Intervista Esclusiva(Parte1)La giornalista Karima Moual a ItaliaTelegraph: una visione illuminata tra identità integrazione e geopolitica

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Intervista a cura di Abdellah Mechnoune

 

 

 

Oggi abbiamo il grande onore di ospitare su Italia Telegraph la Dott.ssa Karima Moual una delle firme più autorevoli e delle voci più lucide del panorama giornalistico televisivo e geopolitico italo-marocchino ed europeo.

Nota per il suo rigore intellettuale e la sua straordinaria capacità di decodificare la complessità della società contemporanea la Dott.ssa Karima Moual è da anni un punto di riferimento imprescindibile nel dibattito pubblico italiano. Attraverso i suoi editoriali e le sue frequenti partecipazioni ai più importanti talk-show politici affronta con coraggio e indipendenza temi cruciali quali i flussi migratori la riforma della cittadinanza il contrasto all’islamofobia e al razzismo nonché le delicate dinamiche delle relazioni euro-mediterranee. In questa intervista esclusiva analizzeremo insieme a lei le sfide del presente e le prospettive future di un’integrazione reale e paritaria.

Ed ecco a voi questa intervista straordinaria profonda stimolante e ricca di spunti con la stimata giornalista e analista la Dott.ssa Karima Moual.

1. Negli ultimi anni, il dibattito pubblico italiano sul tema delle migrazioni è spesso oscillato tra l’allarmismo securitario e l’approccio puramente pietistico. Come si può, a Suo avviso, restituire dignità giornalistica e oggettività a questo racconto, superando le logiche della polarizzazione politica?
Il primo passo è uscire da una rappresentazione che da anni impoverisce il dibattito pubblico. L’immigrazione viene raccontata quasi sempre attraverso due sole lenti: quella dell’emergenza securitaria o quella dell’emergenza umanitaria. Da una parte lo straniero viene descritto come una minaccia; dall’altra esclusivamente come una vittima. In entrambi i casi si smette di vedere la persona nella sua complessità.
La realtà è molto più articolata. Milioni di cittadini di origine straniera lavorano, studiano, pagano le tasse, crescono i propri figli, aprono imprese, esercitano professioni qualificate e contribuiscono ogni giorno alla vita economica, sociale e culturale del Paese. Eppure questa normalità fatica a trovare spazio nell’informazione. Fa meno rumore di un reato o di uno sbarco, ma è proprio quella normalità a raccontare davvero come sta cambiando l’Italia.
Anche il linguaggio ha una responsabilità enorme. Continuare a sottolineare sistematicamente la nazionalità o l’origine etnica quando non è rilevante per comprendere un fatto significa orientare inconsapevolmente la percezione dei lettori. Non è un dettaglio lessicale: è il modo in cui si costruisce un immaginario collettivo. Il giornalismo dovrebbe invece aiutare i cittadini a comprendere la realtà, non a semplificarla fino a trasformarla in uno scontro identitario.
Credo che serva un’informazione più rigorosa e meno emotiva, capace di distinguere tra fatti, opinioni e propaganda. Raccontare l’immigrazione con equilibrio non significa minimizzare i problemi. Esistono questioni reali, come l’integrazione, la sicurezza, il disagio sociale e la gestione dei flussi migratori, che vanno affrontate con serietà. Ma affrontarle seriamente significa basarsi sui dati, sul contesto e sulla complessità, non sugli slogan.
Il buon giornalismo non ha il compito di rassicurare né di spaventare. Ha il dovere di spiegare. E spiegare significa resistere alla tentazione della polarizzazione, restituendo ai cittadini gli strumenti per comprendere una realtà che è molto più ricca e sfaccettata di quanto il dibattito pubblico spesso lasci intendere.
2. Spesso le comunità di origine straniera vengono rappresentate dai media solo quando sono protagoniste di fatti di cronaca nera o di eccezionali storie di riscatto. Cosa manca al sistema informativo italiano per normalizzare la presenza e il racconto quotidiano della diversità?
Credo che manchi soprattutto la normalità. Oggi le persone di origine straniera entrano nel racconto mediatico quasi esclusivamente in due circostanze: quando commettono un reato oppure quando diventano protagoniste di una storia straordinaria di successo. È come se per essere visibili si dovesse essere un problema o un’eccezione. Tutto ciò che sta nel mezzo, cioè la vita quotidiana di milioni di persone, resta praticamente invisibile.
Eppure la realtà dell’Italia è un’altra. Medici, insegnanti, imprenditori, operai, giornalisti, studenti, infermieri, ricercatori, artigiani: sono migliaia le persone di origine straniera che ogni giorno contribuiscono al funzionamento del Paese senza che questo venga percepito come una notizia. Ed è proprio questa normalità che dovrebbe trovare maggiore spazio nell’informazione.
A mio avviso, il giornalismo dovrebbe smettere di raccontare la diversità come un tema a sé. Il vero obiettivo non è creare rubriche dedicate agli immigrati, ma fare in modo che la loro presenza diventi naturale in tutti gli ambiti della narrazione pubblica: nella politica, nella cultura, nell’economia, nello sport, nella scuola, nella ricerca. Quando un cittadino di origine marocchina interviene come medico, come economista o come sindaco, il punto non dovrebbe essere la sua origine, ma la competenza con cui contribuisce al dibattito.
Naturalmente questo non significa ignorare i problemi o rinunciare a raccontare i conflitti. Significa però evitare che l’origine etnica diventi la chiave di lettura automatica di ogni vicenda. Un buon giornalismo distingue ciò che è rilevante da ciò che alimenta soltanto stereotipi.
Credo che la sfida più importante sia proprio questa: passare dal racconto dell’integrazione al racconto della cittadinanza. Perché una società realmente inclusiva non è quella che parla continuamente delle differenze, ma quella in cui le differenze non impediscono più di essere riconosciuti, prima di tutto, come cittadini, professionisti e persone.


3. Nei principali salotti televisivi italiani, Lei si confronta regolarmente con esponenti politici di primo piano. Qual è la sfida professionale e personale più complessa nel far valere un’analisi documentata e oggettiva di fronte alla semplificazione imposta dai tempi televisivi e dagli slogan elettorali?
La televisione ha tempi molto diversi da quelli del giornalismo scritto. In pochi minuti bisogna riuscire a spiegare questioni estremamente complesse, sapendo che spesso il confronto privilegia la rapidità della battuta rispetto alla profondità dell’argomentazione. È una sfida continua.
