Intervista Esclusiva(Parte2)La giornalista Karima Moual a Italia Telegraph: una visione illuminata tra identità, integrazione e geopolitica

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Da Roma .Intervista a cura di Abdellah Mechnoune 

 

Dopo il grande successo e l’enorme interesse suscitato dalla prima parte della nostra intervista, siamo orgogliosi di presentarvi oggi la seconda parte di questa intervista esclusiva e approfondito.

Oggi abbiamo il grande onore di ospitare su Italia Telegraph la Dott.ssa Karima Moual, una delle firme più autorevoli e delle voci più lucide del panorama giornalistico, televisivo e geopolitico italo-marocchino ed europeo.

Nota per il suo rigore intellettuale e la sua straordinaria capacità di decodificare la complessità della società contemporanea, la Dott.ssa Karima Moual è da anni un punto di riferimento imprescindibile nel dibattito pubblico italiano. Attraverso i suoi editoriali e le sue frequenti partecipazioni ai più importanti talk-show politici, affronta con coraggio e indipendenza temi cruciali quali i flussi migratori, la riforma della cittadinanza, il contrasto all’islamofobia e al razzismo, nonché le delicate dinamiche delle relazioni euro-mediterranee. In questa seconda parte della nostra intervista esclusiva, continueremo ad analizzare insieme a lei le sfide del presente e le prospettive future di un’integrazione reale e paritaria.

Ed ecco a voi la seconda (Parte 2) dell’intervista straordinaria, profonda, stimolante e ricca di spunti con la stimata giornalista e analista, la Dott.ssa Karima Moual.

— I cosiddetti “nuovi italiani” di seconda e terza generazione vivono un’identità plurale che rappresenta una straordinaria risorsa. Tuttavia, spesso faticano a vedere riconosciuta la propria piena appartenenza. Come possono le istituzioni e la società civile valorizzare realmente questo capitale umano?
Credo che il primo passo sia cambiare il modo in cui guardiamo alle seconde e terze generazioni. Per troppo tempo sono state considerate un tema da gestire, quando invece rappresentano una delle più grandi risorse di cui dispone oggi il nostro Paese. Parlano più lingue, conoscono culture diverse, vivono naturalmente tra mondi differenti e possono costruire ponti dove altri vedono soltanto confini.
Per valorizzare questo capitale umano serve innanzitutto un cambiamento culturale. Dobbiamo smettere di chiedere continuamente a questi giovani di dimostrare la loro appartenenza. Chi è nato o cresciuto in Italia non dovrebbe sentirsi costretto, ogni giorno, a giustificare la propria italianità. L’appartenenza non può essere un esame da sostenere continuamente.
Le istituzioni hanno una responsabilità importante. La scuola, l’università, la pubblica amministrazione, il mondo della cultura e dell’informazione dovrebbero essere i luoghi nei quali questa pluralità diventa normale e visibile. Quando i giovani vedono persone con percorsi simili ai loro ricoprire ruoli di responsabilità, comprendono che anche loro possono sentirsi parte del futuro del Paese. La rappresentanza non è una questione simbolica: è uno strumento che genera fiducia e partecipazione.
Anche la società civile è chiamata a fare la propria parte. Le identità plurali non devono essere vissute come un’ambiguità o una doppia fedeltà. Si può essere profondamente legati alle proprie radici familiari e, allo stesso tempo, sentirsi pienamente italiani. Le due dimensioni non si escludono, ma si arricchiscono reciprocamente. La storia europea è fatta di contaminazioni, incontri e appartenenze multiple: negarlo significa negare la nostra stessa storia.
Infine, credo che anche il linguaggio abbia un peso. Da tempo utilizzo l’espressione “nuovi italiani” perché rappresenta, a mio avviso, un passo avanti rispetto a definizioni come “figli di immigrati” o, peggio ancora, “immigrati”, utilizzate anche per persone nate o cresciute in Italia. Le parole non sono mai neutre: possono includere oppure tenere ai margini.
