ISLAM, OCCIDENTE E LIBERTA’ DI ESPRESSIONE: UNA QUESTIONE COMPLESSA E TALVOLTA PARADOSSALE

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(*) Paolo Branca

 

Nonostante la migrazione di musulmani interessi da tempo molti Paesi europei, quello della Francia è un caso a parte. Molti elementi lo contraddistinguono: anzitutto una migrazione meno recente e con grandi numeri (se in Italia i regolari sono circa 1 milione e mezzo, in Francia se ne contano circa il triplo), caratterizzata dalla prevalenza di Algerini e Maghrebini, oltre che di altri Paesi africani già colonie francesi. L’unico vantaggio sembrerebbe quello della lingua, infatti molti di loro erano già francofoni prima di partire… Ma questo fattore è appunto controbilanciato dalla memoria del colonialismo che nel caso francese è stato molto ‘assimilazionista’, oltre alla politica estera dell’Esagono ancora piuttosto ‘vivace’ in molte aree originarie degli immigrati. Anche in politica interna il medesimo modello ‘assimilazionista’ si è puntualmente riproposto: la cittadinanza e i valori della République son stati sempre enormemente enfatizzati. Fra teoria e pratica permane tuttavia un profondo gap. Chi ha un nome esotico e tratti somatici particolari, anche se cittadino da più generazioni, ha difficoltà nel trovare alloggio o lavoro: ecco dunque le banlieues ove si concentra il disagio di molti, troppi, cittadini di serie B.

Le recenti polemiche seguite all’esecrabile assassinio di un professore che animato da ottime intenzioni ha finito per rimetterci la vita induce a qualche riflessione.
La libertà di espressione è uno dei cardini dello stato di diritto, e ciò è cosa buona. Ma opporre un Occidente dove sempre e comunque si possa dire qualsiasi cosa e in qualunque modo a un Oriente repressivo e intollerante è una pericolosa scorciatoia.
Anche da noi, e persino fra parenti, affrontare determinati argomenti che nulla hanno a che fare col sacro, ma con ben più concreti conflitti soprattutto d’interesse, all’interno della medesima famiglia, non è sempre facile. L’uomo è animale simbolico e, come si sa, della mia mamma o della mia squadra di calcio del cuore posso semmai parlar male soltanto io… Che la questione si riproponga per quanto attiene a figure e temi sommamente rispettati in una determinata tradizione religiosa è questione antropologica più che dottrinale o giuridica. Soltanto un’autoregolamentazione dei diretti interessati può garantire con buon senso una convivenza pacifica. Il settimanale Charlie Hebdo ha del resto pubblicato vignette oscene e blasfeme anche sul cristianesimo. Forse sarebbe stato meglio partire da quelle, che comunque evocano lo stesso problema, senza tornare su ferite ancora aperte e doloranti.

Nulla naturalmente giustifica o sminuisce la gravità di quanto accaduto, ma la patente strumentalizzazione politica che ne è subito derivata dovrebbe indurre a una più articolata e ponderata riflessione.

Anche altri fatti recenti e che hanno avuto grande risonanza internazionale ci obbligano ad affrontare l’interrogativo di fondo: ci troviamo di fronte a qualcuno che non sa accettare critiche o provocazioni senza reagire in modo violento? Per quanto le parole, dette o scritte, possano anche far molto male a motivo del loro contenuto, una reazione fisica a esse non è mai accettabile: udire o leggere qualsiasi cosa, anche la più terribile, non ha mai mandato chi ascolta o vede all’ospedale né al cimitero. È purtroppo avvenuto e avviene però anche l’opposto, come alcuni detti comuni confermano: “Ne uccide più la lingua che la spada” o “La lingua non ha ossa, ma se le fa rompere”… Tuttavia, proverbi e detti svelano proprio gli aspetti paradossali della realtà e non certo per giustificarli. Inoltre, bisogna constatare che quando tali reazioni sproporzionate si producono, in generale l’opinione pubblica e le istituzioni del mondo arabo e musulmano sono assai lente e reticenti nel condannarle…

A dire il vero, gli unici eventi ad avere attinenza diretta col tema sarebbero quello delle vignette danesi e di Charlie Hebdo sul Profeta, in quanto altre pur gravi crisi sono derivate da testi, film o discorsi che non erano né pretendevano di essere umoristici. La reazione a tutto quanto può esser considerato offensivo e in particolar modo blasfemo rientra in una più ampia categoria che si è rivelata problematica nel caso degli arabi e dei musulmani.

