Youssef Siher, il mostro necessario e le ragioni di una generazione

 

 

 

Di Karima Moual

 

Un giovane italiano di origine marocchina è accusato di reati gravissimi. Mentre la magistratura indaga, una parte del dibattito pubblico lo ha già trasformato nel simbolo dell’estremismo islamico e della protesta violenta.
Ma il caso solleva domande che vanno ben oltre la sua vicenda giudiziaria: chi ha diritto di contestare il potere in Italia? E perché le origini di un cittadino continuano a diventare una spiegazione delle sue idee, delle sue scelte e perfino delle sue eventuali colpe?
C’è qualcosa di inquietante nella velocità con cui un’indagine giudiziaria può trasformarsi in un processo pubblico, con tanto di colpevole, movente e perfino spiegazione culturale. È quello che sta accadendo a Youssef Siher, il trentenne italiano di origine marocchina fermato nell’inchiesta sul Movimento 17 ottobre. Le accuse sono pesanti, compresa quella di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo. La Procura di Milano ne ha chiesto la custodia cautelare in carcere, mentre spetta ancora al giudice pronunciarsi sulla convalida del fermo. Eppure, nel racconto di una parte della politica e dell’informazione, il suo nome sembra essere già diventato la spiegazione di quanto accaduto nelle piazze italiane.
Il mostro necessario è servito. E intanto le ragioni della protesta finiscono sullo sfondo.
Da settimane migliaia di giovani manifestano contro il carovita, la precarietà, le disuguaglianze e un futuro che vedono restringersi ogni giorno. Alcuni hanno commesso violenze e devastazioni, fatti gravi dei quali devono rispondere. Ma molti altri hanno manifestato pacificamente, portando nelle piazze un malessere che attraversa la società italiana ben oltre le appartenenze politiche, religiose ed etniche. Sono ragazzi cresciuti nelle stesse città, nelle stesse scuole, dentro le medesime difficoltà economiche. Italiani da generazioni e italiani figli dell’immigrazione.
Eppure è bastato scoprire che dietro una delle pagine social del movimento ci fosse un giovane di origine marocchina perché tornasse immediatamente un repertorio che conosco fin troppo bene: integrazione, Islam, radicalizzazione, terrorismo.
Ho ascoltato Hoara Borselli sostenere che Siher sarebbe la dimostrazione di quanto sia possibile integrarsi in Italia. Ha studiato, si è laureato, ha lavorato, ha frequentato ambienti intellettuali. Non sarebbe dunque il giovane emarginato che qualcuno potrebbe immaginare.
Ma vorrei capire che cosa si pretende esattamente da un cittadino integrato.
Che sia soddisfatto? Riconoscente? Che non contesti il governo, non metta in discussione i rapporti di potere, non maturi convinzioni radicali? Da quando l’integrazione si misura attraverso il grado di adesione all’ordine politico esistente?
Se un ragazzo, grazie ai propri studi, acquisisce gli strumenti per analizzare le contraddizioni del mondo e decide di contestarle, perché mai questo dovrebbe rappresentare un problema di integrazione? La formazione non serve a produrre cittadini addomesticati. Dovrebbe semmai renderli più consapevoli, capaci di elaborare un pensiero autonomo, anche quando quel pensiero disturba.
Possiamo discutere le idee di Siher, respingerle, considerarle sbagliate. Ma una laurea non è un certificato di fedeltà al governo.
E qui occorre chiarire un’altra confusione che sta attraversando il dibattito pubblico: quella tra lo Stato e chi temporaneamente lo governa. Chiedere la caduta di un esecutivo attraverso la mobilitazione politica non equivale a voler abbattere l’ordinamento democratico.
La storia delle democrazie è anche la storia delle contestazioni ai governi, delle mobilitazioni popolari, dei movimenti che hanno sfidato il potere. Naturalmente, quando si passa all’organizzazione di violenze o all’istigazione a commettere reati, cambia il terreno della discussione. Ed è su quelle condotte che deve concentrarsi l’accertamento giudiziario.
La vicenda Siher pone proprio questa questione.
Secondo la Procura, i messaggi diffusi attraverso i canali social del Movimento 17 ottobre avrebbero avuto una finalità intimidatoria ed eversiva. Gli inquirenti richiamano la capacità di mobilitare migliaia di persone, le indicazioni sui luoghi di concentramento e il rischio che attraverso quelle comunicazioni potessero essere organizzate nuove violenze. Nella richiesta di custodia cautelare vengono evidenziati anche il pericolo di fuga e quello di reiterazione del reato.
Sono contestazioni che meritano di essere esaminate con il massimo rigore. Ma proprio la loro gravità impone altrettanto rigore nel distinguere ciò che viene ipotizzato da ciò che è stato dimostrato.