Il rischio è cedere alla logica della polarizzazione: parlare per slogan, scegliere la frase più efficace invece dell’argomento più solido, trasformare ogni dibattito in uno scontro tra tifoserie. È un meccanismo che può aumentare gli ascolti, ma raramente aiuta il pubblico a comprendere davvero i problemi.
Per questo considero fondamentale arrivare sempre preparata. Dietro pochi minuti di intervento ci sono ore di studio, lettura di dati, verifica delle fonti e analisi del contesto. Non sempre c’è il tempo per sviluppare un ragionamento completo, ma credo che anche una risposta breve possa offrire un elemento di complessità in un dibattito che tende continuamente a semplificare.
C’è poi un’altra difficoltà, più personale. Quando si affrontano temi come immigrazione, Islam o identità, spesso ci si aspetta che tu parli in quanto appartenente a una determinata comunità e non in quanto giornalista. Io rivendico invece il diritto di essere giudicata per la qualità delle mie analisi e non per la mia biografia. La mia esperienza personale mi aiuta certamente a comprendere alcuni fenomeni, ma non sostituisce mai il metodo giornalistico, che resta fatto di studio, verifica dei fatti e spirito critico.
Credo che oggi il compito del giornalista sia proprio questo: resistere alla pressione della semplificazione. Non significa rinunciare alla chiarezza, ma rifiutare le scorciatoie. La realtà è quasi sempre più complessa degli slogan politici e raccontarla con onestà intellettuale è, a mio avviso, una forma di rispetto nei confronti dei cittadini.
In un’epoca dominata dalla velocità e dalla ricerca dello scontro, difendere la complessità può sembrare controcorrente. Io credo invece che sia uno dei doveri più importanti del giornalismo. Perché la fiducia del pubblico non si conquista con la battuta più brillante, ma con la credibilità costruita nel tempo.
4. Di fronte a una destra politica (come la Lega e alleati) spesso ostile ai diritti dei migranti, i media italiani tendono a volte a invitare nei talk-show persone della comunità che non padroneggiano la lingua o i codici televisivi, finendo per danneggiare l’immagine dell’Islam e degli stranieri. Il Suo video-appello in cui consigliava vivamente di evitare queste “trappole mediatiche” ha avuto un enorme successo. Qual è il bilancio di quella denuncia e come si può rispondere politicamente e mediaticamente a questa strumentalizzazione?
Quel video nasceva da una constatazione molto semplice. Per anni ho visto ripetersi lo stesso schema: si organizza un dibattito su temi delicati come Islam, immigrazione o integrazione e, invece di invitare persone che conoscono davvero questi argomenti, si cerca qualcuno che fatichi a esprimersi in italiano o che non abbia familiarità con il linguaggio televisivo. Il risultato è quasi sempre prevedibile: il confronto si trasforma in uno spettacolo e lo stereotipo esce rafforzato.
Questo meccanismo diventa ancora più grave quando si inserisce in un clima politico nel quale immigrazione e Islam vengono utilizzati per costruire paura e consenso. In quel caso la televisione rischia di non limitarsi a rappresentare un pregiudizio, ma di offrirgli immagini, volti e scene capaci di rafforzarlo.
Il mio messaggio non era un invito al silenzio, né tantomeno a sottrarsi al confronto pubblico. Al contrario. Era un invito a non accettare di essere utilizzati come comparse dentro un copione già scritto. Partecipare a un dibattito significa poter esprimere il proprio pensiero in condizioni di reale parità, non essere scelti perché si presume che si farà una cattiva figura.
Credo che anche le comunità di origine straniera abbiano una responsabilità. Dobbiamo investire nella formazione di una nuova classe dirigente, capace di intervenire nel dibattito pubblico con competenza, preparazione e autonomia di giudizio. Oggi esistono giornalisti, accademici, avvocati, medici, imprenditori e professionisti di origine straniera perfettamente in grado di contribuire a un confronto di alto livello. Non è più accettabile continuare a rappresentare una realtà così complessa attraverso figure scelte solo perché confermano un pregiudizio.
Allo stesso tempo, i media dovrebbero interrogarsi sul proprio ruolo. Il pluralismo non consiste nel mettere due persone a litigare davanti a una telecamera. Consiste nel garantire che il pubblico ascolti voci competenti, diverse tra loro, capaci di argomentare e di confrontarsi nel merito. È così che si costruisce un’informazione di qualità.
Il bilancio di quel video, per me, è stato molto positivo. Ho ricevuto centinaia di messaggi da persone che si erano riconosciute in quella riflessione. Significa che esiste una crescente consapevolezza: la rappresentazione pubblica delle comunità di origine straniera non è una questione di orgoglio identitario, ma di qualità della democrazia e dell’informazione. Più il dibattito sarà fondato sulla competenza e meno spazio avranno le semplificazioni e le strumentalizzazioni.


5. Assistiamo a una preoccupante recrudescenza di discorsi d’odio, sia sul web che nella retorica politica. Dove finisce, secondo la Sua visione di giornalista, il legittimo diritto alla critica politica e dove inizia, invece, la discriminazione sistematica che andrebbe sanzionata?
In una democrazia la critica politica deve essere ampia, libera e persino aspra. È legittimo criticare una politica migratoria, una religione, un’associazione, un governo o le scelte di un partito. Limitare questo diritto significherebbe indebolire il pluralismo democratico.
Il problema nasce quando si smette di criticare comportamenti, idee o politiche e si comincia ad attribuire caratteristiche negative a un’intera categoria di persone. È qui che il confronto democratico lascia spazio alla discriminazione. Dire che un individuo ha commesso un reato è un fatto. Suggerire che un’intera comunità sia naturalmente incline alla criminalità è uno stereotipo. Criticare una forma di integralismo religioso è legittimo; insinuare che tutti i musulmani rappresentino un problema di sicurezza significa alimentare un pregiudizio.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescente normalizzazione di questo linguaggio. Espressioni che un tempo sarebbero state considerate inaccettabili entrano oggi nel dibattito pubblico con sorprendente facilità, soprattutto sui social network, dove la ricerca dello scontro e della visibilità premia spesso i messaggi più estremi. Il rischio è che la ripetizione renda accettabile ciò che non dovrebbe esserlo.
