Un ponte tra le radici e il futuro: viaggio nell’impegno civico e istituzionale di Mohammed Hammouch.
Intervista a cura di Abdellah Mechnoune
Come giornalista professionista da sempre attento alle dinamiche delle migrazioni e alle storie di successo della diaspora la scelta dei miei interlocutori non è mai casuale ma frutto di un’attenta e costante osservazione. È seguendo le numerose attività culturali sociali associative e politiche promosse o condivise da Mohammed Hammouch sui social media che ho notato in lui una straordinaria vitalità una leadership naturale e una capacità unica di coinvolgere i giovani nel lavoro civico nel dialogo con la società civile e nella valorizzazione del Marocco.
In questo percorso credo fermamente che l’informazione e il giornalismo abbiano un ruolo fondamentale: dare voce a quelle eccellenze che danno onore al proprio Paese d’origine ne alzano alti i colori e ne diffondono la cultura riuscendo al tempo stesso a tessere un legame virtuoso e indissolubile tra la terra natia e quella in cui si è cresciuti studiato e costruito il proprio futuro.
La storia di Mohammed Hammouch è proprio quella di un’Italia plurale dinamica e in continua evoluzione. Arrivato a Pieve di Soligo quando aveva appena sei mesi Mohammed rappresenta la terza generazione di una famiglia che ha scelto di radicare il proprio futuro nel Nord-Est italiano. Oggi in qualità di assessore comunale e presidente dell’associazione GIM -Giovani Italo-Marocchini- incarna perfettamente il volto di una nuova generazione di cittadini che non scelgono tra le proprie origini e il territorio in cui vivono ma fanno di questa doppia appartenenza un valore aggiunto per l’intera comunità. In questa intervista esclusiva ci racconta il suo percorso tra istituzioni identità sfide quotidiane e la visione di un futuro in cui le differenze diventano opportunità di crescita condivisa.
Ed ora vi lascio a questa approfondita intervista con il nostro ospite Mohammed Hammouch assessore comunale e presidente dell’associazione GIM Giovani Italo-Marocchini.
1-Sei arrivato in Italia a soli sei mesi e la sua è una storia familiare che attraversa tre generazioni. In quale momento della sua crescita hai sentito che la sua doppia identità marocchina e italiana non fosse una divisione, ma una ricchezza?
L’ho capito tra i 25 e i 27 anni: la mia doppia identità, marocchina e italiana, non era una contraddizione, ma una ricchezza. È stato quando ho iniziato a riscoprire le mie origini marocchine che ho compreso quanto fosse importante conoscere anche questa parte di me. Cresciuto in Italia, conoscevo bene la cultura e la storia italiane, ma sapevo ancora poco del mio Paese d’origine. Man mano che approfondivo le mie radici e scoprivo la storia del Marocco, ho capito che questa doppia appartenenza era un valore da coltivare, valorizzare e condividere con la comunità.
2-Pieve di Soligo non è solo il luogo in cui vivi ma la comunità in cui ti sei formato. Qual è il ricordo d’infanzia o di gioventù a cui sei più legato in questa cittadina della provincia di Treviso?
ricordi sono molti, ma sicuramente i più belli che da giovane sia a scuola sia nei campi sportivi dell’oratorio nonostante fosse l’unico marocchino all’epoca mi sentivo a casa, non mi sono mai sentito straniero, questo grazie al territorio che sono cresciuto che ha saputo accogliermi, facendomi sentire a casa
3-Nel giugno 2024 sei entrato a far parte della Giunta comunale come assessore con deleghe importanti promozione locale, commercio, ambiente, agricoltura e turismo. Come è nata la scelta di metterti direttamente al servizio delle istituzioni locali?
Tutto è nato dai miei anni di impegno in ambito associativo sul territorio, un’esperienza che mi ha permesso di conoscere meglio il mio Comune e di entrare in contatto con tanti cittadini. Quando il sindaco mi ha chiesto di far parte della nuova lista elettorale, per me è stato un momento importante, ma anche di grande responsabilità. Ho dato subito la mia piena disponibilità, mettendomi al servizio del paese in cui sono cresciuto con impegno e determinazione.Il risultato elettorale, che mi ha visto come il terzo candidato più votato, mi ha fatto capire ancora di più quanto il lavoro svolto negli anni e il rapporto costruito con la comunità siano stati importanti. È stata una conferma del valore dell’impegno sul territorio e della fiducia che tante persone hanno scelto di riporre in me.Ritengo, infatti, che il mio Comune sia la casa che mi ha visto crescere, formarmi, vivere e contribuire alla società. Per questo motivo, ho considerato naturale accogliere questa opportunità politica, con la volontà di restituire qualcosa alla comunità che mi ha dato tanto e di impegnarmi concretamente per il bene del mio paese.