La prima e forse più clamorosa querelle è sorta attorno al romanzo Versi satanici di Salman Rushdie. Autore anglo-indiano di dissacratoria e iconoclastica tendenza (in tutte le sue opere) nel romanzo “incriminato” ha mantenuto lo stesso stile alludendo, pur sotto pseudonimi nemmeno tanto criptici, a Mao-metto (definito: “uomo d’affari-trasformato-in-pro-feta”), le sue mogli e i suoi compagni (tre dei quali definiti “trinità di canaglie”), insieme ad altre figure fondamentali delle origini della religione musulmana. Moltissimi tra quanti hanno protestato è probabile che non abbiano neanche letto il libro, piuttosto sofisticato e complesso. L’indignazione aumentò quando l’opera vinse il Whitbread Award e venne tradotta in molte lingue. Abramo (primo monoteista e patriarca anche di ebrei e cristiani) è definito un “bastardo” poiché abbandonò nel deserto la concubina Agar e il figlio Ismaele, Maometto appare uno scaltro profittatore che piega ai suoi fini il presunto verbo divino che avrebbe ricevuto, norme della tradizione islamica vengono ridicolizzate… in forma apparentemente gratuita in quanto non si tratta di un romanzo storico ma di una narrazione simbolica semidelirante, prova della fantasia e dell’estro creativo dell’autore, indifferente alle possibili reazioni di quanti avrebbero potuto provare disagio o persino disgusto nel leggerla. Le reazioni furono comunque spropositate: non soltanto le proteste piovvero sulla casa editrice invitata a ritirare il testo dalla circolazione, ma in molti paesi la sua pubblicazione venne proibita, librerie che lo vendevano furono danneggiate e soprattutto i suoi traduttori turco e giapponese vennero uccisi, feriti l’italiano e il norvegese, senza contare come da allora in poi Rushdie abbia dovuto vivere sotto scorta. La fatwa dell’imam Khomeini che, solo l’anno successivo alla pubblica-zione del libro e con chiari intenti propagandistici, dichiarò l’autore reo di morte ed esortò i musulmani di tutto il mondo ad eseguire la sentenza contribuì ad aggravare il caso.
Comprensibili paiono dunque sgomento e indignazione da parte dell’opinione pubblica occidentale, benché non siano mancate critiche verso l’auto-re per leggerezza od opportunismo e verso la legge britannica contro la blasfemia, allora in vigore, ma non applicata nella fattispecie. Un confronto anche aspro ma razionale sui limiti della libertà d’espressione – quando questa rischi di ferire profondamente la sensibilità altrui – è tuttavia rimasto marginale e la questione si è purtroppo ridotta a un mero scontro fra “illuminati” e “oscurantisti”.

Eppure anche in Occidente si erano avute dure (ma non altrettanto gravi) polemiche a proposito di film come Je vous salue Marie e The last temptation of Christ o di libri come Il codice Da Vinci, con qual-che caso di vandalismo da parte di alcuni oltranzisti. La tutela di sentimenti diffusi rispetto a provocazioni che superino un certo limite non è dunque un problema infondato, benché sia arduo stabilire per legge con esattezza tale limite. L’autoregolamentazione degli autori, consapevoli e responsabili, parrebbe l’unica via per un giusto equilibrio tra le esigenze degli artisti e il contesto nel quale si trovano a esprimerle.

In alternativa, ben difficilmente si potranno garantire libertà e sicurezza attraverso normative difficilmente determinabili e applicabili.
Al 2004 risale lo sgozzamento del regista olandese Theo Van Gogh, autore del cortometraggio Submission: clamorosa denuncia dello stato di sottomissione vissuto da molte donne musulmane. Una donna seminuda, con versetti del Corano tracciati sul corpo, compie i gesti propri della preghiera islamica mentre una voce fuori campo narra dei soprusi da lei patiti: il matrimonio imposto con un marito violento, uno stupro da parte dello zio, un rapporto illecito con l’uomo che invece amava… fino all’inevitabile destino di disonore e di condanna.. Una testimonianza straziante, non si capisce però bene rivolta a chi: agli occidentali che già pensano che tali orrori siano comuni in ogni famiglia islamica, o ai musulmani che ne sono consapevoli ma talvolta li celano per un errato senso di lealtà alle proprie tradizioni? Niente può giustificare l’assassinio del cineasta olandese, né la vita raminga e blindata del-la co-autrice e protagonista somala Ayaan Hirsi Ali.

