STATO ISLAMISTA DI MOSUL

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*Younis Tawfik 

 

 

Erano passati appena due anni dalla mia ultima visita alla regione di Ninive, che nel letto del fiume Tigri sognava un cielo stellato, ma oggi pare sia arresa al suo oscuro destino. Proprio come ai tempi della devastante invasione mongola, si trova investita dalla furia della violenza dell’ISIS e dei suoi fantasmi assassini.

Lunedì 9 giugno 2014 il governatore di Nineve, Atheel al-Nujaifi, che soltanto un anno prima visitò il Piemonte per dare inizio a un gemellaggio tra Torino e Mosul e far partire scambi commerciali, culturali e industriali tra le due Regioni, aveva invitato gli abitanti del capoluogo a resistere agli attacchi dei gruppi terroristici con un messaggio televisivo.
Nella notte il governatore fuggì poco prima che i suoi uffici fossero occupati da alcuni miliziani. Non era possibile continuare la battaglia difensiva con soltanto gli uomini della polizia locale. La forza d’urto era troppo forte per essere bloccata con armi modeste e uomini poco preparati.

Nelle ore seguenti i jihadisti issarono bandiere nere sulla sommità dei palazzi governativi di Mosul e annunciarono alla popolazione di avere conquistato la città “per liberarla” e che avrebbero risposto con la violenza solo a chi avesse provato ad attaccarli.
Martedì 10 giugno il primo ministro dell’Iraq Nouri al-Maliki chiese al parlamento di dichiarare lo stato d’emergenza a seguito dell’attacco a Mosul. La richiesta fu fatta nel corso di una conferenza stampa trasmessa in televisione, ma il vero obiettivo del premier fu quello di ottenere poteri assoluti e prolungamento del mandato del suo governo.

Secondo la Costituzione irachena, il parlamento può dichiarare lo stato d’emergenza per trenta giorni nel caso ci sia l’approvazione di almeno due terzi dei deputati.
I piani del premier fallirono grazie alla fermezza della maggioranza dei deputati del nuovo parlamento, leader di partiti influenti e per intervento diretto degli Stati Uniti.
Le truppe dell’esercito iracheno, mandate da al-Maliki per proteggere la città, si erano date alla fuga senza opporre resistenza, lasciando a terra armi e onore. Quelli che dovevano essere i salvatori, invece, si erano rivelati a loro volta dei veri criminali che, sotto la bandiera nera con inciso sopra il sigillo del profeta, imponevano comportamenti e leggi spietate, ideologie che nulla hanno a che fare con l’Islam.

Lo Stato Islamico è, oggettivamente, anche il risultato delle politiche “esclusive” e per certi versi discriminatorie del premier sciita Nouri al-Maliki e del suo governo, che non si è distinto per la sua apertura verso i curdi e soprattutto verso i sunniti iracheni.
Questa politica sbagliata ha lasciato campo aperto all’azione dei terroristi, che vogliono imporre un califfato tra Iraq e Siria, in base a una interpretazione ultra radicale della shari‘a, la legge islamica. Per raggiungere i risultati di oggi, è indubbio che il neo Stato Islamico abbia avuto l’appoggio di una parte della popolazione sunnita nel nord-ovest del paese, come dimostrano le conquiste degli ultimi tempi.

Nella Valle tra i due Fiumi la macchina del tempo iniziava a tornare indietro e i primi a pagare un caro prezzo erano i cittadini cristiani, gli antichi abitanti della regione di Ninive. Gli uomini dell’ISIS li avevano costretti a scegliere tra la conversione all’Islam o il pagamento della Jizya, la tassa annuale o, ancor peggio, l’abbandono della loro terra, delle loro case e dei loro averi.

La jizya è un’imposta di capitazione, detta di “compensamento” in vigore dalla nascita dello Stato islamico nel settimo secolo fino al diciannovesimo secolo e abolita alla fine dell’impero ottomano. Ogni suddito non facente parte della ’umma islamica, cioè ogni dhimmi, ovvero non musulmano, per garantirsi la protezione dello stato islamico, doveva pagare alle autorità islamiche. L’imposta gravava su cristiani, ebrei, zoroastriani, sabei e induisti. Essa garantiva una condizione di particolare protezione e li esentava dal servizio militare e dal pagamento della zakàt, la tassa imposta ai fedeli musulmani.
Nel passato, e durante i califfati era imposto il pagamento di tasse aggiuntive ai non musulmani in cambio di servizi e protezione durante i conflitti, ma in uno stato di diritto, dove tutti i cittadini sono uguali senza distinzione religiosa o etnica, non è assolutamente consentita una discriminante del genere.

