Da Roma – Zouhir Louassini: Il ponte della parola tra le due sponde del Mediterraneo.

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Abdellah Mechnoune
Giornalista e interessato a migrazioni
questioni arabe e pensiero islamico.

 

 

Ci sono penne che non si limitano a riportare la notizia, ma si impegnano a sviscerarne le sfumature più profonde, costruendo ponti di comprensione laddove spesso regna la polarizzazione. Il nostro ospite di oggi è una figura giornalistica d’eccezione e un accademico di raro spessore, capace di coniugare il rigore della cronaca con la profondità dell’analisi culturale: il giornalista e scrittore Dott. Zouhir Louassini.

Con una straordinaria carriera ultraventennale, il Dott. Louassini ha tracciato un percorso d’eccellenza nelle principali testate internazionali. Dai suoi esordi nel giornalismo marocchino e spagnolo (con l’agenzia EFE), è diventato uno dei volti arabi più autorevoli e stimati della televisione pubblica italiana, lavorando come colonna portante a Rai News 24, oltre a essere una firma di prestigio per il quotidiano della Santa Sede, L’Osservatore Romano.

Ho conosciuto questo eminente professionista dell’informazione come una personalità profondamente impegnata nelle cause umanitarie e un fermo difensore dei diritti umani e della giustizia sociale. Nei suoi articoli ho sempre riscontrato una rara obiettività, credibilità e assoluta imparzialità, mentre i suoi scritti si distinguono per un’eleganza stilistica e una profondità analitica straordinarie. È per me un grandissimo onore e un privilegio intervistare un giornalista e scrittore della caratura intellettuale del Dott. Louassini.

Ma la sua ricerca non si ferma alla redazione. Da accademico, trasmette la sua passione per la lingua e la letteratura araba come docente presso l’Università degli Studi Roma Tre. A questo si aggiunge la sua preziosa produzione saggistica, con opere fondamentali come “Islam inedito”, in cui scardina i cliché sull’integrazione, e “Chi ha paura della pace?”, un’analisi acuta dei conflitti contemporanei.

In questa intervista esclusiva, con il Dott. Zouhir Louassini per esplorare il futuro dell’informazione, le sfide dell’identità e il ruolo del giornalismo come strumento di pace in un mondo sempre più frammentato.

E ora, vi lascio alla lettura di questa interessante intervista con il nostro stimato ospite, il giornalista Dott. Zouhir Louassini, che apre per noi le pagine della sua carriera e della sua esperienza, condividendo le sue idee e la sua visione con assoluta franchezza e profondità. Vi auguro una lettura piacevole e stimolante.

1-Lei lavora da oltre 25 anni in una delle testate all-news più importanti d’Europa, Rai News 24. Come è cambiata la narrazione del mondo arabo-islamico nei media pubblici occidentali in questo ventennio, e quali sono oggi i principali ostacoli per un’informazione realmente equilibrata?

In questi vent’anni il cambiamento più profondo non ha riguardato soltanto il modo di raccontare il mondo arabo-islamico, ma l’intero sistema dell’informazione: l’arrivo dei social network ha imposto velocità, semplificazione e polarizzazione. Il problema è che molti giornalisti hanno finito per adottare il linguaggio e il metodo dei social, invece di portare nei social il metodo del giornalismo, fondato sulla verifica dei fatti, sul contesto e sulla complessità.
Oggi c’è più spazio per le opinioni, spesso presentate come notizie, e il mondo arabo-islamico continua a essere raccontato attraverso categorie troppo generiche. Tuttavia, esistono ancora testate e molti colleghi che cercano di resistere a questa deriva e di offrire un’informazione più rigorosa, credibile ed equilibrata.

2-Nella Sua esperienza come firma de L’Osservatore Romano e collaboratore di media arabi come Medi 1, in che modo adatta il Suo linguaggio giornalistico per tradurre complessità culturali diverse senza tradirne l’essenza?

Credo che il metodo migliore sia parlare soprattutto delle realtà che si conoscono e degli argomenti che si seguono da anni. La conoscenza profonda di un contesto offre gli strumenti necessari per spiegarlo al grande pubblico con chiarezza, senza semplificarlo fino a tradirne l’essenza.
Il giornalismo contemporaneo ha bisogno sempre meno di tuttologi e sempre più di competenze specifiche. È ciò che ho cercato di fare in questi anni, anche come editorialista: adattare il linguaggio ai diversi pubblici, mantenendo però intatti i fatti, il contesto e la complessità culturale.

3-Nel Suo saggio “Islam inedito”, Lei analizza la presenza islamica in Occidente al di fuori dei cliché. Qual è il ruolo che la cultura e la letteratura possono giocare oggi per contrastare la polarizzazione e la “paura dell’altro” che spesso domina il discorso politico europeo?

In Islam inedito ho cercato di fare una delle cose più difficili: contrastare gli stereotipi. L’unico strumento che abbiamo è offrire più conoscenza, più informazioni e spiegare che la realtà è sempre più complessa delle rappresentazioni che ne facciamo.
La cultura e la letteratura possono aiutarci perché restituiscono all’“altro” un volto, una storia e una pluralità di esperienze. Il problema è che viviamo in un mondo che tende alla semplificazione e alla superficialità, mentre le persone accettano più facilmente ciò che conferma i loro pregiudizi. Per questo raccontare la complessità è difficile, ma oggi è più necessario che mai.