4-Gestire deleghe così concrete significa confrontarsi ogni giorno con i bisogni dei cittadini. Qual è la sfida più grande che hai affrontato da assessore in questi mesi e quale progetto Li rende più orgoglioso?
sono tante sfide con queste deleghe, diciamo che se hai voglia di impegnarti seriamente ogni giorno c’è una sfida, nel mio caso sto portando avanti progetti ordinari e soprattutto quelli straordinari che richiedono tempo, progettualità ed economie. attualmente il progetto che sto lavorando che mi renderà orgoglioso quando sarà in funzione al 100% riguarda il welfare locale, mettere insieme risorse che imprenditori del territorio danno ai loro dipendenti che possono spendere nel territorio locale e non on line, generando ricchezza nel territorio e soprattutto fare squadra tra imprenditore, lavoratore cittadino e commerciante locale.
5-Sei tra i fondatori e presidente di GIM – Giovani Italo-Marocchini-. Da quale esigenza è nata questa associazione e quali sono i traguardi principali che vi siete posti per il futuro?
GIM è nata dal desiderio di mantenere vivo il legame con la propria terra d’origine, il Marocco, approfondendone la storia, la cultura e le bellezze, attraverso il coinvolgimento dei giovani e, soprattutto, la creazione di momenti di incontro e condivisione in Italia.Io, come tanti altri giovani, sentivo il bisogno di una realtà in cui potermi esprimere liberamente, proporre idee e realizzare iniziative in autonomia. Da questa esigenza è nata GIM.Più che fissarci traguardi lontani, preferiamo concentrarci sui progetti e portarli a termine insieme. Il risultato di cui siamo più orgogliosi è aver costruito una grande comunità di giovani che continua a sostenersi reciprocamente, anche al di là delle attività associative. Oggi siamo orgogliosi di aver dato vita a una delle più grandi community di giovani italo-marocchini in Italia, una rete di persone che si aiutano e si sostengono a vicenda, indipendentemente dalla loro appartenenza all’associazione. Per noi, questo è il valore più importante di GIM.
6-Spesso si parla di -seconde generazioni- nel dibattito pubblico italiano, a volte riducendole a categorie astratte. Cosa significa, nella pratica quotidiana, essere un giovane italo-marocchino oggi in Italia?
Negli ultimi tempi si parla sempre più spesso di seconde generazioni, ma purtroppo il tema viene talvolta strumentalizzato in senso negativo, rischiando di alimentare contrapposizioni anziché favorire un dibattito costruttivo.
Essere un giovane italo-marocchino significa, a mio avviso, avere la fortuna di poter vivere due culture, conoscere due lingue e sentirsi parte di due Paesi. È una ricchezza che non tutti hanno la possibilità di sperimentare e che rappresenta un valore da riconoscere, valorizzare e di cui andare fieri. Credo che questa doppia appartenenza non debba essere vissuta come una divisione, ma come un’opportunità per costruire ponti tra culture diverse e contribuire positivamente alla società in cui viviamo.
7-Viviamo in comuni e territori dove risiedono persone di diverse fedi e provenienze. In qualità di amministratore locale, come vivi e promuovi il dialogo e la coesistenza quotidiana tra la comunità cristiana e quella musulmana?
Essere il primo assessore musulmano del mio Comune rappresenta per me una responsabilità importante, ma anche un’opportunità per contribuire al dialogo tra le diverse comunità religiose e culturali del territorio. Vivo la mia fede come una ricchezza e credo che possa essere un valore aggiunto per la nostra comunità, favorendo la conoscenza reciproca, il rispetto e la convivenza.Cerchiamo di creare momenti di ascolto, incontro e condivisione e, qualora emergano problematiche, siamo pronti ad affrontarle tempestivamente attraverso il dialogo e il confronto, con l’obiettivo di trovare soluzioni condivise.Proprio in questa direzione, stiamo lavorando all’organizzazione di un’importante tavola interreligiosa nel nostro Comune entro la fine dell’anno, con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente il dialogo tra le diverse fedi e promuovere un confronto costruttivo, capace di unire le persone e valorizzare ciò che abbiamo in comune.
8-Guardando al mondo dell’associazionismo in Italia, in particolare a quello animato dalla comunità marocchina, quali punti di forza vedi e quali margini di miglioramento o criticità Li senti di segnalare?