C’è da chiedersi come si possano cacciare dalla loro terra popolazioni intere che lì abitavano ancora prima dell’arrivo dell’Islam. La storia testimonia che, in quelle terre, le prime comunità cristiane furono fondate all’inizio del secondo secolo dopo Cristo.
I cristiani si considerano i discendenti degli antichi popoli semiti della Mesopotamia: sumeri, accadici, amorrei, assiri, babilonesi e caldei.

Purtroppo l’ombra nera del fanatismo assassino discrimina e distrugge non soltanto la comunità cristiana, ma anche altri come gli yazidi, gli shabak, i turcomanni e i curdi, devastando statue, monumenti storici, chiese, edifici sacri e moschee.
Una ferita lancinante si è aperta nel cuore della città guardando impotente la furia iconoclasta dei miliziani dell’ISIS che abbattono l’edificio della moschea più antica dedicata al profeta Yunus, il biblico Giona. Il 24 luglio 2014 erano saltati in aria, rasi completamente al suolo, i minareti e le cupole, tra le urla disperate degli abitanti della città che filmavano con i telefonini.

Giona è un profeta ebreo, il protagonista dell’omonimo libro dell’Antico Testamento. È uno dei dodici profeti minori ed è venerato come santo dalla Chiesa cattolica, ma anche il Corano lo onora così:

“Ci fosse stata almeno una città credente, cui fosse stata utile la sua fede, a parte il
Popolo di Giona. Quando ebbero creduto, allontanammo da loro il castigo ignominioso in questa vita e li lasciammo godere per qualche tempo.” (Sura 10, v. 98)
Il sepolcro era meta di venerazione sia dei musulmani, sia dei cristiani iracheni. Giona era il simbolo dell’unità del paese e una sorta di patrono di Mosul al quale tutti si rivolgevano. La maggioranza dei maschi della città portano il suo nome, compreso il sottoscritto.

Mia madre mi raccontava che mentre lei era incinta, il Babbo prestava servizio nella Guardia di Finanza in una caserma nelle vicinanze della moschea di Yunus, il profeta Giona. Quando gli giunse la notizia del mio imminente arrivo al mondo era corso per ringraziare Allah e pregare in onore del Profeta, promettendo di chiamare il suo primogenito come colui che era stato dentro il ventre della balena.

Potrebbe essere considerato l’antisimbolo del fanatismo intollerante e del fantasma dell’Impero dei jihadisti. Quella moschea ergeva nelle vicinanze della Porta del Sole e alcuni resti delle antiche mura di Nineve, sopra una collina chiamata jabal al-Tawba, Monte del Pentimento, che sotto nasconde un vero tesoro assiro, forse la biblioteca del re Assur.

Per l’ISIS il luogo di culto era diventato luogo di apostasia. Così ha invitato la popolazione locale ad assistere alla distruzione della moschea, compiuta con esplosivi, bulldozer e pale. È universalmente ammesso dai fedeli delle tre religioni monoteistiche che Giona abbia esercitato la sua missione proprio a Nineve, l’odierna Mosul, alla cui popolazione ha annunciato l’imminenza del castigo di Dio sulla città.

La mano del terrore devasta tutto e arriva a cancellare la maggior parte delle moschee che custodiscono tombe di profeti e santi. Sono stati abbattuti in seguito anche i sepolcri dei profeti Set, il 25 luglio, e quella di Giargis, la moschea sciita dedicata al figlio di Hasan, detto Alì il piccolo, discendente del nipote di Muhammad e figlio del califfo Alì, nella stessa data. Non si sono salvati nemmeno monumenti culturali che raffigurano poeti del nono secolo come il grande poeta arabo Abu Tammam (805-845) e compositori come il compositore Ishaq al-Mausili (767-850), e di altri cinquanta luoghi di culto musulmani, cristiani yazidi e altro.
I membri dell’ISIS sono un b

ranco di individui senza sogni e senza speranze. Cancellano la creatività dei popoli, la loro storia, e annientano i patrimoni culturali per ottenere il vuoto, la “non vita” nella quale loro vivono e per giustificarne l’inutile esistenza dell’essere umano in questa vita.

