Italia Telegraph intervista Mehdi Mahtot: tra integrazione e successo, come è diventato direttore della Poste a Torino
Intervista a cura di Abdellah Mechnoune.
Dalle aule scolastiche di Ciriè fino a guidare l’Ufficio Postale Multietnico di corso Giulio Cesare a Torino. La storia di Mehdi Mahtot è un racconto di radici impegno e determinazione. A 36 anni sposato e residente a Venaria Reale Mehdi rappresenta un esempio straordinario di integrazione e successo professionale. Arrivato in Italia dal Marocco quando aveva solo due anni ha costruito il suo percorso unendo la passione per le lingue lo studio e il lavoro sul campo. Oggi diventato direttore nello stesso ufficio in cui ha iniziato dieci anni fa ci racconta la sua storia fatta di sfide superate legami umani e un messaggio forte per le nuove generazioni: le origini raccontano da dove veniamo, ma non decidono dove possiamo arrivare.
Entriamo ora nel cuore dell’intervista insieme al nostro illustre ospite, il signor Mehdi Mahtot.
1. Mehdi, facciamo un salto indietro cosa ricordi con più affetto dei tuoi primi anni in Italia e del tuo percorso scolastico a Ciriè?
Sono arrivato in Italia quando avevo appena due anni, quindi per me l’Italia è sempre stata casa. Qui ho vissuto la mia infanzia e adolescenza, ho frequentato le scuole e sono cresciuto insieme ai miei coetanei italiani.
Del mio percorso scolastico ricordo soprattutto gli anni a Ciriè, dove ho conseguito il diploma di perito elettrotecnico. È stato un percorso importante perché mi ha dato una prima formazione tecnica e mi ha insegnato il valore dello studio e dell’impegno. Successivamente ho scelto di proseguire la mia formazione all’università, laureandomi in Scienze della Mediazione Linguistica.
2. Hai scelto di studiare Scienze della Mediazione Linguistica. In che modo questa scelta ha influenzato la tua crescita personale e professionale?
È stata una scelta che ha avuto un ruolo fondamentale nella mia vita. Studiare le lingue e la mediazione linguistica mi ha permesso di trasformare una caratteristica del mio percorso personale in una vera competenza professionale.
Mi ha insegnato soprattutto a comunicare con persone diverse da me, a comprendere culture differenti e a non fermarmi alle apparenze. Quando sono entrato alle Poste, questa formazione si è rivelata particolarmente utile perché ho iniziato a lavorare proprio in un ufficio con una clientela molto multiculturale.
3. Nel novembre 2015 è iniziato il tuo percorso in Poste Italiane proprio nell’Ufficio Multietnico di corso Giulio Cesare. Quali sono state le sfide iniziali?
La prima sfida è stata sicuramente entrare nel mondo del lavoro e confrontarmi con una realtà completamente nuova. Ero giovane e arrivavo da un percorso di studi molto diverso da quello che poi avrei svolto quotidianamente allo sportello.
All’inizio ho dovuto imparare molto, sia dal punto di vista professionale sia nella gestione delle persone. Lavorare con una clientela multiculturale significa confrontarsi ogni giorno con esigenze diverse, lingue diverse e situazioni che richiedono pazienza e capacità di ascolto.
Con il tempo, però, quelle difficoltà sono diventate una grande opportunità di crescita.
4. Lavorare a contatto con persone di culture diverse richiede grande empatia. Quanto è stata importante la tua formazione linguistica in questo?
È stata molto importante. Parlare più lingue permette innanzitutto di comunicare, ma la mediazione non si limita alla traduzione delle parole.
Significa cercare di capire la persona che hai davanti, il suo contesto e le sue difficoltà. In un ufficio come quello di corso Giulio Cesare questo aspetto è particolarmente importante. La lingua può essere il primo ostacolo, ma quando riesci a superarlo diventa anche uno strumento per creare fiducia.
5. Guardando alla clientela del tuo ufficio come vedi la comunità marocchina che si rivolge a voi rispetto alle altre comunità straniere?
La comunità marocchina è una presenza importante, ma l’Ufficio Multietnico è frequentato da persone provenienti da moltissime comunità.
Quello che ho imparato in questi anni è che, al di là della nazionalità, molte esigenze sono comuni: avere accesso ai servizi, essere ascoltati, ricevere spiegazioni chiare e sentirsi trattati con rispetto.
Non vorrei quindi fare una distinzione tra una comunità e l’altra. Il valore di un ufficio multietnico è proprio quello di essere un punto di riferimento per persone con storie e origini diverse.

6. Hai accennato al fatto che alcuni clienti storici ancora oggi chiedono di te. Quanto valgono questi rapporti umani nel tuo lavoro quotidiano?
Valgono tantissimo. Per me sono una delle parti più belle del lavoro.