Tuttavia inevitabile domandarsi se questa fosse l’unica strada percorribile o la più efficace per una doverosa protesta. Filmare un prete nudo che celebra la Messa insidiando un chierichetto sarebbe il modo più adeguato per rappresentare la tragedia della pedofilia? Un sit-in con dimostranti nudi per contestare il commercio di pellicce può essere compreso e persino apprezzato ora e in determinati luoghi, altrove attirerebbe reazioni su di sé e non sulla causa che vuol promuovere… pochi decenni fa non sarebbe stato concepibile in nessun luogo, sia per la mancanza di coscienza animalista o ecologica, sia – e soprattutto – per la forma di protesta adottata.

Nel settembre del 2005, il giornale danese Jyl-land Posten ha pubblicato una dozzina di vignette raffiguranti Maometto in fattezze e pose da terrori-sta. Altre testate le hanno riprodotte in almeno 50 paesi, tanto da provocare manifestazioni di massa che hanno attaccato e incendiato sedi diplomatiche danesi in molti territori a maggioranza islamica e il boicotaggio delle merci provenienti da quel paese. Le più esasperate sono state le reazioni avvenute in luoghi con gravi contenziosi aperti con l’Occidente, quali Iran, Libia, Pakistan e Siria, dove difficilmente una manifestazione spontanea può avvenire senza al-meno il tacito assenso delle autorità… segno di una strumentalizzazione politica della questione quale valvola di sfogo di un ben più ampio malcontento popolare e come efficace fattore propagandistico. Stampate e diffuse in migliaia di copie, vignette caricaturali che abbiano come oggetto Dio, gli angeli, il Profeta o altri personaggi cari alla devozione musulmana non sono certo moneta corrente nei paesi islamici, che qualcuno abbia osato farlo altrove è apparso provocatorio, in quanto della propria madre o della squadra del cuore sono accettabili critiche solo “interne” e moderate, comunque adeguata-mente espresse. Ancora una volta, forme di protesta non-violenta e meno eterodirette avrebbero avuto migliore effetto, mentre quanto è accaduto sembra paradossalmente confermare diffidenza e pregiudizi già fin troppo diffusi e radicati.

Il fatto più grave doveva però ancora verificarsi: la sede del settimanale satirico parigino Charlie Hebdo è stata attaccata il 7 gennaio 2015, vennero uccise 12 persone, tra cui un poliziotto d’origine araba. La motivazione risaliva alla ripubblicazione delle vignette olandesi seguita da altre dello stesso tenore. È stato il più grave attentato terroristico in Francia dal 1961, seguito purtroppo da quello del 13 novembre dello stesso anno che ebbe 90 vittime.

Anche la lectio magistralis tenuta da papa Bene-detto XVI a Ratisbona nel 2006 ha provocato pro-teste e manifestazioni di piazza con assalti a chiese e a centri cattolici durante i quali non sono mancati feriti e una religiosa italiana (in Somalia) è stata ucci-sa. Il motivo non è stato tanto l’argomento trattato, ossia la relazione tra fede e ragione, quanto l’accenno alla polemica tra un imperatore bizantino e un dotto persiano:
«Nel settimo colloquio (controversia) edito dal prof. Khoury, l’imperatore tocca il tema della jihad (guerra santa). Sicuramente l’imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: “Nessuna costrizione nelle cose di fede”. È una delle sure del periodo iniziale in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l’imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra san-ta. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il “Libro” e gli “increduli”, egli, in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”. L’imperatore spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima. “Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell’anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un’anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…”. L’affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio.

L’editore, Theodore Khoury, commenta: per l’imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest’affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto Khoury cita un’opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazm si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l’uomo dovrebbe praticare anche l’idolatria».