Ma il vero obiettivo è arrivare al giorno in cui non ci sarà più bisogno di alcun aggettivo. In cui sarà naturale parlare semplicemente di cittadini italiani, senza sentire la necessità di specificarne ogni volta l’origine. Molti di questi ragazzi non rappresentano il futuro dell’Italia: sono già il presente. Riconoscerlo non significa fare un favore a qualcuno, ma prendere atto della realtà del Paese che siamo diventati.
— Parallelamente al legame con la patria d’origine, vi è la necessità di incidere nel Paese in cui si vive. Qual è la Sua visione sull’importanza che le eccellenze e i giovani italo-marocchini si impegnino attivamente all’interno dei partiti politici italiani, candidandosi e partecipando alle decisioni locali e nazionali?
Credo che la partecipazione politica rappresenti uno dei più alti livelli di integrazione e di cittadinanza. Per troppo tempo si è pensato che il contributo delle persone di origine straniera dovesse limitarsi al lavoro, all’impresa o all’associazionismo. Ma una democrazia è davvero inclusiva quando tutti i suoi cittadini possono contribuire anche alle decisioni politiche.
Per questo considero fondamentale che sempre più giovani italo-marocchini scelgano di impegnarsi nei partiti, nelle amministrazioni locali, nei consigli comunali, nelle istituzioni e, più in generale, nella vita pubblica. Non perché debbano rappresentare esclusivamente la comunità marocchina, ma perché possano portare competenze, idee e sensibilità che arricchiscono il dibattito democratico. Ridurre un candidato di origine straniera al ruolo di “rappresentante della sua comunità” sarebbe un errore tanto quanto escluderlo.
Naturalmente la partecipazione richiede anche una responsabilità. Entrare in politica significa studiare, confrontarsi, conoscere le istituzioni e mettersi al servizio dell’interesse generale. Le proprie origini possono essere una ricchezza, ma non sostituiscono la preparazione e la credibilità.
Penso inoltre che la doppia appartenenza possa rappresentare un valore aggiunto. Sentirsi profondamente italiani non impedisce di mantenere un legame affettivo, culturale e persino progettuale con il Marocco. Al contrario, chi conosce bene entrambe le realtà può contribuire a rafforzare i rapporti economici, culturali e istituzionali tra i due Paesi, costruendo ponti invece di muri.
Il mio auspicio è che, tra qualche anno, non faccia più notizia vedere un sindaco, un parlamentare o un ministro di origine marocchina. Sarà il segno che la società italiana avrà finalmente imparato a giudicare le persone per le loro capacità, il loro impegno e le loro idee, e non per il cognome o le origini familiari. È questo, in fondo, il significato più autentico della cittadinanza: partecipare pienamente alla costruzione del bene comune.


— All’interno della comunità, le donne affrontano spesso una doppia sfida: l’integrazione nella società italiana e la lotta contro dinamiche patriarcali o di emarginazione interne. Inoltre, preoccupa il fenomeno dei minori non accompagnati vulnerabili allo sfruttamento della criminalità. Come si possono unire le forze, tra associazionismo e istituzioni, per proteggere queste categorie più fragili?
Credo che il punto di partenza sia riconoscere che non esistono risposte semplici a problemi complessi. Le donne e i minori più vulnerabili hanno bisogno di essere accompagnati attraverso una rete di protezione che coinvolga istituzioni, scuola, servizi sociali, associazionismo e comunità. Nessun attore, da solo, può affrontare sfide di questa portata.
Per quanto riguarda le donne, è importante evitare due errori opposti. Il primo è negare che, in alcune realtà, persistano dinamiche patriarcali che limitano la libertà femminile. Il secondo è attribuire queste dinamiche esclusivamente a una determinata cultura o religione. Il patriarcato attraversa società diverse e assume forme differenti. Combatterlo significa investire nell’istruzione, nell’autonomia economica, nella conoscenza dei propri diritti e nella possibilità per ogni donna di scegliere liberamente il proprio percorso di vita.
Alcune donne di origine straniera possono trovarsi esposte a una doppia vulnerabilità: da una parte la discriminazione sociale, lavorativa o razziale incontrata nel Paese in cui vivono; dall’altra dinamiche familiari o comunitarie che ne limitano l’autonomia. Riconoscere questa realtà non significa stigmatizzare un’intera comunità, ma evitare che il timore di alimentare pregiudizi finisca per rendere invisibili le donne che chiedono aiuto.
