Paolo Branca (*)
I musulmani in Italia dovrebbero preoccuparsi di ‘contare’, non certo di ‘contarsi’. Rattrista lo spettacolo di fedeli della stessa religione che si mettono in concorrenza per rappresentarla. Succede anche in altre comunità, beninteso, ma in questo caso il prezzo che si rischia di pagare è assai più alto. Una realtà relativamente nuova in Italia, inevitabilmente articolata viste le diverse provenienze e i differenti orientamenti, ha solo da perdere col dividersi nella ricerca di una effimera egemonia. L’islam sunnita per sua stessa natura plurisecolare non ha un clero e non ha dato vita a nulla di paragonabile alle chiese cristiane in fatto di ruoli e gerarchie. Scimmiottare altri a scapito della propria identità non è mai un buon affare, anche se c’è di mezzo il famoso 8xmille. Di denaro ne arriva fin troppo e non sempre da donatori al di là di ogni sospetto.

Raccogliere 1000 euro da ogni moschea aderente a una sigla con la (falsa) pretesa che sia una richiesta del Ministero è una manovra meschina e controproducente. Come la matrona romana Cornelia mostrò i suoi figli alle amiche esclamando “Ecco i miei gioielli!” vedrei meglio una emulazione tra centri islamici nell’elencare titoli meritori di azioni concrete a favore non soltanto dei propri bisognosi (che sono tanti e hanno gravi difficoltà in quanto a lavoro, alloggio, cibo, vestiario e cure solo per limitarsi alle emergenze) ma anche di altre categorie elencate dal Corano come beneficiarie dell’elemosina legale o zakat. Eppure da decenni c’è chi rivendica una specie di ‘primogenitura’, privilegio assai dubbio stando sempre alle Sacre Scritture che non a caso ricordano che fu Caino a far torto ad Abele.
Centri che da quasi mezzo secolo hanno le stesse guide e sono nelle mani di poche famiglie che si passano cariche di generazione in generazione, di una singola nazionalità se non della medesima zona d’origine con scarsa valorizzazione di altri, specie donne e giovani di nuova generazione, ne rimangono troppi nel panorama italiano in una sorta di coazione a ripetere seguita con zelo degno di miglior causa.
Proprio su queste pagine è stato di recente ricordato il valore del sufismo, quale possibile via propria per superare lo sterile isolamento e la presunzione di essere migliori degli altri a scapito del bene comune. Il celeberrimo Hassan al-Basri, capostipite dei mistici musulmani, proprio durante la grande espansione dell’islam seguita alla scomparsa del Profeta ebbe a dire: “Ho conosciuto persone che erano le più sollecite a comandare il bene e vi si attenevano, e le più sollecite a proibire il male e lo tralasciavano. Ora però ci troviamo in mezzo a gente che è la più sollecita a ordinare il bene, tenendosene però ben alla lontana, e la più sollecita a vietare il male, ma cadendovi dentro. Come si può vivere con costoro?”
(*) Paolo Branca (Milano, 1957) è docente di Lingua e Letteratura Araba e di Islamistica presso l’Università Cattolica di Milano. Specializzato nelle problematiche del rapporto Islam-mondo moderno ha pubblicato Voci dell’Islam moderno: il pensiero arabo-musulmano fra rinnovamento e tradizione, Marietti, Genova 1991, Introduzione all’Islam, S. Paolo, Milano 1995, I musulmani, Il Mulino, Bologna 2000, Il Corano, Il Mulino, Bologna 2001, Yalla Italia! Le vere sfide dell’integrazione di arabi e musulmani nel nostro Paese, Edizioni Lavoro, Roma 2007 e, con Barbara de Poli e Patrizia Zanella, Il sorriso della Mezzaluna, Carocci, Roma 2011. Ha tradotto il romanzo del premio Nobel egiziano Nagib Mahfuz, Vicolo del Mortaio, Milano, Feltrinelli, 1989.






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