La pagina del Movimento 17 ottobre è nata dopo i disordini milanesi del 17 e 18 ottobre. Questo non esclude eventuali responsabilità successive, ma rende necessario accertare con precisione quali condotte siano attribuibili a Siher e quale rapporto esista tra i suoi messaggi e gli episodi di violenza. Secondo gli aggiornamenti del 26 ottobre, sul suo computer non sarebbero ancora state trovate le istruzioni operative relative alle piazze annunciate sui canali social.
Dove passa, dunque, il confine tra una retorica rivoluzionaria, anche aspra, e un concreto progetto terroristico? Quali elementi permettono di dimostrare la finalità contestata? E fino a che punto le parole pubblicate su internet possono essere ricondotte a comportamenti materialmente compiuti da altre persone?
Non sono domande formulate per assolvere qualcuno. Riguardano la necessità di distinguere l’esercizio del dissenso, anche radicale, dall’istigazione alla violenza e dagli atti di terrorismo. Una distinzione sulla quale si misura anche la tenuta dello Stato di diritto.
C’è poi un particolare della vicenda sul quale continuo a riflettere: l’anonimato.
Perché Youssef avrebbe scelto inizialmente di non esporre il proprio nome? Non conosco le sue motivazioni e non intendo attribuirgliene. Ma mi domando se tra queste non potesse esserci anche la consapevolezza di ciò che quel nome avrebbe provocato una volta diventato pubblico.
Proviamo a immaginare che dietro la stessa pagina fosse comparso un Marco Rossi o uno Stefano Bianchi. Avremmo assistito allo stesso dibattito sull’integrazione? Avremmo cercato nella storia familiare la spiegazione delle sue convinzioni politiche? Qualcuno avrebbe interrogato la sua appartenenza nazionale?
Non possiamo conoscere la risposta. Ma sappiamo che, nel caso di Youssef, le origini marocchine sono entrate immediatamente nel racconto, fino a diventare una delle chiavi attraverso cui interpretare la sua vicenda.
È una contraddizione che accompagna da decenni il rapporto dell’Italia con i figli dell’immigrazione. Si chiede loro di studiare, lavorare, conoscere la lingua, rispettare le istituzioni, sentirsi italiani. Ma quando esprimono posizioni scomode o finiscono al centro di una vicenda giudiziaria, ecco riapparire la loro presunta estraneità. Come se l’appartenenza nazionale fosse pienamente riconosciuta soltanto quando si comportano secondo le aspettative.
E invece Youssef Siher è italiano. Le seconde generazioni sono italiane nel bene e nel male, anche quando sbagliano, quando hanno idee che non condividiamo e perfino quando commettono reati, dei quali devono rispondere individualmente davanti alla legge.
Non esiste un supplemento di responsabilità collettiva per chi porta un cognome straniero. Non possono esserci cittadini ai quali viene riconosciuto il diritto di essere imperfetti e altri condannati a rappresentare eternamente la propria comunità.
Ma questa vicenda porta con sé un’altra questione che considero altrettanto importante: l’associazione tra Islam, mobilitazione filopalestinese e terrorismo.
Youssef ha studiato l’Islam politico e ha espresso posizioni sulla Palestina. Gli investigatori stanno verificando eventuali collegamenti con altre reti. Sono circostanze differenti, con significati e rilevanza giudiziaria differenti. Eppure il loro accostamento rischia di suggerire un percorso quasi naturale dall’identità musulmana all’estremismo.
È un’associazione che va contestata sul piano dei fatti prima ancora che su quello politico. Studiare l’islamismo non significa aderirvi. Essere musulmani non significa essere islamisti. Manifestare per i diritti dei palestinesi non significa sostenere Hamas. E criticare il governo israeliano non equivale a giustificare le violenze contro i civili israeliani.
Quando queste distinzioni vengono cancellate, il sospetto smette di riguardare soltanto una condotta individuale e si allarga a un’identità, a una religione, a una comunità.
È un meccanismo che denuncio da anni. La presenza musulmana in Italia continua a essere raccontata troppo spesso attraverso emergenze, divieti e questioni di sicurezza. Burqa, moschee, radicalizzazione. Argomenti che tornano ciclicamente nel dibattito politico, mentre la vita quotidiana di milioni di persone, il loro lavoro, la loro partecipazione alla società e le loro aspirazioni faticano a trovare lo stesso spazio.
Con Siher, però, il rischio è ancora più grande, perché questa volta si tenta di interpretare attraverso l’Islam una mobilitazione che non può essere ricondotta a un’appartenenza religiosa.
I giovani che manifestano per Gaza non sono tutti musulmani, non sono tutti figli di immigrati e non condividono necessariamente le stesse idee. Molti di loro si riconoscono però in una domanda che attraversa le piazze di numerosi Paesi: come possiamo continuare a parlare di universalità dei diritti se la loro difesa appare così diversa a seconda dei popoli coinvolti?
