ITALIATELEGRAPH: PASSI NELLA GIUSTA DIREZIONE

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Paolo Branca

 

 

1. La situazione

Come già ricordato in un importante convegno tenutosi ad al-Azhar su “Libertà, cittadinanza, diversità e integrazione e ribadito con forza nel “Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, noto come dichiarazione di Abu Dhabi, soltanto il superamento dello stesso concetto di minoranza a favore di una cittadinanza fatta di diritti e doveri eguali e garantiti per tutti sarebbe in grado di offrire una via d’uscita credibile alla crisi sistemica che ormai sta mettendo alla prova il mondo intero.

In particolare in Italia, paese a lungo omogeneo dal punto di vista etnico e religioso, le migrazioni sono state un fenomeno del tutto nuovo che ha generato un pluralismo allo stesso tempo carico di problematiche e ricco di opportunità.
Specialmente nel caso degli immigrati arabi e/o musulmani, da decenni si riscontrano più polemiche che buone pratiche. Da un lato entrambi eravamo impreparati, ma non mancano divisione, divisioni interne, strumentalizzazioni da una parte come dall’altra.
Ma la cosa più preoccupante è un’altra: il rapporto coi paesi e il mondo d’origine. Da un lato è inevitabile, specie per le prime generazioni, il mantenimento di forti relazioni e anche per le nuove che hanno là amici e parenti non è affatto una cosa negativa: non soltanto le rimesse aiutano numerosissimi a sopravvivere, ma anche gli scambi di esperienze sono potenzialmente utili a entrambi. Se passiamo a considerare invece le affinità di idee e prassi di gruppi fortemente ideologizzati e il sostegno economico che giunge da determinate fonti si apre un capitolo delicato e complesso. Intendiamoci, non mi sorprende né scandalizza che sia da individui sia da istituzioni islamiche estere o internazionali possan giungere entusiasmo e aiuti in un’opera anche di proselitismo in qualsiasi parte del mondo. Le grandi religioni missionarie lo han sempre fatto e continueranno in qualche misura a operare anche in tal senso. Quello che preoccupa è un fenomeno di ‘torsione’ manifesto e trasversale. Già presente da tempo, si è evidenziato soprattutto nel ‘dopo’ Primavere arabe. Senza giungere necessariamente a posizioni confinanti con deviazioni terroristiche libri, filmati e materiale propagandistico diffuso da decenni in molti ‘centri’ islamici è chiaramente, per autori e orientamenti, tipico della propaganda radicale che dall’Egitto al Pakistan ha avuto i suoi ‘profeti’ maggiori attorno alla metà del ‘900. E’ così fin dai tempi delle prime pubblicazioni anche in italiano che gli studenti musulmani associati all’università per stranieri di Perugia. Alcuni di loro hanno poi conseguito lauree e si sono professionalmente affermati e anche grazie a questo binomio di militanza-successo lavorativo hanno lasciato la loro impronta fino a oggi in realtà islamiche organizzate su tutto il territorio nazionale. La generazione seguente ha visto inevitabilmente nei padri fondatori almeno un modello di dedizione e d’impegno di cui va giustamente fiera, anche se ha poi impostato il proprio percorso almeno iniziale in forme differenti. Dopo lo sconvolgimento delle cosiddette Primavere arabe alcuni odiati e odiosi regimi sono finalmente crollati sotto il peso delle loro stesse contraddizioni, dopo decenni e decenni di vana attesa. La legittima soddisfazione di tanti, per alcuni è presto divenuta l’occasione per vagheggiare una svolta ‘islamista’, ossia la presa del potere da parte di movimenti con cui si sentono da sempre in sintonia, con la vittoria del celebre slogan “L’islam è la soluzione” (sottintendendo che né il modello socialista né quello liberal-democratico possano essere adeguati ai paesi d’origine). Un riallineamento generale degli addetti ai lavori ne è stata una delle conseguenze, influenzando anche le legittime rivendicazioni locali (quali quella di avere luoghi di culto adeguati) che si son presentate come occasioni di rilanciare un progetto di egemonia nel quadro dell’associazionismo musulmano in Italia.