L’organizzazione jihadista nasce dopo l’invasione americana del paese, unendosi alla casa madre al-Qaida afgana nel 2004 prendendo il nome di “al-Qaida in Iraq”.
Il rapporto tra i due si era incrinato nel 2005, quando emersero tensioni legate alla brutalità delle operazioni gestite dal crudele leader, l’allora capo della Qaida irachena Abu Mus‘ab al-Zarqawi, che rischiavano di alienare il sostegno popolare a tutto il gruppo.
La definitiva rottura delle relazioni con al-Qaida afgana avviene nell’aprile del 2013 quando Ayman al-Zawahiri disconosce l’appartenenza dell’ISIS al gruppo islamista da lui guidato. L’ordine impartito ad al-Bughdadi era chiaro: lasciare la Siria al Fronte al-Nusra per concentrarsi esclusivamente sull’Iraq, ma è rimasto miseramente inascoltato, perché, come dice il suo stesso nome, lo Stato Islamico vuole ricreare il grande Califfato dell’Iraq e del Levante per poi espandersi verso l’esterno.

E questo, nei suoi piani, include anche la Siria. Insomma, si tratta della zona che geograficamente era sotto controllo della dinastia degli Hamdanidi, iniziata con Sayf al-Dawla. Far rinascere uno stato islamico in quell’area assicura una certa egemonia simbolica, conquistata con atrocità terroristica per spaventare e avere consensi, nonché garantire ritorni economici all’organizzazione.
Anche ai tempi dello stato hamdanida, la crisi del potere centrale, la conseguente frammentazione politica e una straordinaria ripresa di efficienza dell’Impero bizantino caratterizzarono le vicende islamiche del nono secolo dopo Cristo. L’Impero diede allora una grande dinamicità all’azione militare e politica, che mise a dura prova le frontiere musulmane.

È in questa cornice che s’impone la figura di condottiero e di uomo politico impegnato culturalmente di Sayf al-Dawla “spada della dinastia”, che governò fra il 945 e il 967 d.c. la Siria settentrionale da Aleppo a Mosul in Iraq.

Oltre che per la sua figura politica è ricordato, come Lorenzo il Magnifico, per i grandi poeti e intellettuali di cui seppe circondarsi, fra cui Abū l-Ṭayyib Aḥmad ibn al-Ḥusayn, detto al-Mutanabbī (915-965), considerato uno dei massimi esponenti della poesia araba classica. Abū Tammām, Ḥabīb ibn Aws al-Ta’i (805-845) è stato un importante poeta e filologo arabo, e infine il cugino diretto e poeta Abū Firas al-Hamadani (932-968). Sayf al-Dawla noto anche perché fu in grado di accendere l’ultima fiammata del jihàd fra gli Arabi fino ai tempi moderni per liberare le terre invase dai crociati.

La storia ritorna a unificare Siria e Iraq, ma questa volta per realizzare la prima tappa del fantasma dell’Impero idealizzato dall’ISIS e che sta allarmando il mondo a causa delle atrocità che lo accompagnano.
L’azione di disconoscimento allo Stato islamico dell’Iraq e del Levante è stata ribadita nuovamente nel febbraio 2014 con un comunicato di al-Qaida diffuso via web. Lo Stato Islamico, nonostante la scomunica dell’erede di Bin Laden, non si è fermato. E ha proliferato, sempre di più, anche perché sottovalutato. Dalle autorità irachene che l’hanno voluto ignorare, ma anche da quelle occidentali. Basti pensare che fino alla data dell’ingresso a Mosul, che ha gettato nel terrore il paese e il mondo intero, molti pensavano che l’ISIS avesse non più di tremila militanti. Anche quando nel dicembre 2013 i terroristi hanno conquistato la strategica Falluja, la reazione delle autorità di Baghdad è stata timida. Un errore madornale.