Lo stesso vale per i minori non accompagnati. Quando un ragazzo arriva in un Paese senza una famiglia, senza riferimenti e spesso dopo esperienze traumatiche, il rischio di essere intercettato dalla criminalità organizzata aumenta enormemente. Per questo la risposta non può essere soltanto repressiva. Servono accoglienza qualificata, percorsi educativi, formazione professionale e un accompagnamento costante che impedisca a questi giovani di cadere nell’emarginazione.
In questo lavoro le associazioni svolgono un ruolo fondamentale, perché conoscono i territori, costruiscono fiducia e intercettano situazioni che spesso sfuggono alle istituzioni. Ma non possiamo delegare tutto al volontariato. Lo Stato deve investire con continuità in politiche sociali, educative e di inclusione, perché la prevenzione è sempre più efficace e meno costosa della gestione dell’emergenza.
Proteggere le persone più fragili non significa soltanto intervenire quando il problema è già esploso. Significa creare le condizioni perché nessuno resti solo. Una società è tanto più forte quanto più riesce a garantire opportunità, diritti e protezione a chi rischia di essere lasciato ai margini. È questa, a mio avviso, la vera misura della qualità di una democrazia.
— Lei è una voce ferma e razionale contro l’islamofobia e i pregiudizi religiosi. In che modo il giornalismo e la politica possono oggi decostruire la tendenza sistematica ad associare la fede islamica a problematiche di sicurezza nazionale?
Credo che il primo passo sia recuperare una distinzione fondamentale che troppo spesso viene smarrita nel dibattito pubblico:
una cosa è l’Islam come religione professata da milioni di persone, un’altra sono le ideologie islamiste radicali e, in particolare, il jihadismo violento, che rappresenta un’ideologia politica estremista e violenta. Confondere questi due piani significa produrre un grave errore di analisi e, allo stesso tempo, alimentare un pregiudizio nei confronti di un’intera comunità.
Lo dico con la serenità di chi, per molti anni, ha scritto e parlato proprio di radicalismo islamico, di estremismo, di terrorismo e delle sfide che questi fenomeni pongono alle nostre democrazie. Combattere il jihadismo è un dovere dello Stato. Ma proprio per questo è essenziale evitare di trasformare quella lotta in un sospetto generalizzato verso tutti i musulmani. Sarebbe un regalo agli estremisti, che cercano proprio di alimentare la contrapposizione tra Islam e Occidente.
Il giornalismo ha una responsabilità decisiva. Informare significa usare le parole con precisione. Quando un attentato ha una matrice jihadista bisogna chiamarlo con il suo nome, senza ambiguità. Ma allo stesso modo bisogna evitare che ogni fatto di cronaca che coinvolga una persona musulmana venga letto automaticamente attraverso la lente della religione. La fede di una persona è rilevante solo quando lo è realmente per comprendere i fatti, non come scorciatoia narrativa.
Anche la politica dovrebbe abbandonare la tentazione di utilizzare l’Islam come categoria identitaria utile a costruire consenso. La sicurezza è un tema serio e va affrontato con strumenti efficaci, intelligence, cooperazione internazionale, prevenzione della radicalizzazione e integrazione. Trasformare milioni di cittadini musulmani in un problema di sicurezza non rende un Paese più sicuro; rischia invece di alimentare sfiducia, isolamento e tensioni sociali.
L’islamofobia non si combatte negando i problemi legati all’estremismo, così come il terrorismo non si combatte criminalizzando un’intera religione. Entrambe queste scorciatoie producono lo stesso risultato: impediscono di comprendere la realtà. Una democrazia matura deve essere capace di fare entrambe le cose: contrastare con fermezza ogni forma di radicalismo e, allo stesso tempo, difendere la libertà religiosa e la dignità di milioni di cittadini che con quel radicalismo non hanno nulla a che vedere.