Non avere un modello ‘forte’ come Francia e Gran Bretagna, in Italia può essere un vantaggio, cullarsi però nell’illusione che ciò basti per non averne alcuno è da stupidi.
Finanziare luoghi di culto e di aggregazione fortemente connotati dal punto di vista ideologico anche in Occidente non è che la prosecuzione di una consolidata politica che punta all’egemonia all’interno dello stesso islam da svariati decenni. Interessi energetici e geostrategici hanno indotto i partner occidentali delle petromonarchie del Golfo a chiudere occhi, naso e orecchi su questa deriva, salvo trovarsi a dover fare i conti con le sue metastasi un po’ ovunque e persino in casa propria. Regimi autocratici e illiberali, purché fedeli negli interessi che contano, sono stati preferiti a forme di governo più aperte che consentissero almeno una certa evoluzione della società civile lungo un arco che va dal Marocco all’Indonesia. Lasciare intanto che paesi certamente non governati da galantuomini, come l’Iraq, la Siria e la Libia, finissero nel caos nonostante avessero almeno servizi scolastici e sanitari di buon livello rientra più nel novero dei crimini che delle valutazioni di realpolitik, soprattutto per l’Europa che ne sta subendo le dirette e inevitabili conseguenze. Il rinnovato protagonismo della Russia di Putin nel Mediterraneo e le paranoie della Turchia neo-ottomanista si sono abilmente infilate nelle miserie di un Occidente incapace di ritrovarsi un ruolo dopo la fine della Guerra Fredda e ormai ostaggio permanente di spregiudicati finanzieri cui nessuno pare sappia o voglia mettere dei limiti.

E’ assai raro trovare significativi sforzi di generosi sponsor per promuovere almeno una maggior conoscenza dell’islam come civiltà, con le sua arti, letterature e contributi alle scienze. Non si riscontra alcun impegno per la promozione umana degli immigrati musulmani in Europa, né decisi interventi umanitari nelle zone di crisi in cui son soprattutto fedeli dell’islam a perdere la vita. Anzi, il sostegno a milizie di ogni genere (ormai prevalentemente di stampo banditesco) è piuttosto la regola e l’inevitabile esito è un’impressionante recrudescenza del settarismo intra-musulmano.

Un islam in pericolo, dunque, piuttosto che pericoloso o tale in quanto profondamente lacerato e in crisi. Il guaio ai miei occhi maggiore è che alcune rilevanti questioni che lo travagliano al suo interno potrebbero trovare proprio in terra d’emigrazione le condizioni migliori per essere affrontate con elaborazioni originali purtroppo inagibili nei paesi d’origine.

Se cominciamo a mettere in conto le poche cose fatte, e male, insieme alle molte neppure tentate il bilancio risulta piuttosto deludente. L’impreparazione iniziale non può più esser messa in conto, dopo oltre un trentennio di esperienza, mentre perdurano e crescono tipici rimpalli di responsabilità fra enti locali e nazionali, si alternano dichiarazioni retoriche e battute da osteria, prosperano individui che come un disco rotto non fanno che ripetere le stesse cose a unico vantaggio di polemiche tanto spettacolarizzate quanto inconcludenti.

Alzare lo sguardo sul campo per vedere cosa c’è da fare è compito di operai intenzionati a coltivare la messe. Sul ruolo di leader parolai, inutili quando non dannosi, si scatenano furiose battaglie mentre il raccolto rischia di andare in malora. Non mancherebbero braccia disponibili e pure capaci, ma lasciarle al volontariato è criminale: ne conosco ormai parecchi, alcuni stanno addirittura invecchiando nei meandri labirintici di ruoli vergognosamente sottopagati. Progetti perfettamente sostenibili e addirittura remunerativi sono sistematicamente ignorati mentre fiumi di denaro sostengono iniziative bizzarre, mal concepite e peggio realizzate da chi ha qualche santo in paradiso.
Che dire, poi, delle innumerevoli opere educative e assistenziali della chiesa che operano più o meno da un secolo in tanti paesi da cui provengono gran parte degli immigrati musulmani?