Secondo alcune stime, oggi lo Stato Islamico può contare fino a cinquemila miliziani solo in Siria, e altri sedicimila circa in Iraq, tra cui più di duemila giovani provenienti dall’Europa.
E qui spunta un’altra caratteristica fondamentale del mostro creato da al-Baghdadi. Perché lo Stato Islamico, a differenza della stessa Fronte al-Nusra e altri gruppi terroristi che combattono in Iraq e in Siria, ha un grande appeal tra i giovani stranieri, tra cui tanti occidentali.

L’obiettivo dell’ISIS è di imporre la shari‘a nei territori controllati e di realizzare un grande califfato islamico, riunendo le regioni a maggioranza sunnita di Siria e Iraq, all’interno di un unico Stato. Il suo vero progetto non è l’applicazione della legge di Allah sulla terra, ma di fare di essa uno strumento per la distruzione della volontà umana e il senso della vita all’interno di un impero fantasma. Spezzare la fantasia delle persone e la loro prospettiva umana fa di loro un insieme di soggetti inutili. A loro non interessa avere un popolo da governare, ma un seguito di persone prive di volontà e speranze.

Secondo i leader della Qaida afgana, non è ancora giunto il tempo della risurrezione del califfato islamico e nessuno è idoneo ad assumere un tale titolo tanto impegnativo. La smania dell’ISIS di essere il Califfato autorizzato dal potere divino per portare l’umanità verso la tenebra di un impero fantasma è stata stroncata da un decreto della casa madre del terrorismo cosiddetto islamico.

La brutalità del gruppo terroristico era già stata notata da al-Qaida nella guerra in Siria: dalla fine del 2013 il capo al-Zawahiri cominciò a chiedere all’ISIS di rimanere fuori dalla battaglia in quella terra.
Al-Baghdadi però si rifiutò di obbedire e nel febbraio del 2014 al-Zawahiri “espulse” l’ISIS da al-Qaida: quella era la prima volta che un leader di un gruppo affiliato ad al-Qaida disubbidiva pubblicamente all’organizzazione.
Questa sfida mette in conflitto non solo due gruppi armati, ma due generazioni, e affascina molto i giovani.

In altre parole lo Stato Islamico si era dimostrato troppo violento anche per al-Qaida stessa, soprattutto perché prendeva di mira non solo le truppe di Assad ma anche altri gruppi dello schieramento dei ribelli sunniti.
Alla fine del 2013 l’ISIS, rafforzato dalle vittorie militari in Siria, tornò in Iraq e conquistò le città irachene di Falluja e Ramadi, per dirigersi e a sorpresa verso Mosul.
L’ISIS, infatti, segue un’interpretazione dell’Islam fatta a modo suo estremamente anti-occidentale, promuove la violenza religiosa e considera coloro che non concordano con la sua visione come infedeli e apostati. Insomma, applicando il motto terroristico di sempre: “chi non è con noi è contro di noi”.

L’ideologia dell’ISIS trae origine dalla branca dell’Islam moderno che mira al ritorno alle origini della fede, ai tempi del Profeta e dei suoi califfi successori, rifiutando quello che loro considerano delle “innovazioni” più recenti della religione e che sono ritenute responsabili della corruzione del suo spirito originario.
Condanna i califfati più recenti e l’Impero ottomano per aver deviato da quello che loro chiamano “il puro Islam” e perciò cerca di ristabilire un suo califfato-modello.

I salafiti, come i membri dell’organizzazione terroristica ISIS, del resto sono certi che solo un’autorità legittimata possa intraprendere la direzione della jihàd, e che la purificazione della società islamica sia prioritaria rispetto ad altre attività, come quella di combattere contro paesi non musulmani. Ad esempio, per quanto riguarda la questione palestinese, l’ISIS considera Hamas, pur essendo un gruppo sunnita sotto l’egida dei fratelli musulmani, come apostata e senza alcuna autorità a guidare la jihàd contro Israele. Combattere Hamas sarà quindi il suo primo passo verso il confronto con lo stato ebraico.
Fin dal suo inizio l’istituzione di uno stato islamico puro è stata uno degli obiettivi principali dell’organizzazione, e l’ISIS ha raggiunto questo scopo il 29 giugno 2014, quando ha rimosso la dicitura “Iraq e Levante” dal proprio nome, iniziando a riferirsi a se stessa un titolo generico come al-Dawla al-Islàmiyya, cioè “lo Stato Islamico”, e dichiarando i territori occupati di Iraq e Siria come un nuovo califfato, ma questo, secondo il loro disegno, è soltanto l’inizio; la conquista del resto del mondo arabo e persino di alcuni paesi dell’Europa arriverà dopo.