4-Nel Suo libro “Chi ha paura della pace?”, affronta nodi cruciali legati alla giustizia e alla risoluzione dei conflitti. Alla luce degli attuali e drammatici sviluppi globali, crede che il giornalismo d’inchiesta abbia ancora il potere di facilitare il dialogo o è diventato, suo malgrado, uno strumento di propaganda bellica?

Il giornalismo d’inchiesta può ancora favorire il dialogo, ma soltanto se conserva la propria autonomia e rifiuta di diventare parte della propaganda. In Chi ha paura della pace? ho cercato di mostrare come gli estremismi israeliano e palestinese si siano alimentati reciprocamente, mentre le voci moderate venivano progressivamente emarginate. È anche questo processo che ha creato il terreno sul quale si è arrivati al 7 ottobre.
La strada tentata trent’anni fa da Rabin e dai leader palestinesi favorevoli al dialogo rimane, a mio avviso, quella giusta. La storia ci insegna che il nazionalismo esasperato e la chiusura contengono spesso i semi di guerre ancora più grandi. Il compito del giornalismo è far emergere questa contraddizione, verificare i fatti e restituire spazio alle ragioni della pace.

5-Lei incarna perfettamente la sintesi tra l’identità marocchina e quella italiana. In che modo questa “doppia appartenenza” ha arricchito la Sua sensibilità giornalistica e la Sua capacità di leggere la complessità geopolitica del Mediterraneo?

Considero questa doppia appartenenza una grande ricchezza. Sono arrivato in Italia da adulto e ho trovato un Paese che, con la sua storia e la sua cultura, mi ha profondamente arricchito. Essere italo-marocchino significa per me cercare di conoscere e seguire il meglio di entrambe le identità. Nel lavoro giornalistico, questo mi offre più strumenti per comprendere punti di vista differenti e leggere il Mediterraneo non soltanto come una frontiera, ma come uno spazio condiviso.
Lo dico soprattutto alle seconde e terze generazioni nate qui: non devono sentirsi divise tra due mondi, ma orgogliose di appartenere a due grandi Paesi e a due grandi culture. Questa pluralità non indebolisce l’identità: la rende più aperta, consapevole e capace di costruire ponti.

6-Come valuta l’evoluzione e l’impatto del lavoro associativo svolto oggi dalla comunità e dai giovani della diaspora marocchina in Italia per favorire la coesione sociale?

In questi anni è stato fatto un lavoro importante, spesso grazie all’impegno volontario di persone che dedicano tempo ed energie alla comunità, e questo va riconosciuto. Tuttavia, se guardiamo alle potenzialità della presenza marocchina in Italia, credo che il suo peso associativo sia ancora limitato e che ci sia molto spazio per fare meglio.
In un Paese democratico come l’Italia, le associazioni possono avere un ruolo più incisivo: devono conoscere la società nella quale operano, favorire la partecipazione e accompagnare soprattutto le nuove generazioni nate e cresciute qui. Non basta conservare il legame con il Paese d’origine; occorre anche contribuire pienamente alla coesione sociale e alla costruzione di una cittadinanza condivisa.

7-Come valuta oggi il ruolo delle moschee e delle associazioni islamiche in Italia, e quali sono i principali ostacoli che ancora impediscono il riconoscimento ufficiale dell’Islam da parte dello Stato italiano?

Ho affrontato questo tema in alcuni reportage, cercando delle risposte, ma non possiedo tutti gli elementi per spiegare perché non sia stata ancora raggiunta un’intesa tra lo Stato e una rappresentanza dell’Islam italiano. Uno degli ostacoli può essere la frammentazione della stessa comunità musulmana, che rende difficile individuare un interlocutore unitario. Tuttavia, credo che anche la politica italiana debba assumersi la responsabilità di trovare una soluzione.
Un’intesa favorirebbe maggiore trasparenza, permetterebbe di accedere agli strumenti di finanziamento previsti dall’ordinamento italiano e ridurrebbe la dipendenza da Paesi stranieri. Aiuterebbe inoltre a formare un Islam realmente italiano e a superare il fenomeno dei luoghi di culto improvvisati nei garage. Vedo molti aspetti positivi in questo percorso; se ancora non è stato compiuto, significa che esistono ostacoli che, non avendo elementi sufficienti, preferisco non giudicare.

8-In che modo la preparazione culturale e teologica di alcuni imam e responsabili dei centri islamici influisce sulla loro capacità di guidare i fedeli e di dialogare con le istituzioni italiane?

