IL CORANO IN ITALIANO: molte versioni di un Testo intraducibile

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Paolo Branca (*)

 

Se si tien conto di quanto inchiostro è stato versato nel corso dei secoli soprattutto per confutare il Testo sacro dei musulmani, potrà sembrare strana l’epoca relativamente tarda in cui ne è apparsa la prima versione italiana. La cosa risulterà tuttavia meno sorprendente se considereremo da un lato il fatto che ad occuparsene erano quasi sempre stati uomini di chiesa che utilizzavano quindi il latino, specialmente per le loro opere a carattere religioso, e dall’altro che anche la traduzione della Bibbia nella nostra lingua non fu del tutto pacifica.

Si deve dunque attendere il 1547 per avere il primo Corano in italiano, stampato a Venezia, detto L’Alcorano di Macometto, tradotto nuovamente dall’Arabo in lingua Italiana. Stampato a Venezia da Andrea Arrivabene: Il De Frede fa dipendere questa traduzione da quella latina stampata dal Bibliander e i riscontri lo confermano ampiamente, mentre la sua ipotesi che possa essersi basata sulla “misteriosa edizione paganiniana”, ora che quest’ultima è stata ritrovata, si può escludere.
In esso i vari capitoli non corrispondono alle sure ma, sembra, a una divisione dei temi trattati secondo una logica che il traduttore ha creduto di trovarvi.

V. Calza (Console Generale Pontificio in Algeri), Il Corano, versione italiana con commento e una notizia biografica di Macometto, Bastia 1847, pp. XV+330.

Solo esattamente tre secoli dopo ne appare una nuova versione:
V. Calza (Console Generale Pontificio in Algeri), Il Corano, versione italiana con commento e una notizia biografica di Macometto, Bastia 1847, pp. XV+330, ma si tratta in verià di una versione dell’edizione del francese Kasimirski.

Ignoto è invece l’autore della seconda versione italiana ottocentesca Il Corano: nuova traduzione italiana dal’arabo con note dei migliori commentatori orientali, preceduto dalla Leggenda di Maometto e dal Sommario della Religione Turca. Panzeri, Milano 1882, pp. 536, La traduzione, a un primo sguardo, sembra più che altro una parafrasi ed è palesemente ripresa dalla versione francese del Savary.

Il Novecento si apre con una nuova versione: Maometto, Il profeta dell’Islam, Il Corano, Versione tolta direttamente dal testo arabo da Eugenio Camillo Branchi, ed. M. Carra e C. di L. Bellini, pp. 437 Roma 1913 ad opera di un giornalista che nemmeno sapeva l’arabo, se la cavava con due misere pagine d’introduzione e si rifaceva – nonostante il titolo ingannevole – ancora alla traduzione francese del Kasimirski.

Finalmente si giunge alla prima versione fatta onestamente e diretta dall’arabo: Aquilio Fracassi (professore di Lingua Araba nelle R.R. Scuole Tecniche di Milano), Il Corano. Testo arabo e versione letterale italiana, Hoepli, Milano 1914, pp. 359. Con testo arabo a fronte (pagine di sinistra). Si apre con una dedica al Ministro della P.I. on. Credaro datata Val d’Ossola, 22 agosto 1913, nella quale, tra l’altro, si legge: «Una cosa ebbi di mira nel tradurre e ne compilare il libro: dimostrare agli arabi tutti, in particolare a quelli oramai divenuti sudditi del glorioso regno sabaudo, che il nostro R. Governo diceva cosa grave e solenne, quando loro prometteva il più grande rispetto alla loro religione, alle loro istituzioni, alle famiglie, alle donne loro. E rispettando e difendendo, come ho fatto, il loro libro sacro, non solo volli dimostrare loro che mai come sotto l’Italia saranno sacri i loro diritti, ma intesi dar modo all’Italia stessa di poter dire loro: ecco, o Musulmani, come un figlio mio ha saputo circondare di sacro rispetto, di venerazione sincera il libro, su cui si fondano le vostre credenze religiose! Queste parole, – mi sia lecito – non vorrei sonassero una mia professione di fede. Non dubito tuttavia affermare che nel Corano, per quanto lungi dalla purezza della morale evangelica, vi sono dei concetti morali di una squisitezza indiscussa e indiscutibile. Che se gli arabi ne vanno orgogliosi, n’hanno ben donde» (pp. VII-VIII) eloquente espressione dello spirito dell’epoca in cui l’opera ha visto la luce.

