L’architettura del rinnovamento e della mediazione cognitiva nei contesti di migrazione e integrazione
Abdellah Mechnoune
Giornalista e scrittore,
interessato a migrazioni,
questioni arabe e pensiero islamico.
Il sistema giuridico islamico si intreccia, nella sua essenza strutturale, con le aspirazioni dell’essere umano, muovendosi con eccezionale flessibilità per ordinare le priorità esistenziali e regolare i percorsi di stabilità umana in tempi e luoghi diversi. Questo ampio orizzonte teleologico / Maqasid/ che scaturisce dall’esame induttivo dei testi coranici globali e dei loro principi generali, si manifesta oggi come un’urgente necessità cognitiva e metodologica nel pensiero islamico contemporaneo, in particolare decostruendo le questioni emergenti ( fikh nawazil) che interpellano le comunità e la nuova generazione di musulmani nei paesi d’emigrazione e nelle società occidentali. L’approccio al testo sacro secondo la dicotomia delle dispense (rokhsaرخصة) e dei precetti rigorosi (‘azimaعزيمة), anteponendo la giurisprudenza della facilitazione (taysirتيسير) a quella del rigore, non è più una mera opzione secondaria o un lusso accademico a disposizione del ricercatore, bensì è divenuto uno strumento strutturale per consentire al musulmano espatriato di realizzare una precisa equazione di civiltà. Essa coniuga, da un lato, la preservazione dei fondamenti dell’identità dogmatica e legislativa e, dall’altro, un contributo creativo e proficuo nello spazio civile e giuridico ospitante.
La formulazione di una teoria giuridica (fiqh) contemporanea che affronti le questioni delle minoranze musulmane all’estero richiede profondità nel fondamento teorico e un’indagine rigorosa delle conseguenze pratiche. La giurisprudenza non è più un semplice richiamo di sentenze preconfezionate dai testi tradizionali, bensì un processo interpretativo complesso (ijtihad) in cui la testualità dottrinale si unisce al realismo sociologico. Questo retto cammino giuridico non nasce dal nulla, ma fonda la propria legittimità su testi categorici che esortano a sollevare il disagio e allontanare le difficoltà dai credenti, considerando che la Sharia è stata edificata sul conseguimento dei reali interessi umani e sulla prevenzione del danno nella vita delle persone. Di conseguenza, la giurisprudenza della moderazione e del rinnovamento non significa affatto l’abbandono dei doveri religiosi o il compiacimento del materialismo moderno forzando l’interpretazione dei testi per giustificare una determinata realtà; si tratta, al contrario, di una rigorosa applicazione delle regole metodologiche riconosciute, volte a soppesare le questioni sul bilancio del contesto, della realtà e dell’ambiente di vita.
Dal punto di vista metodologico, l’applicazione della giurisprudenza della facilitazione nelle società d’emigrazione si basa sull’attivazione delle grandi massime giuridiche e dei cinque obiettivi universali (i cinque valori protetti). Pertanto, il giurista ricercatore, quando esamina i casi delle comunità, non si limita a uno sguardo superficiale al testo, ma applica regole consolidate, come “l’assimilazione del bisogno generale alla necessità assoluta”. Si tratta di un principio che apre la strada all’attenuazione delle norme in materia di transazioni finanziarie, proprietà immobiliare, impieghi pubblici e integrazione politica e civile, purché ciò non configga con testi di assoluta certezza documentale e interpretativa. In questo contesto, emerge altresì l’importanza di rispettare le consuetudini locali (‘urf) dei paesi ospitanti; le legislazioni e le tradizioni sociali occidentali divengono, nel bilancio dell’interpretazione istituzionale, dati oggettivi che devono essere analizzati per comprendere il fondamento della norma sciaraitica. Su questa base, si opera una distinzione cruciale tra i principi immutabili, che costituiscono il nucleo dell’identità islamica, e le ramificazioni interpretative e congetturali, che mutano col mutare del tempo, dello spazio e delle circostanze. Ciò protegge la coscienza religiosa delle nuove generazioni dalla scissione interiore o dal senso di colpa verso il proprio ambiente quotidiano, impedendo loro di cadere nella trappola dell’isolamento intellettuale o, al contrario, dell’assimilazione totale e della perdita della bussola valoriale.
Questa facilitazione legislativa nell’esegesi si accompagna alla necessità di avviare una rivoluzione nei meccanismi del discorso comunicativo e dialogico rivolto alle società umane moderne. Le istituzioni islamiche e gli intellettuali in Occidente devono abbandonare la retorica del vittimismo storico e dell’auto-isolamento passivo, evitando l’eccessivo richiamo alle narrazioni escatologiche sulla discordia (fitan) e sull’estraniazione della fede, che generano frustrazione e apatia nell’animo dei giovani. L’alternativa professionale e lungimirante risiede nell’architettura di un discorso di civiltà che diffonda speranza, evidenziando gli aspetti costruttivi e ottimistici dell’Islam quale partner nella stabilità della pace sociale, nel consolidamento dei valori di cittadinanza e nella tutela del patrimonio comune dell’umanità. Questa transizione richiede l’uso professionale degli strumenti digitali moderni e dei linguaggi contemporanei per aprire canali di dialogo accademico autorevole e fondato sul rispetto reciproco. Ciò contribuisce a presentare l’Islam come una forza etica e di sviluppo viva, capace di trasformare la presenza islamica all’estero da una mera presenza demografica e numerica transitoria a un contributo di civiltà attivo. Un contributo che dimostri concretamente come il messaggio islamico sia un messaggio di misericordia, dialogo e mitezza per l’umanità intera, capace di comprendere i mutamenti dell’epoca senza rinunciare all’essenza della Rivelazione e ai suoi parametri immutabili.
Alla luce di quanto esposto, la responsabilità storica e di civiltà che grava sui musulmani nelle società occidentali richiede il passaggio da una posizione di auto-isolamento e difesa a un orizzonte di contributo e costruzione. Il dovere del momento presente li esorta a incarnare i valori dell’Islam nel comportamento quotidiano e nelle relazioni umane, agendo come ambasciatori di un messaggio il cui fine è la misericordia e il bene comune. Di conseguenza, l’adesione ai principi dogmatici e ai valori morali non costituisce un ostacolo a un’integrazione positiva e a una cittadinanza attiva, bensì rappresenta la linfa intellettuale che conferisce profondità e maturità alla loro presenza. Il rispetto delle leggi locali, la partecipazione allo sviluppo delle società ospitanti e l’apertura di canali di dialogo cognitivo, sia digitale che reale, sono tutti strumenti strutturali che rendono la presenza islamica in Occidente un valore aggiunto qualitativo, che arricchisce il patrimonio comune dell’umanità e dimostra, nei fatti, che l’identità giuridica è flessibile, rinnovabile e inclusiva verso ogni ambiente e tempo, senza assimilazione o alienazione.
“Questo approccio si ispira ai fondamenti della scuola contemporanea dei Maqasid e della giurisprudenza della moderazione ( ad esempio: Y. Al-Qaradawi, Fiqh della moderazione islamica e del rinnovamento).”






English
Español
Deutsch
Français
العربية