Le guerre contemporanee, le immagini dei civili uccisi, le accuse di crimini internazionali, la devastazione di Gaza e le risposte dei governi hanno alimentato una sfiducia che non può essere liquidata come il prodotto di qualche agitatore.
Questi ragazzi osservano la distanza tra i valori proclamati e le scelte concrete. Si interrogano sulle nuove forme di dominio, sulle disuguaglianze, sul rispetto del diritto internazionale. Rifiutano l’idea che la dignità umana possa essere riconosciuta secondo criteri geografici, politici o strategici.
La loro indignazione non nasce da un cognome arabo, né appartiene esclusivamente ai palestinesi o ai musulmani. È una sensibilità che attraversa le frontiere e mette in relazione giovani cresciuti in società differenti, ma capaci di riconoscersi in una preoccupazione comune per il destino del mondo.
Forse è proprio questa solidarietà, capace di superare le appartenenze sulle quali per anni si è costruita una parte del confronto politico, a rappresentare una delle novità più importanti di questa generazione.
Ed è qui che la vicenda Siher incontra la responsabilità del governo Meloni.
Dopo le violenze di Milano è arrivato un nuovo intervento penale. La sicurezza pubblica è una responsabilità delle istituzioni, e chi commette devastazioni deve risponderne. Ma la risposta ai disordini non può esaurire quella dovuta alle migliaia di giovani che hanno manifestato pacificamente.
Perché mentre si discute dei cosiddetti maranza, delle violenze e dei nuovi strumenti repressivi, restano aperte le questioni che hanno alimentato la mobilitazione: salari insufficienti, affitti proibitivi, precarietà, disuguaglianze e una crescente difficoltà a immaginare una vita autonoma.
La condanna della violenza è necessaria. Utilizzarla come punto finale della discussione significa però lasciare senza risposta tutto il resto.
Ed è questa la critica politica che rivolgo da anni alla destra italiana e al governo: il ricorso ricorrente a categorie identitarie e securitarie che finiscono per occupare il dibattito pubblico, mentre problemi economici e sociali ben più estesi rimangono irrisolti. Il migrante, il musulmano, il maranza diventano figure sulle quali concentrare paure e conflitti. Oggi, al centro di questa rappresentazione, troviamo un giovane intellettuale italiano di origine marocchina accusato di reati gravissimi.
Non occorre immaginare una regia unica tra politica e informazione per interrogarsi sugli effetti di questa narrazione. Basta osservare quanto facilmente una vicenda individuale possa oscurare le domande collettive di una generazione.
Da anni contesto soprattutto una concezione dell’appartenenza che sembra distinguere, nel linguaggio pubblico, tra cittadini la cui italianità non viene mai messa in discussione e altri ai quali viene chiesto di dimostrarla continuamente.
Non chiedo alcuna indulgenza per Youssef Siher in ragione delle sue origini. Chiedo esattamente il contrario: che quelle origini non abbiano alcun peso nella valutazione delle sue responsabilità.
La magistratura dovrà accertare i fatti e verificare anche la corretta applicazione delle norme penali, compreso il rispetto del principio di irretroattività rispetto alle nuove disposizioni sulla violenza organizzata nelle manifestazioni. La presunzione di innocenza, intanto, non può essere trattata come una concessione riservata alle persone che ci piacciono. È una garanzia che protegge tutti, soprattutto quando le accuse sono gravi e il clima pubblico è ostile.
Perché la democrazia non si difende dividendo i cittadini tra quelli ai quali i diritti appartengono pienamente e quelli che devono continuamente dimostrare di meritarli.
E nessuna decisione giudiziaria sulla vicenda Siher potrà cancellare le ragioni che hanno portato migliaia di giovani nelle piazze.
Quei ragazzi non stanno chiedendo il permesso di entrare nella società italiana. Ci sono già. Ne condividono le contraddizioni, ne subiscono le crisi, ne contestano le scelte e rivendicano il diritto di contribuire al suo futuro.
Sono italiani, anche quando dissentono. Anche quando disturbano. Anche quando sbagliano.
E forse è proprio questo che una parte del Paese fatica ancora ad accettare: una generazione che non vuole limitarsi a ereditare il mondo costruito da altri, ma pretende di discuterne le regole, le ingiustizie e le responsabilità.
Un mondo nel quale saranno proprio questi giovani a vivere più a lungo, pagando anche le conseguenze delle scelte compiute oggi.
Si può continuare a parlare di Youssef Siher, della sua biografia, delle sue idee e delle accuse che lo riguardano. È giusto farlo, con rigore.
Ma quando il clamore mediatico sarà finito, resteranno le piazze, le loro domande e una generazione che non ha intenzione di scomparire.
Ed è a quella generazione che la politica deve ancora rispondere.
Fonte dell’articolo https://www.medpost.it/p/youssef-siher-il-mostro-necessario


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