Nella prima metà del 2014 il gruppo aveva pubblicato un video che annunciava le intenzioni dell’organizzazione di eliminare gli attuali confini tra i paesi islamici del Medio Oriente. Per capire le loro rivendicazioni territoriali bisognerebbe esaminare le loro pubblicazioni sul web. Già il 13 ottobre 2006 il gruppo aveva annunciato la fondazione dello Stato Islamico dell’Iraq, che rivendicava l’autorità sui governatorati islamici di tutto il territorio sunnita. Questa pretesa mise in allarme anche i paesi arabi del Golfo, compresa la Giordania.

In Iraq e in Siria oggi si muore tutti i giorni, e la maggior parte delle vittime sono tra la popolazione civile, proprio quella povera gente che aveva già pagato un caro prezzo per la sciagurata politica dello stato nazionalista, per le frequenti e fallimentari guerre locali, per la situazione venutasi a creare in seguito alla caduta del regime iracheno e la guerra in corso sul territorio siriano.

Per restituire dignità e diritti a questa popolazione è necessario rivedere tutto il sistema politico e trovare una soluzione sostitutiva all’idea dell’impero e del nazionalismo arabo.
E’ di certo giunta l’ora della libertà e della democrazia che i giovani delle rivolte arabe sognano tanto, per la quale sono scesi in piazza e sono morti per essa.
La democrazia e la libertà passano attraverso un serio e pacifico lavoro di dialogo interno perché è fondamentale una riconciliazione della società intera e una strategia politica seria indirizzata alla ricostruzione della dignità dell’uomo.

La laicità dello stato e il risveglio dell’orgoglio della nazione intera che oggi è spezzato dalla violenza del terrorismo devono essere una priorità dei politici e dei religiosi.
Il cittadino iracheno ha bisogno di rinascere, di sentirsi libero, di essere reinserito nella comunità internazionale, di riavere la sua dignità, di vivere in pace e soprattutto di godere dei suoi diritti umani e civili.

A cosa giova rapire le persone o sequestrare bambini e donne senza colpa per poi morire con loro, o sgozzarli nel nome di Dio? Null’altro che la soddisfazione di una mente malata che non distingue più tra il bene e il male.
La responsabilità di questi delitti ricade sui gruppi di estremisti islamici in azione in Iraq, Siria e oggi anche in Egitto e in Libia, su chi definisce kàfir “miscredente che è lecito uccidere”, chi è colpevole di non pensarla come loro. Questa violenza cieca è anche frutto di una leggerezza teologica, di Fatwa assurde senza base giuridica né una preparazione adeguate, di infuocati discorsi che certi imam e shaykh, uomini religiosi improvvisati o altri di prestigio ma che vivono al di fuori del tempo, che diffondono le loro idee attraverso la rete e tramite canali satellitari privati per confondere giovani entusiasti o persone succubi della rabbia e dell’ignoranza, o altri frustrati e malati di protagonismo, facendo credere loro che combattere non è soltanto lecito, ma è un dovere religioso fard al-kifàyah “obbligatorio collettivamente”, quasi come la preghiera e il digiuno; in quel caso morire per la causa significa diventare martiri.

Quanto sta accadendo nel mondo islamico, dovrebbe spingere noi musulmani, prima di ogni altro popolo, a meditare sull’enorme danno che sta subendo la nostra fede e la nostra civiltà, antica e radicata nel tempo.

Una riflessione e un confronto è necessario a partire dai giovani universitari e tra gli intellettuali, invece di rimanere rintanati in un silenzio sempre più sospetto. Negli anni Settanta, in Italia, si definiva “un fiancheggiatore del terrorismo”, chi taceva o ne approvava le posizioni.

*Scrittore, Opinionista

Esperto di politica mediorientale e Presidente del Centro culturale Dar al Hikma.

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