rivolto a oriente (forse anche la denominazione Dextera Arabia o Arabia Felix dei romani può dipendere da questo). Del resto orientarsi, essere disorientati ed altre espressioni simili, anche in altre lingue, indicano che la direzione del sorgere del sole era il punto cardinale di riferimento fin dai tempi più remoti, ben prima che l’evoluzione dell’astronomia e l’invenzione della bussola lo sostituissero col nord. La ripartizione del mondo in destra/sinistra, anche con valori simbolici rispettivamente positivi e negativi, ha lasciato nel linguaggio espressioni ancora in uso come dritto/sinistro, tiro mancino, addestrare i sinistrati e via dicendo. Oggi chi usa preferibilmente la mano sinistra, fortunatamente non viene più corretto a forza, ma nonostante l’ingente e talvolta bizzarro sforzo di rendere espressioni comuni ‘politicamente corrette’ non sembra facile né probabile che la maggior parte di esse siano presto destinate a scomparire.

In una civiltà logocentrica e successivamente teocentrica come l’araba, tutto ciò ha ripercussioni di profonda incidenza e varie conseguenze, benché non si possa affermare che una determinata visione del mondo influisca sempre e nello stesso modo sulla terminologia spazio/temporale: anche restando alle sole lingue europee, ad esempio, l’affermazione del cristianesimo non ha influito ovunque sui nomi dei giorni della settimana o dei mesi rispetto al passato pagano.

Il presente studio si propone di indagare quali ‘fossili’ linguistici persistono nella lingua araba, prendendo come ipotesi che specie in questo ambito essa, anche dopo l’avvento delll’islam, possa essere una sorta di ponte fra l’accettazione dell’impermanenza propria delle religioni dell’estremo Oriente (legate a una visione ciclica del tempo) e il settore semitico e occidentale che predilige piuttosto la linea retta, tipica del mondo nomade in contrasto con quella di agricoltori sedentari.

Benché gli arabofoni, per la maggior parte, siano ormai stanziali e ‘moderni’, e nonostante l’islam sia più imparentato con le due religioni monoteistiche semitiche, profetiche e rivelate che lo hanno preceduto e con le quali esso stesso non nega legami di parentela se non di consequenzialità e dipendenza, per certi aspetti linguistici e mistici (come vedremo) esso ci appare come una sorta trait d’union fra Occidente, inteso come erede del mondo classico e successivamente giudeo-cristiano, e l’Oriente hindu, buddhista e taoista.

2. L’eterno confronto fra esseri umani e ‘limiti’

In generale il tema del limite, delle fortuite sventure o disgrazie sempre in agguato e della consapevolezza dell’inevitabilità della morte sono presenti a ogni latitudine e fin dalle epoche più remote. Di fronte a questa impermanenza finale, che però si anticipa in molti modi, l’atteggiamento è duplice: con le proprie opere, il suo stesso agire specialmente in varie condizioni che lo sfidano, l’essere umano non demorde e anzi proprio con la parola cerca di eternare ciò che sarebbe altrimenti destinato all’oblio, ma nello stesso tempo afferma proprio con essa l’ineluttabilità dei colpi del Fato fino all’inevitabile dissoluzione di ogni cosa come, già nei versi di Imru l-Qais, poeta pre-islamico
أرجّي من صروف الدّهر لينا ولم تغفل عن الصّمّ الهضاب

Metafora impiegata anche da altri autori come ‘Adi ibn Zayd (d. 587)
وخُطوبُ الدَّهرِ لا يَبقَى لَها
ولِمَا تَأتي بهِ صُمُّ الجِبال

Amr ibn Qami’a (d. 540) rimprovera le ‘figlie del Tempo’
رمتني بنات الدهر من حيث لا أرى فكيف بمن يرمى وليس برام

2. Una questione ‘religiosa’?

Dal punto di vista religioso, fin dalle epoche più remote e in varie parti del mondo sussistono molte analogie per quanto riguarda la personificazione di Tempo/Fato/Destino: sono in genere più di una e non sembrano figurare fra gli dei di massimo grado.

La primigenia (protogenos) greca Ananke, dea della necessità, insieme al compagno Chronos (Tempo) rompe l’uovo primordiale e divide cielo, terra e mare. Ha dunque anche il compito di ordinare il cosmo, cosa che non le impedisce ma anzi la rende capace anche di alterare o distruggere tale ordine. Sulle sorti umane hanno poi influenza Tykhe (Fortuna) e le tre Moire (corrispondenti alle Parche latine) ispirate alla tessitura: la prima fila, la seconda tesse, la terza recide. Sorge spontaneo il parallelo con le tre figlie di Allah: Allàt, al-‘Uzza e Manàt, anch’esse trio femminile, non legate alla tessitura ma che alludono coi loro nomi, specialmente la seconda e la terza, alla Forza e al Destino. La loro rilevanza è confermata dall’episodio dei versetti satanici, nei quali proprio un compromesso su un possibile culto da continuare a riservare loro per ottenerne l’intercessione sta alla base di un’ispirazione diabolica subito rettificata.