Quello dell’equilibrio tra fede e ragione è sempre stato tra temi i più complessi in quasi tutte le tradizioni religiose, cristiana compresa (ricordiamo il “credo quia absurdum” attribuito a Tertulliano), così come ci sono state e persistono correnti che tendono a svalutare il ruolo della ragione, altre si sono mosse e continuano a farlo in direzione opposta, anche tra i musulmani. Inoltre, la conversione forzata all’islam è stata un’eccezione piuttosto che la regola e la citazione coranica non è correttamente contestualizzata in quanto l’espressione “Nessuna costrizione nelle cose di fede” risale al periodo medinese, quando il Profeta e i suoi vivevano in circostanze ben più favorevoli rispetto ai primi 12 anni passati come piccola e oppressa minoranza nella Mecca pagana del tempo. Se dunque si possono perfettamente comprendere le parole del Paleologo assediato dai turchi, assai meno chiara appare la funzione di questa lunga digressione all’interno del discorso del Papa. Nonostante le eccessive e strumentali reazioni immediate, si potrebbe tuttavia definire quella di Benedetto XVI una felix culpa, in quanto ha portato in seguito alla famosa lettera di 138 esponenti islamici intitolata Una parola comune tra noi e voi (http://commonword.com/lib/downloads/CW-To-tal-Final-Italian.pdf) che ha contribuito a rilanciare il dialogo, sviluppatosi con l’incontro tenutosi in Vaticano nel novembre 2008 definito “Primo Forum mondiale islamo-cattolico” che si è concluso con una dichiarazione congiunta di questo tenore:

«Il dialogo interreligioso può contribuire a stimolare maggior comprensione e a contrastare l’ingiusta logica dello scontro di civiltà. Non v’è alternativa al dialogo per imparare di nuovo a vivere insieme tra esseri umani e, ancor più, tra fratelli in Abramo. In tale prospettiva, il nostro in-contro che ribadisce le priorità della libertà e della dignità umane, è un segno robusto. Si è convenuto di proseguire questo Forum con cadenza biennale, nonché di stabilire contatti permanenti al fine di prevenire e gestire possibili crisi nel dialogo. A partire da questa iniziativa nuove adesioni si sono aggiunte alla lettera Una parola comune tra noi e voi e la stampa internazionale ne ha riconosciuto il successo, benché resti ancora un lungo cammino da compiere, visti i pregiudizi, le incomprensioni, i rischi e le complessità che permangono. Non ci si deve lasciar prendere dallo sconforto, ma sostenere il dialogo a partire dall’inter-no stesso delle nostre comunità. Possiamo avere speranza.»
Paventati complotti e presunte trame occulte sono stati alla base di quanto si è purtroppo veri-ficato negli episodi che abbiamo sin qui ricordato. Le nobili parole che abbiamo appena citato ci di-mostrano che un’altra via non solo è possibile, ma auspicabile e utile nell’interesse di tutti.

 

Paolo Branca (*) (Milano, 1957) è docente di Lingua e Letteratura Araba all’Università Cattolica di Milano. Laureatosi a Ca’ Foscari (Venezia) 40 anni fa con una tesi in Islamologia è specializzato nelle problematiche del rapporto Islam-mondo moderno.  Nel 2011 ha fatto parte del Comitato per l’islam italiano presso il Ministero degli Interni e il Card. Angelo Scola lo ha nominato responsabile delle relazioni coi musulmani dell’Arcidiocesi di Milano durante il suo mandato . Ha pubblicato tra l’altro Voci dell’Islam moderno,  Marietti, Genova 1991, Introduzione all’Islam, S. Paolo, Milano 1995, I musulmani, Il Mulino, Bologna 2000, Il Corano, Il Mulino, Bologna 2001, Yalla Italia! Le vere sfide dell’integrazione di arabi e musulmani nel nostro Paese, Edizioni Lavoro, Roma 2007 e, con Barbara de Poli e Patrizia Zanella, Il sorriso della Mezzaluna, Carocci, Roma 2011. Ha tradotto il romanzo del premio Nobel egiziano Nagib Mahfuz, Vicolo del Mortaio, Milano, Feltrinelli, 1989.

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