Per questo credo che la risposta non possa essere affidata soltanto alle sanzioni. Le leggi sono indispensabili quando vengono violati i diritti delle persone o quando si configura l’istigazione all’odio e alla violenza, ma da sole non bastano. La sfida è soprattutto culturale. Servono un giornalismo più responsabile, una politica capace di usare un linguaggio rigoroso e una scuola che educhi al pensiero critico e al rispetto delle differenze.
Difendere la libertà di espressione e contrastare la discriminazione non sono obiettivi in contraddizione. Al contrario, una democrazia matura è quella che riesce a garantire entrambe: il diritto di criticare e il dovere di non trasformare la critica in una delegittimazione collettiva della dignità di intere comunità. È questo equilibrio che dovremmo impegnarci a preservare.
6. L’Italia discute da decenni di riforme della legge sulla cittadinanza (come lo Ius Scholae o lo Ius Soli temperato) senza giungere a una svolta concreta. Quali ritiene siano i principali ostacoli di natura politica e culturale che frenano un’effettiva modernizzazione del quadro legislativo sull’integrazione nel Paese?
Credo che gli ostacoli siano due e si alimentino a vicenda: uno politico e uno culturale.
Dal punto di vista politico, la cittadinanza è diventata negli anni uno dei temi più identitari del dibattito pubblico. Ogni proposta di riforma viene immediatamente trasformata in uno scontro ideologico, nel quale prevale la ricerca del consenso rispetto alla volontà di affrontare il problema con pragmatismo. Così si continua a discutere senza mai arrivare a una decisione condivisa.
Ma esiste anche un ostacolo culturale più profondo. L’Italia è cambiata molto più rapidamente della propria rappresentazione di sé. Oggi milioni di persone con background migratorio sono cresciute nelle nostre scuole, parlano soltanto l’italiano come lingua madre o principale, condividono riferimenti culturali, amicizie e percorsi di vita con i loro coetanei. Eppure una parte del Paese continua a considerare l’italianità come qualcosa che dipende prevalentemente dalle origini familiari, piuttosto che dall’appartenenza a una comunità nazionale.
Personalmente credo che la cittadinanza non debba essere vissuta né come un premio né come una concessione. È uno strumento attraverso il quale una democrazia riconosce persone che già partecipano alla sua vita, condividendone diritti, doveri e responsabilità. Continuare a rimandare questo riconoscimento rischia di alimentare una distanza simbolica tra lo Stato e tanti giovani che, pur sentendosi italiani, continuano a percepire che la loro appartenenza viene costantemente messa in discussione.
Naturalmente ogni riforma può essere discussa nel merito. È legittimo confrontarsi sui requisiti, sui tempi e sulle modalità di acquisizione della cittadinanza. Quello che non possiamo più permetterci è trasformare ogni confronto in una battaglia identitaria che impedisce qualsiasi evoluzione normativa.
La vera sfida non è soltanto cambiare una legge. È maturare una nuova consapevolezza: l’Italia di oggi è diversa da quella di trent’anni fa e le istituzioni hanno il dovere di interrogarsi su come accompagnare questa trasformazione senza paura, ma anche senza slogan. Le società cambiano; la buona politica dovrebbe avere il coraggio di governare quel cambiamento, non di inseguirlo quando è ormai avvenuto.
7. I cosiddetti “nuovi italiani” di seconda e terza generazione vivono un’identità plurale che rappresenta una straordinaria risorsa. Tuttavia, spesso faticano a vedere riconosciuta la propria piena appartenenza. Come possono le istituzioni e la società civile valorizzare realmente questo capitale umano?
Credo che il primo passo sia cambiare il modo in cui guardiamo alle seconde e terze generazioni. Per troppo tempo sono state considerate un tema da gestire, quando invece rappresentano una delle più grandi risorse di cui dispone oggi il nostro Paese. Parlano più lingue, conoscono culture diverse, vivono naturalmente tra mondi differenti e possono costruire ponti dove altri vedono soltanto confini.
Per valorizzare questo capitale umano serve innanzitutto un cambiamento culturale. Dobbiamo smettere di chiedere continuamente a questi giovani di dimostrare la loro appartenenza. Chi è nato o cresciuto in Italia non dovrebbe sentirsi costretto, ogni giorno, a giustificare la propria italianità. L’appartenenza non può essere un esame da sostenere continuamente.
Le istituzioni hanno una responsabilità importante. La scuola, l’università, la pubblica amministrazione, il mondo della cultura e dell’informazione dovrebbero essere i luoghi nei quali questa pluralità diventa normale e visibile. Quando i giovani vedono persone con percorsi simili ai loro ricoprire ruoli di responsabilità, comprendono che anche loro possono sentirsi parte del futuro del Paese. La rappresentanza non è una questione simbolica: è uno strumento che genera fiducia e partecipazione.
Anche la società civile è chiamata a fare la propria parte. Le identità plurali non devono essere vissute come un’ambiguità o una doppia fedeltà. Si può essere profondamente legati alle proprie radici familiari e, allo stesso tempo, sentirsi pienamente italiani. Le due dimensioni non si escludono, ma si arricchiscono reciprocamente. La storia europea è fatta di contaminazioni, incontri e appartenenze multiple: negarlo significa negare la nostra stessa storia.
Infine, credo che anche il linguaggio abbia un peso. Da tempo utilizzo l’espressione “nuovi italiani” perché rappresenta, a mio avviso, un passo avanti rispetto a definizioni come “figli di immigrati” o, peggio ancora, “immigrati”, utilizzate anche per persone nate o cresciute in Italia. Le parole non sono mai neutre: possono includere oppure tenere ai margini.
Ma il vero obiettivo è arrivare al giorno in cui non ci sarà più bisogno di alcun aggettivo. In cui sarà naturale parlare semplicemente di cittadini italiani, senza sentire la necessità di specificarne ogni volta l’origine. Molti di questi ragazzi non rappresentano il futuro dell’Italia: sono già il presente. Riconoscerlo non significa fare un favore a qualcuno, ma prendere atto della realtà del Paese che siamo diventati.
8. Parallelamente al legame con la patria d’origine, vi è la necessità di incidere nel Paese in cui si vive. Qual è la Sua visione sull’importanza che le eccellenze e i giovani italo-marocchini si impegnino attivamente all’interno dei partiti politici italiani, candidandosi e partecipando alle decisioni locali e nazionali?