–. Le comunità islamiche in Italia hanno compiuto passi storici, come la firma del documento “Via italiana per il dialogo” alla presenza del Presidente della Repubblica. Tuttavia, rimane aperta la questione della formazione degli imam per garantire un discorso religioso moderato e contrastare derive estremiste tra i giovani. Ritiene che le attuali organizzazioni come la Confederazione Islamica Italiana stiano rispondendo efficacemente a queste sfide educative e di rappresentanza?
Negli ultimi anni sono stati compiuti passi importanti nel dialogo tra le istituzioni italiane e le comunità islamiche. Documenti come La Via italiana per il dialogo interreligioso testimoniano la volontà di costruire un rapporto fondato sul reciproco riconoscimento e sul rispetto dei principi costituzionali. È un percorso che considero positivo e che va consolidato.
Detto questo, la questione della formazione degli imam resta centrale. Oggi molti giovani musulmani sono italiani per nascita o per crescita, parlano italiano, studiano nelle scuole italiane e vivono pienamente dentro la società italiana. È naturale che chiedano una guida religiosa capace di comprendere il loro contesto culturale, di parlare la loro lingua e di confrontarsi con le sfide della contemporaneità.
Credo che il tema non sia tanto quale organizzazione rappresenti meglio l’Islam italiano, quanto la necessità di favorire la crescita di una leadership religiosa preparata, autorevole e radicata nel contesto italiano. Imam che conoscano non solo il Corano e la tradizione islamica, ma anche la Costituzione, il diritto, la lingua e la società in cui operano. Questo permette alla pratica religiosa di dialogare con il Paese nel quale milioni di musulmani vivono la propria fede.
Naturalmente il contrasto all’estremismo non può essere delegato soltanto alle comunità religiose. È una responsabilità condivisa che coinvolge lo Stato, la scuola, le famiglie, il mondo dell’associazionismo e la società nel suo insieme. Pensare che la sola formazione degli imam possa risolvere fenomeni complessi come la radicalizzazione sarebbe una semplificazione.
Quanto alle organizzazioni islamiche, credo che abbiano davanti una sfida importante: rafforzare la propria credibilità attraverso trasparenza, rappresentatività e capacità di dialogo, sia con le istituzioni sia con le nuove generazioni. L’Islam italiano sta attraversando una fase di trasformazione profonda e sarà soprattutto la qualità della sua classe dirigente a determinarne il futuro.
Più che chiederci chi rappresenti l’Islam, dovremmo domandarci come accompagnare la crescita di un Islam italiano capace di parlare ai giovani musulmani, che sono già parte integrante della società: un Islam fedele ai propri principi religiosi e, al tempo stesso, pienamente inserito nel quadro democratico e costituzionale del nostro Paese.
— Il Marocco si appresta a vivere un’importante scadenza elettorale a settembre 2026. Da un lato, la comunità all’estero lamenta ancora l’esclusione dal voto diretto sostituito da quello per delega; dall’altro assistiamo a iniziative sul territorio italiano da parte di partiti marocchini come il recente incontro promosso dal RNI. Quali sono le Sue aspettative per queste elezioni, quale messaggio rivolge ai partiti e ai cittadini, e come valuta il dibattito sulla reale rappresentanza politica della diaspora?
Ogni appuntamento elettorale rappresenta un momento importante per la vita democratica del Marocco, ma credo che questa tornata abbia anche un altro significato: quello di ridefinire il rapporto tra il Paese e la sua diaspora.
Negli ultimi decenni i marocchini residenti all’estero hanno dato un contributo straordinario allo sviluppo del Paese, non soltanto attraverso le rimesse economiche, ma anche grazie alle competenze professionali, agli investimenti, ai rapporti economici e ai legami culturali costruiti nei Paesi in cui vivono. Oggi quella diaspora è profondamente cambiata e può offrire molto più di un sostegno economico.
Per questo considero legittimo il dibattito sulla rappresentanza politica dei marocchini residenti all’estero. Una comunità che contribuisce in modo così significativo alla crescita del Paese ha il diritto di sentirsi ascoltata e coinvolta nelle grandi scelte che riguardano il suo futuro. Le modalità con cui questo obiettivo potrà essere raggiunto appartengono naturalmente al confronto politico marocchino, ma è importante che il tema resti aperto e venga affrontato con coraggio.