Probabilmente a causa delle imperfezioni rilevate il medesimo editore ne proponeva pochi anni dopo una nuova versione: L. Bonelli, Il Corano, Hoepli, Milano 1929, pp. XIX-614. E’ molto letterale e quindi può aiutare chi stia apprendendo l’arabo nell’affrontare il testo originale, anche se la numerazione dei versetti è diversa da quella delle edizioni arabe più diffuse.

Se per qualche tempo la versione del Bonelli ha fatto scuola, non passarono molti anni prima che una nuova e migliore traduzione la soppiantasse: A. Bausani, Il Corano, Sansoni, Firenze 1955, pp. LXXIX-771. Non usa note a piè di pagina rimandando tutto al Commento. Il valore degli apparati: introduziione e note, insieme alla grande erudizione e capacità letterarie del traduttore ne fa una delle versioni milgiori a disposizione nel nostro idioma.

L’interesse per il mondo arabo-musulmano si era tuttavia nel frattempo intensificato, per cui anche le traduzioni del Corano in italiano si sono fatte più numerose, susseguendosi l’una all’altra con minori intervalli di tempo e mantenendo in genere un buon livello.

Eccone dunque una apparire in piena crisi arabo-israeliana: M.M. Moreno, Il Corano, Utet, Torino 1967, pp. 605 con una Premessa di F. Gabrieli (pp. VII-VIII). Usa frequenti note a pie’ pagina, non ricorre molto spesso ai corsivi che sono per lo più riservati a termini arabi traslitterati tra parentesi tonde. Tra parentesi quadre inserisce in corsivo dei sottotitoli per indicare il tema della parte della sura che segue.

A cimentarsi nella stessa impresa, dopo molto tempo, venne il turno di un religioso cattolico: F. Peirone, Il Corano, Mondadori, Milano 1979, 2 voll. pp. 968. Non utilizza note a pie’ di pagina, ma fa seguire le annotazioni a ogni sura e nella traduzione mette in corsivo soltanto la basmala, pur traslitterando molti termini arabi senza tradurli. Sono quasi 90 le parole traslitterate semplicemente dall’arabo e non tradotte, tra cui ‘infedeli’, ‘califfo’, ‘Satana’, ‘Egitto’ (!), ‘musulmano/i’, ‘pellegrinaggio’, ‘profeta’… La ricerca di soluzioni traduttive originali non è sempre felice e i commenti eruditi talvolta sono più enciclopedici che puntuali.

Solo nel 1986 si ha una prima traduzione italiana del Corano promossa da musulmani, benché appartenenti a una minoranza poco presente nel nostro Paese e seguace di una corrente particolare diffusa soprattutto in area indiana. Dopo l’indice delle sure (titoli arabi traslitterati), le prime cinque pagine contengono una Premessa di Mubarak Ahmad Saqi, dove si dice: “Questa traduzione è stata fatta da un gruppo di specialisti ed è stata rivista dal Dr. Vincenzo Gatti e dal Dr. Aldo De Rosa, di Trieste. Siamo grati ad ambedue. Siamo grati anche a Mr. Aftab Ahmad Khan, che ha dato la sua preziosa assistenza negli stadi iniziali di questo lavoro. Siamo sommamente grati soprattutto al prof. Abdus Salam, Premio Nobel e fondatore e direttore del Centro Internazionale di Fisica Teorica, Trieste, che ha sostenuto molto generosamente le spese per la pubblicazione di questa traduzione. Egli ha fatto questa donazione in memoria dei suoi genitori defunti Ch. Muhammad Hussin e Haijra Begum Sahiba, che Allah si compiaccia di ambedue, le cui costanti preghiere e la cui guida illuminata lo resero capace di raggiungere quella illustre posizione che occupa oggi. Possa Allah ricompensarli tutti abbondantemente. Nel presentare questo umile sforzo al pubblico italiano, preghiamo perché Allah possa fare di questa Sacra Scrittura una fonte di guida e di benedizione senza fine per loro. Amin”.