Credo che la partecipazione politica rappresenti uno dei più alti livelli di integrazione e di cittadinanza. Per troppo tempo si è pensato che il contributo delle persone di origine straniera dovesse limitarsi al lavoro, all’impresa o all’associazionismo. Ma una democrazia è davvero inclusiva quando tutti i suoi cittadini possono contribuire anche alle decisioni politiche.
Per questo considero fondamentale che sempre più giovani italo-marocchini scelgano di impegnarsi nei partiti, nelle amministrazioni locali, nei consigli comunali, nelle istituzioni e, più in generale, nella vita pubblica. Non perché debbano rappresentare esclusivamente la comunità marocchina, ma perché possano portare competenze, idee e sensibilità che arricchiscono il dibattito democratico. Ridurre un candidato di origine straniera al ruolo di “rappresentante della sua comunità” sarebbe un errore tanto quanto escluderlo.
Naturalmente la partecipazione richiede anche una responsabilità. Entrare in politica significa studiare, confrontarsi, conoscere le istituzioni e mettersi al servizio dell’interesse generale. Le proprie origini possono essere una ricchezza, ma non sostituiscono la preparazione e la credibilità.
Penso inoltre che la doppia appartenenza possa rappresentare un valore aggiunto. Sentirsi profondamente italiani non impedisce di mantenere un legame affettivo, culturale e persino progettuale con il Marocco. Al contrario, chi conosce bene entrambe le realtà può contribuire a rafforzare i rapporti economici, culturali e istituzionali tra i due Paesi, costruendo ponti invece di muri.
Il mio auspicio è che, tra qualche anno, non faccia più notizia vedere un sindaco, un parlamentare o un ministro di origine marocchina. Sarà il segno che la società italiana avrà finalmente imparato a giudicare le persone per le loro capacità, il loro impegno e le loro idee, e non per il cognome o le origini familiari. È questo, in fondo, il significato più autentico della cittadinanza: partecipare pienamente alla costruzione del bene comune.
9. All’interno della comunità, le donne affrontano spesso una doppia sfida: l’integrazione nella società italiana e la lotta contro dinamiche patriarcali o di emarginazione interne. Inoltre, preoccupa il fenomeno dei minori non accompagnati vulnerabili allo sfruttamento della criminalità. Come si possono unire le forze, tra associazionismo e istituzioni, per proteggere queste categorie più fragili?
Credo che il punto di partenza sia riconoscere che non esistono risposte semplici a problemi complessi. Le donne e i minori più vulnerabili hanno bisogno di essere accompagnati attraverso una rete di protezione che coinvolga istituzioni, scuola, servizi sociali, associazionismo e comunità. Nessun attore, da solo, può affrontare sfide di questa portata.
Per quanto riguarda le donne, è importante evitare due errori opposti. Il primo è negare che, in alcune realtà, persistano dinamiche patriarcali che limitano la libertà femminile. Il secondo è attribuire queste dinamiche esclusivamente a una determinata cultura o religione. Il patriarcato attraversa società diverse e assume forme differenti. Combatterlo significa investire nell’istruzione, nell’autonomia economica, nella conoscenza dei propri diritti e nella possibilità per ogni donna di scegliere liberamente il proprio percorso di vita.
Alcune donne di origine straniera possono trovarsi esposte a una doppia vulnerabilità: da una parte la discriminazione sociale, lavorativa o razziale incontrata nel Paese in cui vivono; dall’altra dinamiche familiari o comunitarie che ne limitano l’autonomia. Riconoscere questa realtà non significa stigmatizzare un’intera comunità, ma evitare che il timore di alimentare pregiudizi finisca per rendere invisibili le donne che chiedono aiuto.
Lo stesso vale per i minori non accompagnati. Quando un ragazzo arriva in un Paese senza una famiglia, senza riferimenti e spesso dopo esperienze traumatiche, il rischio di essere intercettato dalla criminalità organizzata aumenta enormemente. Per questo la risposta non può essere soltanto repressiva. Servono accoglienza qualificata, percorsi educativi, formazione professionale e un accompagnamento costante che impedisca a questi giovani di cadere nell’emarginazione.
In questo lavoro le associazioni svolgono un ruolo fondamentale, perché conoscono i territori, costruiscono fiducia e intercettano situazioni che spesso sfuggono alle istituzioni. Ma non possiamo delegare tutto al volontariato. Lo Stato deve investire con continuità in politiche sociali, educative e di inclusione, perché la prevenzione è sempre più efficace e meno costosa della gestione dell’emergenza.
Proteggere le persone più fragili non significa soltanto intervenire quando il problema è già esploso. Significa creare le condizioni perché nessuno resti solo. Una società è tanto più forte quanto più riesce a garantire opportunità, diritti e protezione a chi rischia di essere lasciato ai margini. È questa, a mio avviso, la vera misura della qualità di una democrazia.
10. Lei è una voce ferma e razionale contro l’islamofobia e i pregiudizi religiosi. In che modo il giornalismo e la politica possono oggi decostruire la tendenza sistematica ad associare la fede islamica a problematiche di sicurezza nazionale?
Credo che il primo passo sia recuperare una distinzione fondamentale che troppo spesso viene smarrita nel dibattito pubblico:
una cosa è l’Islam come religione professata da milioni di persone, un’altra sono le ideologie islamiste radicali e, in particolare, il jihadismo violento, che rappresenta un’ideologia politica estremista e violenta. Confondere questi due piani significa produrre un grave errore di analisi e, allo stesso tempo, alimentare un pregiudizio nei confronti di un’intera comunità.
Lo dico con la serenità di chi, per molti anni, ha scritto e parlato proprio di radicalismo islamico, di estremismo, di terrorismo e delle sfide che questi fenomeni pongono alle nostre democrazie. Combattere il jihadismo è un dovere dello Stato. Ma proprio per questo è essenziale evitare di trasformare quella lotta in un sospetto generalizzato verso tutti i musulmani. Sarebbe un regalo agli estremisti, che cercano proprio di alimentare la contrapposizione tra Islam e Occidente.
Il giornalismo ha una responsabilità decisiva. Informare significa usare le parole con precisione. Quando un attentato ha una matrice jihadista bisogna chiamarlo con il suo nome, senza ambiguità. Ma allo stesso modo bisogna evitare che ogni fatto di cronaca che coinvolga una persona musulmana venga letto automaticamente attraverso la lente della religione. La fede di una persona è rilevante solo quando lo è realmente per comprendere i fatti, non come scorciatoia narrativa.