Ai partiti rivolgerei un invito: guardare alla diaspora non come a un bacino elettorale da attivare soltanto durante le campagne, ma come a un partner strategico permanente. Il patrimonio di esperienze maturato dai marocchini nel mondo può rappresentare una straordinaria opportunità per accompagnare il percorso di modernizzazione del Paese.
Ai cittadini direi di continuare a partecipare, pur sapendo che nessuna forma di coinvolgimento civile può sostituire pienamente il diritto a una rappresentanza politica diretta. La partecipazione si esprime anche attraverso le idee, le competenze, gli investimenti e l’impegno nei Paesi di residenza, ma il tema del voto e della rappresentanza della diaspora resta una questione politica aperta che merita una risposta chiara.
Sono convinta che il futuro del Marocco passerà anche dalla capacità di valorizzare la propria dimensione globale. Oggi la diaspora non chiede privilegi. Chiede di essere riconosciuta come una componente integrante della nazione, capace di costruire ponti tra il Marocco e il resto del mondo. È una sfida che riguarda non solo la rappresentanza politica, ma la visione stessa del Paese nel XXI secolo.
— Oggi la comunità marocchina in Italia non è più solo manodopera: contiamo medici, avvocati, ingegneri, accademici e giornalisti di altissimo livello. In che modo il Marocco può valorizzare concretamente questo capitale umano, e ritiene che i partiti politici marocchini abbiano la capacità di attrarre e integrare queste eccellenze nei processi decisionali ed economici del Paese?
Negli ultimi trent’anni la comunità marocchina in Italia è profondamente cambiata. Se la prima generazione ha dato un contributo fondamentale attraverso il lavoro e grandi sacrifici, oggi assistiamo alla crescita di una nuova generazione di professionisti, imprenditori, ricercatori, manager, giornalisti e accademici che rappresentano un patrimonio straordinario di competenze e di relazioni internazionali.
Credo che il Marocco debba compiere un ulteriore salto di qualità nel rapporto con questa diaspora. Per molti anni il legame è stato misurato soprattutto attraverso le rimesse economiche, che restano importanti. Oggi, però, la vera ricchezza è il capitale umano. Le competenze, l’esperienza maturata nei sistemi universitari, nelle imprese, nelle istituzioni e nei mercati internazionali hanno un valore strategico ancora maggiore.
Valorizzare questo patrimonio significa creare strumenti stabili di collaborazione. Non bastano incontri occasionali o iniziative legate alle campagne elettorali. Servono reti permanenti tra diaspora, università, imprese, istituzioni e territori, capaci di favorire investimenti, trasferimento di competenze, innovazione e cooperazione economica. Chi vive all’estero non chiede necessariamente di tornare, ma spesso desidera contribuire allo sviluppo del proprio Paese mettendo a disposizione conoscenze, contatti ed esperienze.
Anche i partiti politici sono chiamati a una riflessione. Se vogliono davvero coinvolgere le eccellenze della diaspora, devono superare una logica puramente simbolica. Non basta invitare qualche professionista a un convegno o valorizzarne la presenza durante una campagna elettorale. Bisogna creare spazi reali di ascolto, di proposta e di partecipazione nei processi decisionali.
Sono convinta che il Marocco abbia oggi un’opportunità straordinaria. La sua diaspora non rappresenta soltanto una comunità all’estero: è una rete globale di competenze, relazioni e conoscenze che può contribuire ad accompagnare la crescita del Paese. La sfida è passare da una visione della diaspora come comunità da sostenere a una visione della diaspora come partner strategico dello sviluppo. È un cambiamento di prospettiva che richiede coraggio, continuità e una visione di lungo periodo.
In questi mesi, lavorando a progetti di cooperazione economica tra imprese italiane e istituzioni marocchine, ho toccato con mano quanto la diaspora possa svolgere un ruolo di ponte. Chi conosce entrambe le realtà non porta soltanto investimenti: porta fiducia, comprensione reciproca e la capacità di tradurre culture economiche e istituzionali diverse. Questo è un valore che nessuna politica di sviluppo dovrebbe sottovalutare.

