Mestre: la preghiera interrotta e l’Italia che deve scegliere da che parte stare

 

 

 

Di Ahmed Berraou
Attivista islamico

 

 

Quello che è accaduto a Mestre nei primi giorni di settembre 2026 non è un fatto isolato, non è una semplice contestazione, non è un incidente di percorso.
È un sintomo.
È un segnale.
È una crepa che si allarga nel muro della convivenza italiana.
Un gruppo di fedeli musulmani bengalesi, autorizzati a pregare all’aperto dopo che la città ha negato loro la possibilità di costruire un luogo di culto, si è ritrovato improvvisamente al centro di un blitz politico. Un consigliere comunale ha trasformato un momento sacro in un palcoscenico di provocazione, mentre la scena veniva ripresa, diffusa, consumata sui social come se la preghiera fosse un atto sospetto.
Questa immagine non racconta solo Mestre.
Racconta l’Italia.
Racconta il modo in cui una parte del Paese guarda ai musulmani: non come cittadini, ma come intrusi; non come credenti, ma come problema.

– La libertà religiosa non è un favore: è un diritto

L’articolo 19 della Costituzione italiana è uno dei più limpidi e più coraggiosi:
> “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede, in qualsiasi forma, individuale o associata.”
Non dice: “tutti tranne i musulmani”.
Non dice: “tutti tranne quando la politica locale decide diversamente”.
Non dice: “tutti tranne quando conviene alla propaganda”. Eppure, a Mestre, questo diritto è stato trattato come un optional.
La comunità bengalese ha chiesto un luogo di culto: negato.
Ha chiesto di pregare all’aperto: autorizzato.
Ha pregato in silenzio: contestata.
È un cortocircuito che non può essere normalizzato.
È la dimostrazione che la libertà religiosa, quando riguarda l’Islam, viene ancora percepita come un privilegio da concedere o revocare, non come un diritto da rispettare.

– La politica che usa la fede come arma

Il blitz del consigliere comunale non è un gesto isolato.
È parte di un clima politico che da anni alimenta l’idea che l’Islam sia una minaccia, che le moschee siano centri di radicalizzazione, che i musulmani siano “ospiti” e non cittadini.
È una narrazione tossica, costruita con cura, ripetuta con disciplina, amplificata da alcuni media di estrema destra che hanno trasformato la paura in un prodotto editoriale e la diffidenza in un marchio identitario.
In questo clima, la preghiera non è più un atto spirituale: diventa un atto politico.
Diventa un bersaglio.
Diventa un’occasione per mostrare i muscoli davanti ai propri elettori.
Ma quando la politica usa la fede come arma, non sta difendendo la sicurezza: sta attaccando la democrazia.

– La preghiera all’aperto non è una provocazione: è una ferita

Chi critica la preghiera all’aperto finge di non vedere la causa.
Una comunità prega all’aperto perché non ha un luogo di culto.
E non ha un luogo di culto perché glielo si nega. La preghiera all’aperto è la fotografia di una mancanza istituzionale.
È il risultato di un rifiuto politico.
È la prova che la libertà religiosa, per alcuni, è ancora un diritto condizionato.
Prima si impedisce la costruzione di una moschea.
Poi si accusa la comunità di pregare in strada.
È un meccanismo perverso: si crea il problema, poi si usa il problema per attaccare chi lo subisce.

– La dignità dei fedeli è stata violata

I fedeli bengalesi di Mestre hanno pregato in silenzio, con compostezza, con rispetto.
Hanno seguito le regole.
Hanno chiesto autorizzazioni.
Hanno fatto ciò che ogni cittadino responsabile farebbe.
E sono stati trattati come un disturbo.
Come un’anomalia.
Come un corpo estraneo da contenere.
Questa non è solo mancanza di rispetto.
È una violazione della dignità umana.
È un messaggio pericoloso: che la fede musulmana può essere disturbata, contestata, ridicolizzata.

– L’Italia deve decidere da che parte stare

L’Italia non può continuare a oscillare tra principi e paure. Non può proclamare la libertà religiosa e poi permettere che venga calpestata. Non può parlare di integrazione e poi negare gli strumenti fondamentali per viverla.
La questione non riguarda solo i musulmani.
Riguarda la qualità della democrazia italiana.
Riguarda la capacità del Paese di rispettare i diritti di chi vive, lavora, contribuisce alla società e chiede soltanto di pregare in pace.

– La voce di un attivista islamico

Scrivo queste parole come attivista islamico, come cittadino che vive ogni giorno la realtà delle comunità musulmane in Italia.
Scrivo perché non posso accettare che la fede venga trasformata in un bersaglio politico.
Scrivo perché non posso accettare che la dignità dei fedeli venga calpestata.
Scrivo perché non posso accettare che la preghiera — il momento più intimo e pacifico della vita di un credente — venga trattata come un atto illegittimo.
Non rappresento sigle.
Non parlo a nome di istituzioni.
Parlo da uomo libero che non vuole vedere la libertà religiosa diventare un campo di battaglia.

Conclusione:

La libertà religiosa non si difende da sola
La libertà religiosa è un pilastro della democrazia.
Ma un pilastro, se non lo si difende, può crollare.
A Mestre non è stata attaccata solo una comunità bengalese.
È stata attaccata l’idea stessa di libertà.
È stata attaccata la dignità.
È stata attaccata la convivenza.
E finché questa ferita resterà aperta, chi crede nella giustizia — musulmano o non musulmano — ha il dovere di parlare.
Io lo faccio.
E continuerò a farlo.
Perché la fede non si interrompe con un blitz.
La dignità non si piega davanti alla propaganda.
La libertà religiosa non è negoziabile.


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