Anche la politica dovrebbe abbandonare la tentazione di utilizzare l’Islam come categoria identitaria utile a costruire consenso. La sicurezza è un tema serio e va affrontato con strumenti efficaci, intelligence, cooperazione internazionale, prevenzione della radicalizzazione e integrazione. Trasformare milioni di cittadini musulmani in un problema di sicurezza non rende un Paese più sicuro; rischia invece di alimentare sfiducia, isolamento e tensioni sociali.
L’islamofobia non si combatte negando i problemi legati all’estremismo, così come il terrorismo non si combatte criminalizzando un’intera religione. Entrambe queste scorciatoie producono lo stesso risultato: impediscono di comprendere la realtà. Una democrazia matura deve essere capace di fare entrambe le cose: contrastare con fermezza ogni forma di radicalismo e, allo stesso tempo, difendere la libertà religiosa e la dignità di milioni di cittadini che con quel radicalismo non hanno nulla a che vedere.
11. Le comunità islamiche in Italia hanno compiuto passi storici, come la firma del documento “Via italiana per il dialogo” alla presenza del Presidente della Repubblica. Tuttavia, rimane aperta la questione della formazione degli imam per garantire un discorso religioso moderato e contrastare derive estremiste tra i giovani. Ritiene che le attuali organizzazioni come la Confederazione Islamica Italiana stiano rispondendo efficacemente a queste sfide educative e di rappresentanza?
Negli ultimi anni sono stati compiuti passi importanti nel dialogo tra le istituzioni italiane e le comunità islamiche. Documenti come La Via italiana per il dialogo interreligioso testimoniano la volontà di costruire un rapporto fondato sul reciproco riconoscimento e sul rispetto dei principi costituzionali. È un percorso che considero positivo e che va consolidato.
Detto questo, la questione della formazione degli imam resta centrale. Oggi molti giovani musulmani sono italiani per nascita o per crescita, parlano italiano, studiano nelle scuole italiane e vivono pienamente dentro la società italiana. È naturale che chiedano una guida religiosa capace di comprendere il loro contesto culturale, di parlare la loro lingua e di confrontarsi con le sfide della contemporaneità.
Credo che il tema non sia tanto quale organizzazione rappresenti meglio l’Islam italiano, quanto la necessità di favorire la crescita di una leadership religiosa preparata, autorevole e radicata nel contesto italiano. Imam che conoscano non solo il Corano e la tradizione islamica, ma anche la Costituzione, il diritto, la lingua e la società in cui operano. Questo permette alla pratica religiosa di dialogare con il Paese nel quale milioni di musulmani vivono la propria fede.
Naturalmente il contrasto all’estremismo non può essere delegato soltanto alle comunità religiose. È una responsabilità condivisa che coinvolge lo Stato, la scuola, le famiglie, il mondo dell’associazionismo e la società nel suo insieme. Pensare che la sola formazione degli imam possa risolvere fenomeni complessi come la radicalizzazione sarebbe una semplificazione.
Quanto alle organizzazioni islamiche, credo che abbiano davanti una sfida importante: rafforzare la propria credibilità attraverso trasparenza, rappresentatività e capacità di dialogo, sia con le istituzioni sia con le nuove generazioni. L’Islam italiano sta attraversando una fase di trasformazione profonda e sarà soprattutto la qualità della sua classe dirigente a determinarne il futuro.
Più che chiederci chi rappresenti l’Islam, dovremmo domandarci come accompagnare la crescita di un Islam italiano capace di parlare ai giovani musulmani, che sono già parte integrante della società: un Islam fedele ai propri principi religiosi e, al tempo stesso, pienamente inserito nel quadro democratico e costituzionale del nostro Paese.
12. Il Marocco si appresta a vivere un’importante scadenza elettorale a settembre 2026. Da un lato, la comunità all’estero lamenta ancora l’esclusione dal voto diretto sostituito da quello per delega; dall’altro assistiamo a iniziative sul territorio italiano da parte di partiti marocchini come il recente incontro promosso dal RNI. Quali sono le Sue aspettative per queste elezioni, quale messaggio rivolge ai partiti e ai cittadini, e come valuta il dibattito sulla reale rappresentanza politica della diaspora?
Ogni appuntamento elettorale rappresenta un momento importante per la vita democratica del Marocco, ma credo che questa tornata abbia anche un altro significato: quello di ridefinire il rapporto tra il Paese e la sua diaspora.
Negli ultimi decenni i marocchini residenti all’estero hanno dato un contributo straordinario allo sviluppo del Paese, non soltanto attraverso le rimesse economiche, ma anche grazie alle competenze professionali, agli investimenti, ai rapporti economici e ai legami culturali costruiti nei Paesi in cui vivono. Oggi quella diaspora è profondamente cambiata e può offrire molto più di un sostegno economico.
Per questo considero legittimo il dibattito sulla rappresentanza politica dei marocchini residenti all’estero. Una comunità che contribuisce in modo così significativo alla crescita del Paese ha il diritto di sentirsi ascoltata e coinvolta nelle grandi scelte che riguardano il suo futuro. Le modalità con cui questo obiettivo potrà essere raggiunto appartengono naturalmente al confronto politico marocchino, ma è importante che il tema resti aperto e venga affrontato con coraggio.
Ai partiti rivolgerei un invito: guardare alla diaspora non come a un bacino elettorale da attivare soltanto durante le campagne, ma come a un partner strategico permanente. Il patrimonio di esperienze maturato dai marocchini nel mondo può rappresentare una straordinaria opportunità per accompagnare il percorso di modernizzazione del Paese.
Ai cittadini direi di continuare a partecipare, pur sapendo che nessuna forma di coinvolgimento civile può sostituire pienamente il diritto a una rappresentanza politica diretta. La partecipazione si esprime anche attraverso le idee, le competenze, gli investimenti e l’impegno nei Paesi di residenza, ma il tema del voto e della rappresentanza della diaspora resta una questione politica aperta che merita una risposta chiara.