Sicuramente il mondo associativo marocchino in Italia è molto attivo e presente su tutto il territorio nazionale. A mio avviso, rappresenta un motivo di orgoglio per il Marocco, soprattutto considerando la partecipazione e lo spirito associativo che caratterizzano tante di queste realtà.Naturalmente, c’è sempre margine per migliorare: non si smette mai di crescere e di imparare. Una delle criticità che riscontro in alcune associazioni marocchine in Italia è la mancanza di un adeguato ricambio generazionale e di un reale coinvolgimento dei giovani. A volte, infatti, i giovani vengono coinvolti soltanto quando c’è bisogno del loro aiuto, senza essere realmente valorizzati o messi nelle condizioni di assumere responsabilità. Questo rischia di compromettere la loro fiducia e di limitare la crescita delle associazioni stesse. Un altro aspetto su cui riflettere riguarda la continuità delle cariche associative: in alcune realtà si ritrovano le stesse persone alla guida da molti anni, talvolta anche oltre i limiti previsti dagli statuti. Credo sia importante imparare a lasciare spazio agli altri, favorire il ricambio e dare fiducia alle nuove generazioni. Un’associazione cresce davvero quando chi la guida sa condividere le responsabilità e riconoscere che il futuro deve essere costruito anche da chi verrà dopo di noi.

9-Il Marocco e l’Italia condividono un partenariato strategico forte. Come valuti lo stato attuale delle relazioni bilaterali in settori chiave come la cooperazione economica, industriale, culturale, la gestione dei flussi migratori e la sicurezza?
Le relazioni tra Italia e Marocco rappresentano un’opportunità importante per entrambi i Paesi, sotto il profilo economico, industriale, culturale e della cooperazione.Guardando al 2026, mi auguro che questo partenariato possa rafforzarsi ulteriormente, con una maggiore capacità dell’Italia di riconoscere le opportunità strategiche offerte dal Marocco, un Paese che sta attraversando una fase significativa di sviluppo e che può rappresentare un interlocutore sempre più importante per le imprese italiane.Credo che ci siano margini per ampliare la collaborazione in diversi settori, creando benefici reciproci e consolidando i rapporti tra i nostri due Paesi. C’è poi la questione del Sahara Marocchino, sulla quale auspico che l’Italia possa assumere una posizione più chiara e arrivare a decisioni concrete. A mio avviso, una maggiore attenzione a questo dossier sarebbe importante anche nel quadro delle relazioni bilaterali.
10-Assistiamo spesso a tentativi politici, soprattutto da parte di alcune componenti della destra italiana, di stringere il cerchio attorno ai diritti dei migranti, alimentando un clima di islamofobia e razzismo. Come rispondi, da amministratore e da cittadino, a questo clima di ostilità?
Credo che, quando la politica fatica a dare risposte concrete ai cittadini, temi come l’immigrazione e l’islam possano diventare strumenti per alimentare paure e raccogliere consenso. In alcuni casi, si finisce per esasperare le differenze, favorire la contrapposizione e creare un clima di diffidenza, anziché affrontare i problemi con serietà e responsabilità.A mio avviso, questo è un rischio per tutta la società, perché alimentare le paure può portare a radicalizzare il dibattito pubblico e ad allontanare le persone, invece di favorire soluzioni condivise.Tuttavia, ritengo che anche la sinistra italiana abbia mostrato limiti importanti: in questi anni non è riuscita, secondo la mia valutazione, a costruire un’alternativa sufficientemente credibile né a riconoscere alle persone con background migratorio un ruolo che vada oltre il semplice richiamo elettorale.
11-Qual è il ruolo attuale delle moschee in Italia nella diffusione della cultura della tolleranza e dell’integrazione? E guardando alle nuove generazioni nate qui, pensi che molti imam riescano a comprendere i loro bisogni, o soffrono ancora di limiti di formazione o di distacco dalla realtà giovane le locale? Secondo lei, le moschee hanno oggi un legame forte con i giovani musulmani?
alcune mosche, molte purtroppo, devono iniziare a lasciare spazio ai giovani coinvolgerli neiCredo che molte moschee in Italia debbano investire maggiormente nel coinvolgimento delle nuove generazioni, lasciando ai giovani più spazio nei direttivi, nelle attività e nei processi decisionali. Non basta chiedere il loro aiuto quando c’è bisogno: è necessario ascoltarli, valorizzarne le competenze e permettere loro di contribuire attivamente alla vita delle comunità. Le moschee dovrebbero essere luoghi di ascolto, confronto e crescita spirituale, capaci di rispondere ai bisogni delle persone nel contesto sociale e culturale in cui viviamo oggi. Per farlo, è importante che chi guida le comunità religiose sappia comprendere la realtà dei giovani nati e cresciuti in Italia, le loro domande e le difficoltà che possono incontrare.Solo costruendo un rapporto autentico con le nuove generazioni le moschee potranno essere punti di riferimento credibili, capaci di accompagnare i giovani nel loro percorso spirituale e nella loro partecipazione positiva alla società italiana.