E’ quindi la volta di un altro religioso cattolico, Mario Cherubino Guzzetti, LDC, Torino 1989, pp. 423. E’ una traduzione dignitosa, soltanto un po’ povera di apparati.

Un deciso passo indietro si ha pochi anni dopo con una versione: Il Corano, Traduzione e introduzione di A. Terenzoni, F.lli Melita, La Spezia 1993, poi riproposta da altri: mi sono basato qui sull’edizione Polaris 1995, s.l., pp. 478, probabilmente fatta dall’inglese. Sempre dall’inglese lo stesso traduttore aveva preso le mosse per il Nahj al-Balâgha (opera cara agli sciiti) come si evince dall’introduzione: «siamo felici che il caro e dotto amico, sig. Terenzoni, abbia portato a termine, dopo un anno di lavoro, esaudendo una nostra richiesta, la traduzione di questa opera, basandosi sul testo inglese».

E quindi la volta di una seconda traduzione proposta da musulmani:
Anonimo, Saggio di Traduzione Interpretativa del Santo Corano Inimitabile, ed. Al Hikma, Imperia 1994, pp. 672. A cura dell’Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia (UCOII). Talmente simile alla traduzione che segue da poter essere attribuita con certezza a Piccardo.
Questa volta, dunque è la versione di un italiano convertito all’islam.
Pochi anni dopo è riproposta senza più omettere il nome del traduttore: Hamza Roberto Piccardo.
Le ultime due traduzioni sono in pratica identiche: l’unica differenza rilevante è che nella seconda sono tradotti in italiano numerosissimi termini lasciati in traslitterazione nell’edizione precedente, tra essi “orazione”, “vicario”, “decima”, “pellegrinaggio”, “usura”, “tributo”…
Si tratta di traduzioni che mirano anzitutto agli italiani che hanno abbracciato l’islam e si propongono come strumento preferenziale per diffondere la conoscenza del Corano da parte loro presso i propri connazionali. Il prezzo particolarmente basso e la distribuzione su larga scala delle loro ormai numerose edizioni ne fanno probabilmente una delle versioni oggi più diffuse in Italia. Alcune polemiche son sorte sul contenuto di alcune note, specialmente quelle critiche sugli ebrei.

Nel 2004 l’iniziativa è ancora di un musulmani: Il Corano, Traduzione e apparati critici di G. Mandel Khan, Introduzione di Khaled Fouad Allam, UTET, Torino 2004, pp. 921. A Mandel, che non conosceva sufficientemente l’arabo, sono da attribuire probabilmente soprattutto gli apparati, mentre la traduzione vera e propria parrebbe di Mohsen Mouelhi. Il sistema di traslitterazione è bizzarro e alcune note indulgono a un approccio piuttosto apologetico.

A pochi anni fa risale una delle ultime traduzione del Corani in italiano: Ventura Alberto (ed.), Il Corano (trad. Ida Zilio–Grandi; commenti di Alberto Ventura, Mohyddin Yahia, Ida Zilio–Grandi, Mohammad Ali Amir–Moezzi), Mondadori, Milano 2010, pp. LXXIII+901.
La traduzione è di Ida Zilio–Grandi ed è l’esito di un lavoro onesto, fedele all’originale, poco propenso a incisi o voli pindarici.