Sono convinta che il futuro del Marocco passerà anche dalla capacità di valorizzare la propria dimensione globale. Oggi la diaspora non chiede privilegi. Chiede di essere riconosciuta come una componente integrante della nazione, capace di costruire ponti tra il Marocco e il resto del mondo. È una sfida che riguarda non solo la rappresentanza politica, ma la visione stessa del Paese nel XXI secolo.
13. Oggi la comunità marocchina in Italia non è più solo manodopera: contiamo medici, avvocati, ingegneri, accademici e giornalisti di altissimo livello. In che modo il Marocco può valorizzare concretamente questo capitale umano, e ritiene che i partiti politici marocchini abbiano la capacità di attrarre e integrare queste eccellenze nei processi decisionali ed economici del Paese?
Negli ultimi trent’anni la comunità marocchina in Italia è profondamente cambiata. Se la prima generazione ha dato un contributo fondamentale attraverso il lavoro e grandi sacrifici, oggi assistiamo alla crescita di una nuova generazione di professionisti, imprenditori, ricercatori, manager, giornalisti e accademici che rappresentano un patrimonio straordinario di competenze e di relazioni internazionali.
Credo che il Marocco debba compiere un ulteriore salto di qualità nel rapporto con questa diaspora. Per molti anni il legame è stato misurato soprattutto attraverso le rimesse economiche, che restano importanti. Oggi, però, la vera ricchezza è il capitale umano. Le competenze, l’esperienza maturata nei sistemi universitari, nelle imprese, nelle istituzioni e nei mercati internazionali hanno un valore strategico ancora maggiore.
Valorizzare questo patrimonio significa creare strumenti stabili di collaborazione. Non bastano incontri occasionali o iniziative legate alle campagne elettorali. Servono reti permanenti tra diaspora, università, imprese, istituzioni e territori, capaci di favorire investimenti, trasferimento di competenze, innovazione e cooperazione economica. Chi vive all’estero non chiede necessariamente di tornare, ma spesso desidera contribuire allo sviluppo del proprio Paese mettendo a disposizione conoscenze, contatti ed esperienze.
Anche i partiti politici sono chiamati a una riflessione. Se vogliono davvero coinvolgere le eccellenze della diaspora, devono superare una logica puramente simbolica. Non basta invitare qualche professionista a un convegno o valorizzarne la presenza durante una campagna elettorale. Bisogna creare spazi reali di ascolto, di proposta e di partecipazione nei processi decisionali.
Sono convinta che il Marocco abbia oggi un’opportunità straordinaria. La sua diaspora non rappresenta soltanto una comunità all’estero: è una rete globale di competenze, relazioni e conoscenze che può contribuire ad accompagnare la crescita del Paese. La sfida è passare da una visione della diaspora come comunità da sostenere a una visione della diaspora come partner strategico dello sviluppo. È un cambiamento di prospettiva che richiede coraggio, continuità e una visione di lungo periodo.
In questi mesi, lavorando a progetti di cooperazione economica tra imprese italiane e istituzioni marocchine, ho toccato con mano quanto la diaspora possa svolgere un ruolo di ponte. Chi conosce entrambe le realtà non porta soltanto investimenti: porta fiducia, comprensione reciproca e la capacità di tradurre culture economiche e istituzionali diverse. Questo è un valore che nessuna politica di sviluppo dovrebbe sottovalutare.

14. Il Marocco si conferma un partner geopolitico ed economico cruciale per l’Italia e per l’intera UE. In questo contesto, si parla molto del “Piano Mattei” promosso dal governo italiano. Ritiene che questo progetto risponda a una reale logica di partenariato paritario con l’Africa, o rischi di rimanere focalizzato prioritariamente sul contenimento dei flussi migratori?
L’idea di costruire un nuovo rapporto tra Italia e Africa è, a mio avviso, necessaria. Ma c’è una premessa fondamentale: l’Africa non ha bisogno di nuove narrazioni, ha bisogno di partnership credibili. Per troppo tempo il continente africano è stato raccontato quasi esclusivamente attraverso due lenti: quella dell’emergenza migratoria e quella della cooperazione allo sviluppo. Oggi entrambe queste chiavi di lettura sono insufficienti. L’Africa è un continente giovane, dinamico, attraversato da profonde trasformazioni economiche, industriali e geopolitiche, con il quale l’Europa deve costruire una relazione fondata sul rispetto reciproco, sugli interessi condivisi e sulla fiducia.
Per questo motivo credo che non si possa parlare di Africa senza ascoltare i partner africani. Troppo spesso il dibattito europeo continua a essere costruito guardando il continente soltanto attraverso le priorità dell’Europa. Un vero partenariato, invece, nasce dalla capacità di comprendere anche le esigenze, le strategie e le ambizioni dei Paesi africani.
In questo quadro il Marocco occupa una posizione particolare. Non è un semplice beneficiario delle politiche europee, ma un attore regionale, protagonista della cooperazione con l’Africa subsahariana, degli investimenti, della logistica, delle energie rinnovabili e dello sviluppo industriale. Ridurre il rapporto con Rabat alla sola gestione dei flussi migratori significherebbe non coglierne la reale portata strategica.
Per quanto riguarda il Piano Mattei, credo che l’intuizione di rafforzare la cooperazione con i Paesi africani sia condivisibile. Tuttavia, la sua credibilità dipenderà dalla capacità di tradurre quella visione in progetti concreti, investimenti duraturi e partenariati realmente paritari. Un partenariato non può essere costruito esclusivamente sulla necessità europea di contenere i flussi migratori; deve nascere dalla convinzione che lo sviluppo economico, la formazione, l’innovazione e la crescita siano un interesse comune.
L’Italia ha molte competenze da offrire, così come il Marocco e gli altri Paesi africani hanno esperienze, capacità e visioni strategiche che possono arricchire questa collaborazione. Le relazioni internazionali funzionano quando entrambe le parti si riconoscono come interlocutori alla pari, capaci di definire insieme obiettivi e priorità.
Credo che questa sia la vera sfida del Piano Mattei: dimostrare di essere una politica di cooperazione e non soltanto una politica migratoria. Il suo successo non si misurerà negli annunci, ma nella capacità di creare investimenti, occupazione, innovazione e opportunità condivise.
Perché soltanto una cooperazione fondata sulla reciprocità può produrre sviluppo e stabilità sulle due sponde del Mediterraneo.