— Il Marocco si conferma un partner geopolitico ed economico cruciale per l’Italia e per l’intera UE. In questo contesto, si parla molto del “Piano Mattei” promosso dal governo italiano. Ritiene che questo progetto risponda a una reale logica di partenariato paritario con l’Africa, o rischi di rimanere focalizzato prioritariamente sul contenimento dei flussi migratori?
L’idea di costruire un nuovo rapporto tra Italia e Africa è, a mio avviso, necessaria. Ma c’è una premessa fondamentale: l’Africa non ha bisogno di nuove narrazioni, ha bisogno di partnership credibili. Per troppo tempo il continente africano è stato raccontato quasi esclusivamente attraverso due lenti: quella dell’emergenza migratoria e quella della cooperazione allo sviluppo. Oggi entrambe queste chiavi di lettura sono insufficienti. L’Africa è un continente giovane, dinamico, attraversato da profonde trasformazioni economiche, industriali e geopolitiche, con il quale l’Europa deve costruire una relazione fondata sul rispetto reciproco, sugli interessi condivisi e sulla fiducia.
Per questo motivo credo che non si possa parlare di Africa senza ascoltare i partner africani. Troppo spesso il dibattito europeo continua a essere costruito guardando il continente soltanto attraverso le priorità dell’Europa. Un vero partenariato, invece, nasce dalla capacità di comprendere anche le esigenze, le strategie e le ambizioni dei Paesi africani.
In questo quadro il Marocco occupa una posizione particolare. Non è un semplice beneficiario delle politiche europee, ma un attore regionale, protagonista della cooperazione con l’Africa subsahariana, degli investimenti, della logistica, delle energie rinnovabili e dello sviluppo industriale. Ridurre il rapporto con Rabat alla sola gestione dei flussi migratori significherebbe non coglierne la reale portata strategica.
Per quanto riguarda il Piano Mattei, credo che l’intuizione di rafforzare la cooperazione con i Paesi africani sia condivisibile. Tuttavia, la sua credibilità dipenderà dalla capacità di tradurre quella visione in progetti concreti, investimenti duraturi e partenariati realmente paritari. Un partenariato non può essere costruito esclusivamente sulla necessità europea di contenere i flussi migratori; deve nascere dalla convinzione che lo sviluppo economico, la formazione, l’innovazione e la crescita siano un interesse comune.
L’Italia ha molte competenze da offrire, così come il Marocco e gli altri Paesi africani hanno esperienze, capacità e visioni strategiche che possono arricchire questa collaborazione. Le relazioni internazionali funzionano quando entrambe le parti si riconoscono come interlocutori alla pari, capaci di definire insieme obiettivi e priorità.
Credo che questa sia la vera sfida del Piano Mattei: dimostrare di essere una politica di cooperazione e non soltanto una politica migratoria. Il suo successo non si misurerà negli annunci, ma nella capacità di creare investimenti, occupazione, innovazione e opportunità condivise.
Perché soltanto una cooperazione fondata sulla reciprocità può produrre sviluppo e stabilità sulle due sponde del Mediterraneo.

— Molti giovani calciatori di origine marocchina cresciuti all’estero scelgono con orgoglio di rappresentare la nazionale dei loro padri, come abbiamo visto nello straordinario percorso mondiale della nazionale marocchina. Pensa che questo forte senso di appartenenza culturale possa convivere pacificamente con una piena integrazione nei Paesi europei di nascita, o vede ancora delle resistenze esterne nell’accettare questa doppia identità?
Assolutamente sì. Anzi, credo che questa domanda ci aiuti a superare un equivoco che accompagna da anni il dibattito sull’integrazione. La doppia appartenenza non è una doppia fedeltà. È una ricchezza.
La straordinaria esperienza della nazionale marocchina ai Mondiali ha emozionato milioni di persone proprio perché ha raccontato una storia nuova: quella di ragazzi cresciuti in diversi Paesi europei che non hanno vissuto la propria identità come una scelta tra due mondi, ma come la possibilità di appartenere a entrambi. Hanno dimostrato che si può essere pienamente europei nella propria vita quotidiana e, allo stesso tempo, profondamente legati alle proprie radici familiari e culturali.