Alcuni clienti li ho conosciuti quando sono arrivato alle Poste nel 2015 e ancora oggi, se non mi vedono, chiedono di me. Questo significa che nel tempo si è creato un rapporto che va oltre la semplice operazione postale.
La fiducia si costruisce giorno dopo giorno, attraverso la professionalità ma anche attraverso l’umanità. Oggi, da direttore, considero questi rapporti una delle eredità più importanti dei miei primi anni allo sportello.
7. Vivendo a Torino, una città con una forte presenza di luoghi di culto islamici: come giudichi le attività di queste moschee, i discorsi degli imam e riescono davvero a coinvolgere e parlare alle generazioni nate o cresciute qui?
Io vado a pregare in moschea quando posso e, per quello che vedo, credo che le moschee stiano facendo un grande lavoro, anche nel rapporto con le istituzioni.
Penso sia importante che ci sia dialogo e collaborazione, soprattutto quando si parla delle nuove generazioni. I ragazzi nati o cresciuti qui hanno esigenze diverse e credo sia fondamentale riuscire a parlare con loro, ascoltarli e accompagnarli nel loro percorso.
8. Purtroppo si parla spesso di islamofobia e discriminazione: hai mai percepito episodi di razzismo nel mondo del lavoro, nelle amministrazioni pubbliche, per strada o nella ricerca di una casa?
Grazie al cielo non ho mai subito vere e proprie discriminazioni. Le poche volte in cui qualcuno ha provato a insinuare qualcosa ho sempre risposto a modo, senza farmi condizionare.
Mi viene in mente un episodio particolare. Un signore mi aveva raccontato che aveva un figlio disoccupato. Io, che ero uno straniero, avevo trovato lavoro e stavo costruendo il mio percorso. Con il tempo ho avuto anche l’occasione di aiutarlo con alcune pratiche.
La cosa bella è che, dopo un po’, quello stesso signore mi ha offerto un caffè. Per me è stato un episodio significativo: alla fine sono il rapporto umano e le azioni concrete a parlare più di qualsiasi pregiudizio.
9. Crescendo e studiando in Italia ti trovi a vivere tra due culture e due identità: come vivi oggi il concetto di doppia appartenenza e di identità mista?
Per me non è una contraddizione. Sono nato in Marocco, ma sono cresciuto in Italia. La mia storia personale appartiene a entrambe le realtà.
Non penso che per sentirsi italiani sia necessario dimenticare le proprie origini. Al contrario, credo che si possa essere pienamente parte della società italiana continuando a valorizzare la propria cultura e la propria storia familiare.
La mia identità è il risultato di tutto questo percorso. Sono marocchino per le mie origini e italiano per la mia crescita, la mia formazione, il mio lavoro e la mia vita quotidiana. Non sento il bisogno di scegliere una parte e rinunciare all’altra.
10. A Torino ci sono molte associazioni legate alla comunità marocchina: qual è la tua visione sul ruolo del volontariato e dell’associazionismo qui in città?
Non ho mai preso parte direttamente ad associazioni e, a dire il vero, questo è qualcosa che un po’ mi dispiace.
Credo però che l’associazionismo e il volontariato possano avere un ruolo importante, soprattutto nel creare occasioni di incontro, aiutare le persone e costruire un ponte tra le comunità e la città.
È un ambito nel quale, in futuro, mi piacerebbe magari poter dare il mio contributo.
11. Dal 2025 sei tornato nello stesso ufficio ma questa volta come direttore. Che emozione hai provato nel “chiudere questo cerchio”?
È stata un’emozione molto forte. Sono entrato in quell’ufficio nel 2015 come giovane sportellista multilingue e, dieci anni dopo, sono tornato nello stesso luogo come direttore.
È stato davvero come chiudere un cerchio. Guardando indietro penso al ragazzo che ero allora e mi rendo conto di quanta strada sia stata fatta.
Non è stata semplicemente una promozione. Per me rappresenta dieci anni di lavoro, esperienza, sacrifici e crescita professionale.
12. Sei il primo direttore di origine marocchina in Piemonte. Che responsabilità senti di avere nei confronti della comunità e delle nuove generazioni?
È sicuramente una responsabilità, ma soprattutto una grande opportunità per dare un messaggio positivo.
Quando un ragazzo di origine straniera vede una persona con una storia simile alla sua raggiungere un determinato ruolo, può pensare: “Allora è possibile”.
Per questo credo che la mia storia possa essere uno stimolo per le nuove generazioni. Ma allo stesso tempo voglio sottolineare che questo risultato non è arrivato semplicemente per le mie origini: è arrivato attraverso lo studio, il lavoro, i sacrifici e la determinazione.
13. Nel tuo racconto parli di integrazione: cosa significa per te oggi sentirsi parte della società senza dimenticare le proprie radici?
Per me integrarsi significa sentirsi parte della società senza dover cancellare la propria storia.