15. Molti giovani calciatori di origine marocchina cresciuti all’estero scelgono con orgoglio di rappresentare la nazionale dei loro padri, come abbiamo visto nello straordinario percorso mondiale della nazionale marocchina. Pensa che questo forte senso di appartenenza culturale possa convivere pacificamente con una piena integrazione nei Paesi europei di nascita, o vede ancora delle resistenze esterne nell’accettare questa doppia identità?
Assolutamente sì. Anzi, credo che questa domanda ci aiuti a superare un equivoco che accompagna da anni il dibattito sull’integrazione. La doppia appartenenza non è una doppia fedeltà. È una ricchezza.
La straordinaria esperienza della nazionale marocchina ai Mondiali ha emozionato milioni di persone proprio perché ha raccontato una storia nuova: quella di ragazzi cresciuti in diversi Paesi europei che non hanno vissuto la propria identità come una scelta tra due mondi, ma come la possibilità di appartenere a entrambi. Hanno dimostrato che si può essere pienamente europei nella propria vita quotidiana e, allo stesso tempo, profondamente legati alle proprie radici familiari e culturali.
Per molto tempo, invece, in Europa si è guardato con sospetto a questa pluralità di appartenenze, come se mantenere un legame con il Paese d’origine dei propri genitori fosse il segno di un’integrazione incompleta. È una lettura che non corrisponde più alla realtà. Le nuove generazioni vivono identità complesse e plurali, e non per questo sono cittadini meno leali verso il Paese in cui sono nati o cresciuti.
Le resistenze, tuttavia, esistono ancora. Lo vediamo quando l’attaccamento al Paese dei genitori viene interpretato come una prova di mancata integrazione, mentre analoghi legami culturali o familiari sono considerati del tutto naturali per altri cittadini europei. Ai giovani con origini straniere viene spesso chiesta una dimostrazione di fedeltà che agli altri non viene richiesta. È questa asimmetria che dobbiamo superare.
L’integrazione non significa cancellare le proprie origini, ma sentirsi pienamente parte della società in cui si vive, condividendone i diritti, i doveri e i valori democratici. Chiedere a una persona di rinunciare a una parte della propria storia per essere considerata davvero integrata significa partire da un presupposto sbagliato.
Credo che oggi la sfida sia soprattutto culturale. Dobbiamo imparare a considerare la doppia appartenenza non come un problema da risolvere, ma come una risorsa da valorizzare. Chi conosce più lingue, più culture e più mondi può costruire ponti, favorire il dialogo e creare opportunità che altri non vedono.
La storia della nazionale marocchina ci ha ricordato proprio questo: l’identità non è una somma che si divide, ma un patrimonio che si arricchisce. E forse il vero segno di una società matura sarà il giorno in cui nessuno sentirà più il bisogno di chiedere se sia possibile essere pienamente italiani, francesi, belgi o olandesi e, allo stesso tempo, profondamente legati alle proprie origini. Per milioni di persone questa è già la normalità.
16. Per concludere, quale consiglio si sente di dare ai giovani giornalisti di origine straniera che aspirano a fare informazione in Europa, in un’epoca storica caratterizzata da una fortissima polarizzazione del dibattito?
Direi loro, prima di tutto, di non sentirsi mai prigionieri della propria biografia. Le proprie origini possono offrire uno sguardo prezioso sulla realtà, ma non devono trasformarsi in una gabbia professionale. Un giornalista non è il portavoce della comunità da cui proviene, né il rappresentante di una parte. Il suo compito è comprendere, verificare, raccontare e, quando necessario, mettere in discussione anche le certezze del proprio ambiente di appartenenza.
In un tempo dominato dalla polarizzazione, sarà forte la tentazione di chiedervi da che parte state.
Ma il giornalismo non consiste nell’adattare i fatti alle esigenze di una tifoseria. Consiste nel cercare la verità dei fatti, anche quando è scomoda per tutti. Ci saranno momenti in cui verrete considerati troppo critici verso la vostra comunità di origine e altri in cui sarete accusati di essere troppo indulgenti. Se questo accade, non lasciate che siano gli altri a definirvi. Lasciate che sia il vostro lavoro a parlare.
Il consiglio che mi sento di dare è di coltivare il dubbio, lo studio e la curiosità. Non accettate mai di essere invitati nei dibattiti solo perché incarnate un’identità. Pretendete di essere ascoltati per la qualità delle vostre analisi, per la solidità del vostro lavoro e per la credibilità delle vostre fonti.
E soprattutto, non rinunciate mai alla vostra indipendenza. La credibilità di un giornalista si costruisce lentamente e può essere compromessa molto rapidamente. Difenderla richiede coraggio, perché a volte significa pagare un prezzo personale o professionale. Ma è proprio nei momenti più difficili che si comprende il senso più autentico di questo mestiere.
Se c’è una cosa che ho imparato in questi anni è che il giornalismo migliore nasce quando si ha il coraggio di rifiutare le semplificazioni. Non cercate di rappresentare una comunità. Cercate di rappresentare la complessità. È lì che nasce un’informazione capace di costruire ponti invece di scavare nuove divisioni. E, oggi più che mai, è di questo che le nostre democrazie hanno bisogno.

17. Di recente la tragica morte di Abderrahim Fakir ha riaperto un forte dibattito pubblico. Lei ha analizzato con grande profondità il rischio dell’etnicizzazione della cronaca e di come questa narrazione trasformi lo straniero in una minaccia nell’immaginario collettivo. Da giornalista che conosce da vicino il panorama mediatico italiano: quanto ritiene che questo continuo clima mediatico e politico non influenzi più solo l’opinione pubblica, ma finisca per condizionare anche l’operato quotidiano delle forze dell’ordine e delle istituzioni?
La morte di Abderrahim Fakir ha colpito profondamente l’opinione pubblica perché le immagini hanno mostrato un uomo immobilizzato a terra che chiedeva aiuto. Sarà la magistratura ad accertare con rigore cosa sia accaduto e di chi siano le eventuali responsabilità. È fondamentale rispettare il lavoro della giustizia e non sostituirsi alle indagini.
Detto questo, esiste un’altra riflessione che riguarda tutti noi e che prescinde dall’esito dell’inchiesta. Da anni assistiamo a una progressiva etnicizzazione della cronaca. Quando un reato viene raccontato prima di tutto attraverso il nome, la nazionalità, il colore della pelle o la religione di chi lo commette, non stiamo semplicemente fornendo un’informazione: stiamo costruendo un immaginario collettivo. Poco alla volta, lo straniero smette di essere una persona e diventa una categoria associata al pericolo.