Per molto tempo, invece, in Europa si è guardato con sospetto a questa pluralità di appartenenze, come se mantenere un legame con il Paese d’origine dei propri genitori fosse il segno di un’integrazione incompleta. È una lettura che non corrisponde più alla realtà. Le nuove generazioni vivono identità complesse e plurali, e non per questo sono cittadini meno leali verso il Paese in cui sono nati o cresciuti.
Le resistenze, tuttavia, esistono ancora. Lo vediamo quando l’attaccamento al Paese dei genitori viene interpretato come una prova di mancata integrazione, mentre analoghi legami culturali o familiari sono considerati del tutto naturali per altri cittadini europei. Ai giovani con origini straniere viene spesso chiesta una dimostrazione di fedeltà che agli altri non viene richiesta. È questa asimmetria che dobbiamo superare.
L’integrazione non significa cancellare le proprie origini, ma sentirsi pienamente parte della società in cui si vive, condividendone i diritti, i doveri e i valori democratici. Chiedere a una persona di rinunciare a una parte della propria storia per essere considerata davvero integrata significa partire da un presupposto sbagliato.
Credo che oggi la sfida sia soprattutto culturale. Dobbiamo imparare a considerare la doppia appartenenza non come un problema da risolvere, ma come una risorsa da valorizzare. Chi conosce più lingue, più culture e più mondi può costruire ponti, favorire il dialogo e creare opportunità che altri non vedono.
La storia della nazionale marocchina ci ha ricordato proprio questo: l’identità non è una somma che si divide, ma un patrimonio che si arricchisce. E forse il vero segno di una società matura sarà il giorno in cui nessuno sentirà più il bisogno di chiedere se sia possibile essere pienamente italiani, francesi, belgi o olandesi e, allo stesso tempo, profondamente legati alle proprie origini. Per milioni di persone questa è già la normalità.
— Per concludere, quale consiglio si sente di dare ai giovani giornalisti di origine straniera che aspirano a fare informazione in Europa, in un’epoca storica caratterizzata da una fortissima polarizzazione del dibattito?
Direi loro, prima di tutto, di non sentirsi mai prigionieri della propria biografia. Le proprie origini possono offrire uno sguardo prezioso sulla realtà, ma non devono trasformarsi in una gabbia professionale. Un giornalista non è il portavoce della comunità da cui proviene, né il rappresentante di una parte. Il suo compito è comprendere, verificare, raccontare e, quando necessario, mettere in discussione anche le certezze del proprio ambiente di appartenenza.
In un tempo dominato dalla polarizzazione, sarà forte la tentazione di chiedervi da che parte state.
Ma il giornalismo non consiste nell’adattare i fatti alle esigenze di una tifoseria. Consiste nel cercare la verità dei fatti, anche quando è scomoda per tutti. Ci saranno momenti in cui verrete considerati troppo critici verso la vostra comunità di origine e altri in cui sarete accusati di essere troppo indulgenti. Se questo accade, non lasciate che siano gli altri a definirvi. Lasciate che sia il vostro lavoro a parlare.
Il consiglio che mi sento di dare è di coltivare il dubbio, lo studio e la curiosità. Non accettate mai di essere invitati nei dibattiti solo perché incarnate un’identità. Pretendete di essere ascoltati per la qualità delle vostre analisi, per la solidità del vostro lavoro e per la credibilità delle vostre fonti.
E soprattutto, non rinunciate mai alla vostra indipendenza. La credibilità di un giornalista si costruisce lentamente e può essere compromessa molto rapidamente. Difenderla richiede coraggio, perché a volte significa pagare un prezzo personale o professionale. Ma è proprio nei momenti più difficili che si comprende il senso più autentico di questo mestiere.
Se c’è una cosa che ho imparato in questi anni è che il giornalismo migliore nasce quando si ha il coraggio di rifiutare le semplificazioni. Non cercate di rappresentare una comunità. Cercate di rappresentare la complessità. È lì che nasce un’informazione capace di costruire ponti invece di scavare nuove divisioni. E, oggi più che mai, è di questo che le nostre democrazie hanno bisogno.

 


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