È una questione molto seria. Alcuni imam non conoscono sufficientemente la lingua, la storia e il contesto culturale italiano, e si rivolgono ai musulmani che vivono qui come se si trovassero in un Paese musulmano. Questo può produrre incomprensioni, isolamento e conseguenze negative per l’intera comunità.
Chi predica in Italia deve conoscere la società nella quale opera e usare un linguaggio che favorisca il dialogo, non la chiusura identitaria o, peggio ancora, l’odio. Il Corano stesso afferma che Dio ha creato gli esseri umani «popoli e tribù, affinché vi conosceste a vicenda».
Difendere l’identità religiosa non significa separarsi dagli altri. Per questo la formazione culturale e teologica degli imam è una responsabilità che i musulmani d’Italia devono affrontare con grande serietà.

9-Con la massiccia diffusione di contenuti polarizzanti sui social media, quanto è concreto oggi il rischio di derive radicali o estremiste tra le nuove generazioni di musulmani in Italia, e come si può contrastare efficacemente questo fenomeno sul piano educativo?

Il rischio esiste, ma sarebbe sbagliato considerarlo un problema esclusivamente musulmano. I social tendono a radicalizzare il linguaggio di tutti, perché premiano i contenuti più estremi, semplificano la realtà e chiudono i giovani in comunità dove incontrano soltanto opinioni simili alle proprie.
La risposta deve essere soprattutto educativa: insegnare il pensiero critico, la verifica delle fonti e l’uso consapevole dei social, coinvolgendo scuola, famiglie, associazioni e guide religiose preparate. Occorre inoltre far sentire questi ragazzi pienamente parte della società italiana. Un giovane che possiede strumenti culturali, conosce la propria identità e si sente cittadino difficilmente diventa preda di chi trasforma il disagio o la religione in strumenti di odio.

10-Negli ultimi anni si registra un aumento dei discorsi d’odio. Dal Suo punto di vista di analista e giornalista, come si stanno evolvendo i fenomeni di islamofobia e razzismo strutturale nella società e nel dibattito mediatico italiano?

Già negli anni Novanta, nel mio libro Qatl al-‘Arabi — Uccidere l’arabo — avevo cercato di spiegare che l’odio verso il musulmano, e soprattutto verso il musulmano povero, è un fenomeno reale. Oggi vediamo una progressiva normalizzazione di questo linguaggio, non soltanto in Italia ma in molte società occidentali. Una parte della politica e dei media trasforma episodi singoli in rappresentazioni generali, alimentando la paura dello straniero e del musulmano.
La paura è il principale alleato di chi costruisce consenso sull’odio. Per questo dobbiamo denunciare ogni forma di razzismo, ma anche spiegare i fatti e rassicurare la società italiana, senza negare i problemi reali. Anche i Paesi d’origine devono assumersi le proprie responsabilità, migliorando le condizioni economiche e sociali dei loro cittadini. Di fronte alla crescita dell’estrema destra in Europa, la risposta deve essere una partecipazione civile più consapevole, capace di contrastare gli stereotipi senza creare nuove contrapposizioni.

11-Come definisce lo stato attuale delle relazioni bilaterali tra Italia e Marocco sul piano politico, economico e culturale, in particolare nel quadro del Piano Mattei e della stabilità mediterranea?

Credo che le relazioni tra Italia e Marocco siano solide, ma che esista ancora un grande spazio per migliorarle. Sul piano politico, il Marocco è un interlocutore importante per la stabilità del Mediterraneo, per la gestione dei fenomeni migratori e per le crisi che interessano il Sahel, la Libia e il Medio Oriente. Anche i rapporti economici e culturali sono cresciuti, favoriti dalla presenza delle due comunità nei rispettivi Paesi, ma le potenzialità sono ancora maggiori.
Il Piano Mattei può rappresentare un’opportunità, a condizione che si fondi su un partenariato realmente paritario e non limiti il rapporto ai temi della sicurezza e dell’immigrazione. Servono progetti concreti nell’economia, nell’energia, nella formazione, nella cultura e nell’occupazione giovanile. Italia e Marocco possono fare molto di più per trasformare il Mediterraneo in uno spazio di cooperazione e prosperità condivisa.

12-In merito alla questione del Sahara, la maggior parte dei paesi europei ha ormai riconosciuto il piano di autonomia proposto dal Marocco, e le recenti risoluzioni dell’ONU indicano questa iniziativa come l’unica via realistica per risolvere questo conflitto. Qual è la Sua lettura sull’attuale posizione ufficiale del governo italiano riguardo a questa dinamica?

Credo che la posizione italiana debba essere letta innanzitutto alla luce dei suoi interessi nazionali. L’Italia cerca di mantenere un equilibrio molto difficile tra Marocco e Algeria, due potenze regionali contrapposte da molti anni, ma entrambe importanti per Roma. Questa esigenza spiega la prudenza del governo italiano, anche di fronte a un contesto internazionale che si sta mostrando sempre più favorevole al piano di autonomia marocchino.
Esiste però anche una responsabilità del Marocco. Rabat ha lavorato molto per convincere i governi, ma ha fatto poco per spiegare la propria posizione alle opinioni pubbliche europee. In Italia, come in Spagna e altrove, la narrazione marocchina sul Sahara rimane poco conosciuta e spesso incontra ostilità. Parlare soltanto con i governi e trascurare l’opinione pubblica è una scelta strategica, ma è una scelta che comporta conseguenze e responsabilità.

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