Ultimissimo figura Sublime Corano. In lingua italiana. Traduzione al-Shaykh ‘Abdu-r-Rahman Pasquini. Supervisione dogmatico-religiosa Dott. Ali Abu Shwaima. Con consultazione, durante la stesura, del testo originale del Sublime Corano e delle sue più quotate esegesi. Centro Islamico di Milano e Lombardia, Milano 2018, pp. 609. Il traduttore, noto convertito italiano attivo da decenni nell’associazionismo musulmano nazionale, si era già cimentato nell’opera, pubblicando nel 1992 una Parafrasi del Sublime Corano (con testo arabo a fronte), limitandosi però alle sole prime 8 sure. Le 20 pagine della introduzione di allora sono riproposte in questa edizione un po’ ampliate a 35, ma di contenuto sostanzialmente analogo. Ora manca il testo arabo a fronte e gli apparati si riducono come in precedenza a un glossario finale, senza alcuna nota a pié pagina, il che un poco stupisce in quanto senza delucidazioni il testo coranico resta di difficile comprensione. Vi si trovano tuttavia, inserite fra parentesi, alcune precisazioni, ma di carattere minore e che spesso dipendono solamente dal fatto che molti termini sono traslitterati dall’arabo in caratteri latini e quindi, non sempre però, sono accompagnati dalla loro traduzione posta appunto tra parentesi subito dopo. Si tratta sia del termine Allah e dei suoi 99 nomi, sia dei nomi dei fuochi dell’inferno, di alcuni luoghi tra cui Misr e al-Aqsa, di qualche atto rituale come ghusl e tayammum, sciaitan e di tutti i nomi dei profeti. Tale attaccamento alla lingua originale in questi casi male si concilia con altre traduzioni come Apostolo al posto di rasul che potrebbe indurre il lettore di formazione cristiana a indebiti paralleli. Le più quotate esegesi consultate restano così appannaggio del traduttore e del curatore senza che ne traspaia traccia. Spesso alcuni versetti sono riprodotti in grassetto, evidentemente in quanto sono ritenuti di particolare importanza, ma senza che ne sia data giustificazione.

Si tratta quindi di 16 traduzioni, ma come abbiamo visto molte sono state fatte non partendo dall’originale arabo (Arrivabene, Calza, quella edita da Panzeri, Branchi, Terenzoni); ne restano 11 ma sono poco diffuse quella di Fracassi (ormai invecchiata e sostituita presso lo stesso editore da quella del Bonelli) e quella degli Ahmadiyya. Le rimanenti: Bonelli, Bausani, Moreno, Peirone, Guzzetti, Piccardo, Mandel, Zilio-Grandi e Pasquini sono in buona sostanza quelle disponibili e maggiormente in circolazione.

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Paolo Branca (*) (Milano, 1957) è docente di Lingua e Letteratura Araba all’Università Cattolica di Milano. Laureatosi a Ca’ Foscari (Venezia) 40 anni fa con una tesi in Islamologia è specializzato nelle problematiche del rapporto Islam-mondo moderno.  Nel 2011 ha fatto parte del Comitato per l’islam italiano presso il Ministero degli Interni e il Card. Angelo Scola lo ha nominato responsabile delle relazioni coi musulmani dell’Arcidiocesi di Milano durante il suo mandato . Ha pubblicato tra l’altro Voci dell’Islam moderno,  Marietti, Genova 1991, Introduzione all’Islam, S. Paolo, Milano 1995, I musulmani, Il Mulino, Bologna 2000, Il Corano, Il Mulino, Bologna 2001, Yalla Italia! Le vere sfide dell’integrazione di arabi e musulmani nel nostro Paese, Edizioni Lavoro, Roma 2007 e, con Barbara de Poli e Patrizia Zanella, Il sorriso della Mezzaluna, Carocci, Roma 2011. Ha tradotto il romanzo del premio Nobel egiziano Nagib Mahfuz, Vicolo del Mortaio, Milano, Feltrinelli, 1989.

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