Le mie origini marocchine fanno parte di me, ma sono cresciuto in Italia, ho studiato qui, lavoro qui e qui ho costruito la mia vita.
L’integrazione non deve essere una scelta tra due culture. Deve essere la capacità di vivere la propria identità con naturalezza, rispettando il Paese in cui si vive e allo stesso tempo valorizzando le proprie radici.
14. Dietro questo grande traguardo ci sono studio, sacrifici e determinazione. Qual è il consiglio più importante che ti senti di dare a un giovane che sta cercando la sua strada?
Il consiglio è di non arrendersi e di investire su se stessi.
Io sono partito da un diploma tecnico, poi ho scelto di continuare gli studi, mi sono laureato e ho cercato il mio spazio nel mondo del lavoro. Non è stato tutto immediato e non è stato sempre semplice.
Bisogna avere pazienza, accettare anche i momenti difficili e continuare a formarsi. Soprattutto, non bisogna pensare che il punto da cui si parte determini necessariamente il punto in cui si arriverà.
15. A proposito delle famiglie marocchine a Torino, specialmente quelle con figli secondo te vivono di più secondo la cultura italiana o mantengono quella marocchina?
Credo che i ragazzi marocchini nati qui siano italiani a tutti gli effetti e penso che vadano seguiti maggiormente dai genitori, anche se so benissimo che non è sempre facile.
Quello che vedo è che spesso nasce un vero e proprio mix tra le due culture. Anche il modo di parlare dei ragazzi lo dimostra: spesso utilizzano uno slang che mescola italiano, arabo, dialetto e altri elementi.
Secondo me è una caratteristica naturale di chi cresce tra più culture. L’importante è che i ragazzi conoscano le proprie radici, ma allo stesso tempo si sentano pienamente parte della società italiana.

16. Parliamo di passioni qual è la tua squadra di calcio del cuore in Italia e quale in Marocco? E come vedi i Leoni dell’Atlas dopo le loro grandi prestazioni nei recenti appuntamenti mondiali?
Tifo Juventus da quando sono arrivato in Italia. Per quanto riguarda le Nazionali, invece, tifo sia Italia sia Marocco.
Ho avuto la fortuna di partecipare agli ultimi tre Mondiali e devo dire che il livello della Nazionale marocchina è cresciuto notevolmente. Il percorso fatto negli ultimi anni è stato straordinario e ha dimostrato che il Marocco può competere ai massimi livelli.
Allo stesso tempo, spero di rivedere presto anche l’Italia tra le grandi del calcio mondiale. Da italiano acquisito e da marocchino di origine, sarebbe una grande soddisfazione vedere entrambe le Nazionali protagoniste.
17. Cucina preferisci i sapori marocchini o quelli italiani? Qual è il tuo piatto preferito dell’una e dell’altra tradizione?
È una sfida difficile perché sono due cucine straordinarie.
Il mio piatto marocchino preferito è sicuramente la pastilla di pollo, mentre per quanto riguarda la cucina italiana scelgo la lasagna.
Sono due tradizioni completamente diverse, ma entrambe hanno sapori e caratteristiche che amo. Non sceglierei una cucina sull’altra: sono ottime entrambe.
18. Guardando al futuro, quali sono i tuoi prossimi obiettivi professionali e personali, sia dentro che fuori Poste Italiane?
Non mi sento arrivato. Il fatto di essere diventato direttore è per me un traguardo importante, ma non lo considero il punto di arrivo.
Continuerò a impegnarmi, a lavorare e a crescere professionalmente. Non mi pongo limiti. Credo che nella vita bisogna continuare a mettersi in gioco e cercare sempre di migliorarsi.

19. Per concludere, guardando ai giovani di oggi: quale messaggio vorresti mandare a chi sta studiando e a chi invece ha deciso di interrompere gli studi? Secondo la tua esperienza è meglio puntare sulla formazione professionale, come il corso di studi tecnico, o proseguire con l’università?
Ai giovani non consiglio di lasciare la scuola. Al contrario, se ne hanno la possibilità, consiglio di continuare a studiare e di faticare, perché prima o poi i risultati arrivano.
La mia esperienza dimostra che la formazione è importante. Io ho fatto un percorso tecnico e poi ho continuato con l’università, e considero entrambe le esperienze fondamentali.
Detto questo, capisco anche chi decide di entrare prima nel mondo del lavoro. Viviamo in un’epoca in cui molte attività sono gestite dalle app e alcuni lavori di manodopera diventano meno ricercati, ma allo stesso tempo queste professionalità rimangono fondamentali.
Per chi vuole lasciare gli studi e lanciarsi nel mondo del lavoro, quindi, consiglio di farlo con serietà, imparando un mestiere e continuando comunque a formarsi.
Alla fine, qualunque strada si scelga, servono impegno, sacrificio e la volontà di non smettere mai di crescere.






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