L’impossibilità di conciliare l’assoluto monoteismo islamico con ogni residuo di idolatria sarebbe anche alla base della depurazione di quasi ogni traccia di nomi di divinità pagane nel corpus della poesia araba antica, messa per iscritto soltanto dopo la ‘rivelazione’ del Corano.
Il gioco di rifiuto e accettazione varia a seconda delle personalità degli autori e della loro età…
L’influsso dell’ambiente desertico è evidente: dove il vento e la sabbia cancellano ogni cosa, anche le sepolture dei morti, mutano l’aspetto dei luoghi conosciuti e nulla sembra poter lasciare segno di sé, l’unica via per immortalare la memoria di persone e cose è affidarle ai versi che di bocca in bocca potranno persistere, anch’essi affidati alla labile memoria umana e alle inevitabili trasformazioni che ogni trasmissione orale necessariamente comporta.

Il venir meno di ciò che si ama si abbina alle incessanti e inevitabili trasformazioni della materia tendenti alla dispersione e al nulla: sulla precarietà del mondo c’è consonanza fra molte religioni, ma mentre quelle dell’Estremo Oriente predicano il distacco immediato (che ritroviamo, a modo loro, nei sufi) e ipotizzano un vuoto che non è però insensato (es. per il Tao il vuoto non è il nulla, ma il centro dei raggi della ruota del carro…) le religioni teiste e soprattutto monoteiste si trovano in una posizione differente.

Non soltanto il concetto di un Dio Unico e Onnipotente, ma anche considerarlo un’entità ‘personale’ (per quanto non interamente conoscibile) ha indotto col tempo a ritenerlo una sorta di Motore Immobile, causa prima (se non unica e diretta, come nell’atomismo) di ogni cosa. Per quanto possa essere ‘pacificante’ una fede simile specialmente davanti alle inevitabili disgrazie e all’evento della morte, in altri momenti e anche per preservare l’idea di Giustizia divina (magari relativizzandone l’Onnipotenza) sia i Testi Sacri sia il pensiero religioso hanno in vari modi rivalutato l’indipendenza del libero agire umano. L’angoscia di non conoscere il futuro (prossimo e remoto) che ci attende ha fatto fiorire ogni sorta di forme di divinazione fin nei temi più remoti, alcune delle quali persistono – nonostante siano riprovate se non esplicitamente proibite – anche dopo l’affermazione dei monoteismi, dove comunque la capacità di predire ciò che avverrà resta una delle prerogative dei profeti.

Concentrando in un solo Dio trascendente ogni potere e ponendosi in prospettiva di considerarlo oltre che l’origine e il fine di ogni cosa, addirittura l’unica realtà ‘autentica’ il perdurare del Fato e dei suoi simili rappresenterebbe un’inaccettabile dualità che l’hadith al-dahr huwa Allah (“Il tempo è Dio”) non risolve. “la tasubbu d-dahra fa-inna l-laha ta’ala huwa d-dahru” (Ibn Katir, Tafsir V, 295).

Riconducendo a Lui ogni cosa, quasi in una sorta di creazione continua (kulla yawm huwa fi sha’n, ogni giorno Egli è all’opera, Corano 55, 30), emergono infatti due problemi: quello dell’esistenza del male (può Iddio volere il male?) e quello del rapporto fra la sua Onnipotenza e la sua Giustizia (che prevederebbe una certa libertà umana indispensabile alla responsabilità e al giudizio, ma riducendone l’Onnipotenza).
E’ stata ipotizzata anche una suggestione proveniente dallo Zurvanismo, ma la questione è ancora aperta, benché sia suggestivo considerare come anche in una importante regione confinante proprio il concetto di Tempo abbia contribuito a smuovere le acque in una visione che prevedeva invece due principii opposti. Non soltanto i monoteismi avrebbero dunque avuto a che fare con la medesima problematica.

Quanto al tempo, sappiamo che ne coesistono due accezioni: quella ciclica (la sola che ci permette di misurarlo in base all’alternanza di giorno e notte, delle stagioni, della rotazione degli astri…) e quella lineare. Quest’ultima si è affermata soprattutto nelle tre religioni abramiche, e più nettamente nel cristianesimo e nell’islam, che parte dalla creazione e punta al giudizio finale e all’eternità

Nell’islam, in particolare, troviamo tuttavia atteggiamenti contrastanti in materia: se la ciclicità corrisponde anche all’invio di profeti che da Adamo in poi avrebbero rappresentato fasi se non tappe verso la rivelazione definitiva, allo stesso tempo fu abolito il mese intercalare che riportava periodicamente le ricorrenze religiose al ciclo cosmico, quasi a prevenire ogni sorta di coincidenza con precedenti culti astrali pagani. Altro aspetto che influenzò la visione lineare del tempo, ma che esula dal nostro interesse in questa sede, fu la stessa affermazione dell’islam su scala planetaria e in brevissimo tempo, dopo un periodo invece assai lungo in cui di fronte agli arabi altro non si prospettava che un apparentemente eterno riproporsi di cicli destinati, sembra proprio il caso di dirlo, ad affondare dell’oblio tra le sabbie della loro desertica prigione senza confini.