12-Come giudichi l’operato e i programmi delle grandi istituzioni islamiche in Italia, e in particolare della Confederazione Islamica Italiana (CII), nel rappresentare e guidare la comunità?
Non ho avuto finora l’opportunità di approfondire direttamente il lavoro della Confederazione Islamica Italiana, perché il nostro impegno associativo si concentra principalmente sugli ambiti culturale e sociale, piuttosto che su quello strettamente religioso. Per questo motivo, preferisco non esprimere un giudizio dettagliato su attività e programmi che non conosco abbastanza da vicino. Riconosco comunque l’importanza delle organizzazioni che operano nel panorama islamico italiano e il ruolo che possono svolgere nel dialogo con le istituzioni e nella vita delle comunità. Credo che, più in generale, sia importante che tutte le realtà organizzate sappiano ascoltare le nuove generazioni, favorire il ricambio e contribuire a una presenza religiosa e culturale capace di dialogare con la società italiana contemporanea.
13-Il discorso d’odio viene spesso alimentato da alcune forze politiche contro i migranti. Quali strumenti istituzionali e culturali abbiamo per disinnescare questa narrazione tossica?
Raccontare il positivo, dare visibilità alle belle storie di integrazione e convivenza che esistono in Italia, valorizzare le comunità e amplificare queste esperienze con la stessa forza con cui spesso vengono diffuse quelle negative. Bisognerebbe trovare più spazio nei giornali nazionali e in televisione per dare voce a questi racconti, anche se, nel momento storico che stiamo vivendo, non è affatto facile.

14-Come hai seguito le recenti tensioni e manifestazioni avvenute in Francia e in Italia, sfociate in atti di vandalismo contro beni e proprietà di cittadini innocenti? Qual è il suo messaggio forte ai giovani che scendono in piazza, siano essi italiani, naturalizzati o di origine straniera?
Manifestare è un diritto, sancito dalla Costituzione italiana. Gli atti vandalici, invece, non sono giustificabili e chi ne è responsabile dovrà risponderne davanti alla legge.
Bisogna usare la testa durante le manifestazioni e non cadere nella trappola di eventuali infiltrati, il cui unico obiettivo è creare danni e disordine. Così facendo, si rischia di screditare la causa per cui si è scesi in piazza, distogliendo l’attenzione dai veri problemi per i quali si manifesta e offrendo alla politica un ulteriore strumento di distrazione.
15-Cosa consiglieresti a un giovane con background migratorio che oggi si sente ai margini della vita pubblica o politica e vorrebbe invece diventare protagonista attivo della propria comunità?
Il mio consiglio è quello di avere il coraggio di cercare, nel suo territorio, realtà associative italiane, come l’AVIS, le Pro Loco e altre associazioni locali, che sono spesso disponibili ad accogliere nuovi volontari e attivisti. questo da l’opportunità di essere coinvolto, conoscere meglio le persone che lo circondano e, passo dopo passo, sentirsi sempre più parte attiva della comunità e protagonista del cambiamento.In Italia ci sono ancora tante opportunità, ma bisogna avere il coraggio di cercarle e andarsele a prendere: non vengono a bussare alla tua porta.
16-Se dovessi immaginare Pieve di Soligo e l’Italia di qui a dieci anni, quale principale contributo speri di aver lasciato attraverso il suo impegno politico, associativo e umano?
Tra dieci anni, mi piacerebbe guardare a Pieve di Soligo e all’Italia con la consapevolezza di aver contribuito, nel mio piccolo, a costruire una comunità più unita, partecipativa e attenta alle persone.Attraverso il mio impegno politico, associativo e umano, vorrei aver dimostrato che ognuno di noi può fare la differenza, non limitandosi a criticare ciò che non funziona, ma mettendosi in gioco in prima persona per migliorare le cose.Mi piacerebbe aver contribuito a creare maggiori opportunità per i giovani, a valorizzare il volontariato e le associazioni del territorio e a rafforzare quel senso di appartenenza che rende una comunità viva e solidale.
Soprattutto, vorrei lasciare l’esempio di una persona che ha saputo ascoltare, costruire relazioni e lavorare per il bene comune, senza perdere di vista i valori in cui crede.







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