Non credo sia corretto affermare che questo determini automaticamente il comportamento delle forze dell’ordine. Sarebbe una semplificazione tanto quanto quelle che critico. Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che un clima culturale e mediatico così persistente non influenzi la percezione sociale dello straniero. Nessuna istituzione vive nel vuoto: anche chi opera con professionalità e senso dello Stato è immerso nello stesso contesto culturale che coinvolge tutti i cittadini.
Per questo il punto non è mettere sotto accusa le istituzioni, ma interrogarsi sulla responsabilità collettiva del linguaggio pubblico. Se per anni alimentiamo l’idea che lo straniero sia anzitutto un problema di sicurezza, finiamo per rendere quella rappresentazione sempre più normale. È proprio questa normalizzazione che dovrebbe preoccuparci, perché modifica il modo in cui una società guarda l’altro.
Ecco perché la ricerca della verità su quanto accaduto ad Abderrahim Fakir è così importante. Non riguarda soltanto un singolo caso, ma la fiducia dei cittadini nello Stato di diritto e nella capacità delle istituzioni di garantire gli stessi diritti e la stessa dignità a ogni persona, indipendentemente dal nome, dall’origine o dal colore della pelle.
18. Ha sottolineato un punto centrale e doloroso: Abderrahim Fakir è cresciuto in Italia fin dall’età di cinque anni, eppure, in quel drammatico momento, è stato ridotto al suo nome e al colore della sua pelle. Come possono la comunità marocchina e la società civile contrastare questa narrazione discriminatoria e garantire che le seconde e terze generazioni non vengano mai più percepite come “cittadini di serie B”?
La prima cosa che dobbiamo fare è cambiare il modo in cui raccontiamo queste storie. Abderrahim Fakir non era semplicemente “un marocchino”. Era un uomo arrivato in Italia da bambino, cresciuto qui, che aveva costruito qui la propria vita. Ridurlo, nel momento della sua morte, esclusivamente alla sua origine significa cancellare una parte fondamentale della sua identità.
È un meccanismo che riguarda molte seconde e terze generazioni. Finché tutto procede normalmente vengono considerate integrate. Ma basta un fatto di cronaca, un nome o un colore della pelle, perché vengano improvvisamente ricondotte a un’origine che sembra prevalere su tutto il resto. È come se l’appartenenza all’Italia restasse sempre condizionata, mai pienamente riconosciuta.
Per questo credo sia importante affermare una verità che spesso fatichiamo ad ammettere. I figli dell’immigrazione sono anche figli dell’Italia. Sono cresciuti nelle nostre scuole, parlano il nostro linguaggio, condividono gli stessi riferimenti culturali e affrontano gli stessi problemi delle periferie, della povertà educativa e delle disuguaglianze sociali. Se alcuni percorsi sfociano nella marginalità o nella violenza, sarebbe un errore attribuirne la responsabilità esclusivamente alle origini familiari o culturali. Sarebbe un modo troppo semplice per assolvere la società italiana da ogni responsabilità.
Contrastare questa narrazione significa allora costruire un nuovo immaginario. Un immaginario in cui un ragazzo con un cognome marocchino non venga percepito come un corpo estraneo, ma come parte della società italiana. È un compito che riguarda la politica, la scuola, i media e naturalmente anche le comunità di origine straniera, che devono continuare a investire nell’educazione, nella partecipazione civica e nella costruzione di una cittadinanza attiva.
Solo quando smetteremo di parlare di “loro” e inizieremo a parlare davvero di “noi” potremo dire di aver superato la logica dei cittadini di serie A e di serie B. Perché la qualità di una democrazia si misura anche dalla capacità di riconoscere come propri tutti i figli che crescono al suo interno, indipendentemente dal cognome che portano.
19. Ha concluso la Sua riflessione con una frase fondamentale: “Senza verità non c’è giustizia. E senza giustizia non c’è fiducia nello Stato”. Come attivista per i diritti umani e figura di riferimento nel dibattito pubblico: quali passi politici e legali ritiene indispensabili affinché casi come quello di Abderrahim non vengano dimenticati e si possa ricostruire un reale rapporto di fiducia tra le comunità straniere e le istituzioni dello Stato?
La fiducia nello Stato non nasce dal chiedere ai cittadini di avere fiducia. Nasce dalla capacità delle istituzioni di dimostrare, con i fatti, che la legge vale per tutti e che ogni vita ha lo stesso valore.
Per questo il primo passo è arrivare fino in fondo nell’accertamento della verità. Le indagini devono poter lavorare in piena autonomia, senza pressioni politiche e senza trasformare un’inchiesta giudiziaria in una battaglia ideologica. Solo una verità riconosciuta come credibile può rappresentare il punto di partenza per qualsiasi ricostruzione del rapporto di fiducia.
Accanto alla verità serve però anche la trasparenza. Le istituzioni non si indeboliscono quando fanno chiarezza sui propri errori; al contrario, dimostrano la forza dello Stato di diritto. È proprio la capacità di riconoscere eventuali responsabilità, quando esistono, a distinguere una democrazia matura da un sistema che pretende obbedienza senza rendere conto delle proprie azioni.
Ma sarebbe un errore fermarsi al singolo episodio. Ogni tragedia dovrebbe diventare un’occasione per interrogarsi su come migliorare la formazione, i protocolli operativi e il rapporto quotidiano tra istituzioni e cittadini, soprattutto nei contesti più complessi. La prevenzione è sempre più efficace della contrapposizione.
Infine, credo sia necessario un cambiamento culturale. Le comunità di origine straniera non devono essere considerate interlocutori da ascoltare solo quando esplode un’emergenza. Devono essere coinvolte stabilmente nei processi di dialogo, perché la fiducia non si costruisce nei momenti di crisi, ma nella normalità delle relazioni.
Chiedere verità e giustizia non significa essere contro le forze dell’ordine o contro lo Stato. Significa, al contrario, credere profondamente nelle istituzioni democratiche e pretendere che siano all’altezza dei principi di uguaglianza e imparzialità su cui si fonda la nostra Costituzione. Solo così ogni cittadino, indipendentemente dalla propria origine, potrà sentirsi davvero tutelato e parte della stessa comunità nazionale.


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