Il loro silenzio assordante sul destino di queste persone desta sorpresa e imbarazzo: gemellaggi, scambio di personale e di utenti, almeno qualche consiglio sulle prassi più promettenti? Anche là siamo al babysitteraggio per chi se lo può permettere? Nulla andrà certamente perso di quanto si fa con gratuità e dedizione, al prezzo di vite intere spese generosamente, ma proprio per questo è intollerabile che non si trovi il modo di approfittarne da entrambi i lati. Avremmo tanto da imparare gli uni dagli altri!

2. La mia esperienza

Se qualcuno non fan il suo mestiere, io cerco di fare il mio. Insignificante e nascosto, come è bene che sia. Quello ufficiale e pubblico lo lascerei ad altri, pagati per questo, ma non meno disorientati di me nella giungla delle burocrazie che dichiarano tutto vietato, salvo poi lasciar perdere per motivi incomprensibili, nel migliore dei casi.
Ho dovuto anche assistere alcuni lavoratori immigrati sfruttati e truffati da loro stessi connazionali che lucrano sulla loro posizione di dipendenza e bisogno, accumulando fortune senza regolari contratti ed evadendo le tasse e mi son dovuto misurare con avvocati indolenti, rassegnati, talvolta evidentemente indisponibili con clienti tanto poco ‘interessanti’ per via delle loro condizioni finanziarie.

Non possiamo qui ripercorrere la storia di una civiltà che esiste da 14 secoli e che va dal Marocco all’Indonesia. Né fare una panoramica sul miliardo e mezzo di musulmani che oggi popolano il pianeta. Sarebbe altrettanto insensato cercare di far qualcosa di analogo a proposito dell’Occidente o delle democrazie liberali che hanno i loro meriti ma anche i loro limiti e non poche colpe.

Preferisco prendere atto che entrambe sono realtà, coi pregi e i difetti che hanno, e di fonte alle quali la nostra ‘simpatia’ o il nostro ‘gradimento’ hanno scarso rilievo. I sondaggi non le cambieranno, ma potremmo aiutare ciascuno a dare il meglio di sé qui e ora, nella situazione che volenti o nolenti ci tocca vivere.

3. Italian Telegraph

Quello che manca, a entrambi, sono modelli positivi credibili, adeguatamente valorizzati e alla portata di tutti. Ognuno ha bisogno di sentirsi fiero e apprezzato per ciò che sa dare a favore non solo de suoi ma di tutti. Riconoscere e curare storture o mancanze richiede delle alternative, altrimenti ci si deprime o si mettono in atto le solite ipocrisie autoassolutorie. Ma bisogna arrivare ai singoli, oltre la mediazione dei gruppi organizzati.
Interpretare e orientare una realtà nuova e complessa è difficile, ma anche affascinante. Le sfide son fatte per farci crescere, possibilmente insieme, col contributo di ciascuno che non sia eterodiretto o prigioniero di schemi: occorre creare le condizioni perché i migliori vengano valorizzati. Il che è del resto lo spirito di autentiche società aperte e democratiche e delle genuine esperienze di fede: promuovere il bene a vantaggio di tutti nelle forme più adeguate ed efficaci.

Il caso di questa testata online è un esempio in controtendenza. Non si pone come mezzo di propaganda, ma di servizio offerto a tutti e in diverse lingue.
Accoglie contributi di tutti e non si fa portatrice di una visione identitaria autoreferenziale.
Il merito è dei professionisti che vi collaborano, spesso volontariamente, adottando uno stile moderato e animato dal buon senso, al servizio del bene comune.
Fa i conti., come tutti, con la globalizzazione, ma senza cadere nelle facili trappole di chi ne è favorevole in vista di una omologazione universale, o di chi la contrasta per motivi identitari e autoreferenziali.

Un impegno civile che meriterebbe maggior attenzione, legato alle tradizioni mediterranee di ascolto reciproco e di ospitalità, senza parlare dei principii e valori delle tre maggiori tradizioni religiose che vi sono nate e ormai interessano gran parte del globo.
Auguri, dunque e speranza che questo esempio contagi anche molti altri, nell’interesse di tutti.

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