3. Tempo/Morte (al-dahr/al-mawt)

La più antica iscrizione araba finora ritrovata si collega al tema della sofferenza e della morte, di capitale importanza nella relazione fra esseri umani e il Tempo/Destino

fa-yaf’al là fadà wa-là athar
wa kàn in ybghinà al-mawt là abghuh
fa-kàna in aràda jurh là yuridnà
Lo fece (sacrificio/iscrizione) senza richiesta né per lasciare un segno
se la morte ci brama io (certo) non la voglio in pegno (non la bramo)
se una ferita vuol colpirci, non giunga al bersaglio
SEL 17 (2000) p. 113

il significato eminentemente apotropaico dell’epigrafe non dipende solo dal poco spazio a disposizione, gli fa eco infatti nei contenuti e nello stile il poeta Zuhayr nella sua qasida dove però dahr prende il posto di mawt di cui esso diviene metafora. Metafora assai efficace poiché se la morte, per quanto terribile e definitiva, è un momento della nostra esistenza e la sua fine, il tempo che infinitamente ogni cosa precede e tutto segue (dopo averne causato l’estinzione) riduce comparativamente ancor più il carattere effimero dei ‘giorni’ di chiunque rispetto all’attimo in cui la vita viene meno.

4. Sufismo o mistica islamica

Secondo Ibn ‘Arabi, per esempio, al Dahr si riferisce a Dio. Moltissimi sono i suoi versi in cui difende e loda al Dahr. Tra questi versi riporto i seguenti:

الليل لله لا لي والنهارُ معاً لأنه الدهرُ فانظر فيه واعتبر
A Dio appartiene la notte e non a me, così pure il giorno / poiché è Lui il Tempo (dahr) e io così lo considero
e dice:
إنَّ الإله بلا حدٍّ يُحَدِّدُنا مع الزمان لذا كان اسمه الدهرُ
Iddio è senza limiti, ma a noi li impone / perciò il Suo nome fu al-Dahr

5. Il tempo ‘passa’ ma ‘resta’

Ritroviamo il termine fino ai giorni nostri e pure in testi in prosa, come nel racconto ‘In treno’ di Muhammad Taymur:

ماسكاً مظلة أكل عليها الدهر وشرب
Teneva un ombrello consuno dal tempo (letteralmente: “che il dahr aveva mangiato e bevuto”)

comunque legato alle condizioni concrete che anche altrove hanno ispirato l’idea di una forza superiore persino agli dei, ma con l’islam e la redazione del Corano si compie il salto verso un destino scritto (maktùb), quindi se possibile ancor più deterministico.

Banàt al-dahr, di senso prevalentemente negativo, sembrerebbe possibile collegarle alle Parche e alle divinità femminili preislamiche in particolare Manàt, ma è anche possibile che si tratti di femminile per via delle cose plurali che producono: patimenti, guai, preoccupazioni, malattie… oltre al fatto che nascendo da donna è verosimile che donna sia anche la morte (in italiano, ma non in arabo né in tedesco, dove la ‘vecchia signora’ diventa il ‘nero cavaliere’…)
Contro l’influsso greco va però rilevata, prima e dopo l’islam, l’assenza di una sfida tra umani e Tempo/Dio che invece risalta in molti antichi miti (es. Prometeo) e permane sia nel Primo Testamento (v. Qohelet e Giobbe) sia nel Nuovo nello stesso dramma della morte di Cristo.

Conclusioni

Come abbiamo visto il termine dahr ha origini pagane e la sua ambiguità ne ha permesso sempre un uso polisemico. Nonostante l’Islam abbia cercato di comprenderlo e utilizzarlo all’interno della sua visione e i sufi in particolare ne abbiano approfittato, restano possibili sue varie accezioni. La diversità di esse emerge particolarmente nei periodi di trasformazione culturale e di contatto con altre tradizioni religiose. Così se al tempo di al-Jahiz, il confronto con la civiltà greca e persiana li ha indotti a usare dahriyya con un significato negativo simile a kàfir (miscredente) o addirittura a zindìq (eretico), mille anni dopo, a causa degli influssi occidentali nei paesi islamici, al-Afghani giungerà a redigere la sua celebre risàla al-Radd ‘alà al-dahriyyin. Non a caso in essa i dahriyyun sono paragonati brevemente a correnti del pensiero greco tardo-antico come ad esempio i cinici, ma l’attenzione principale è riservata ai ‘naturalisti’ cui vengono fatti risalire in particolare i darwinisti e altre correnti anche politiche come i socialisti, tutte teorie che non prevedono l’esistenza di Dio o se ne dichiarano indifferenti o contrarie.

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