Sharīʿa: tra stereotipi e realtà. Il significato autentico di una parola fraintesa

 

 

 

Ahmed Berraou

 

 

Desidero iniziare questa riflessione soffermandomi sul termine Sharīʿa, una parola che nel dibattito pubblico italiano viene spesso utilizzata in modo improprio e che, non di rado, suscita timori e diffidenze. In particolare, nel linguaggio politico e mediatico contemporaneo, il termine viene frequentemente presentato come sinonimo di radicalismo, incompatibilità culturale o minaccia per l’ordine democratico. Tale rappresentazione contribuisce ad alimentare incomprensioni e fenomeni di islamofobia, paure di islamizzazione e di sostituzione culturale, allontanando il dibattito pubblico dal reale significato storico, linguistico e religioso del concetto.

Una sorte simile riguarda l’espressione Allāhu Akbar (“Dio è il più Grande”), una delle formule più ricorrenti nella spiritualità musulmana. Essa accompagna la preghiera, la meditazione, il ringraziamento e numerosi momenti della vita quotidiana del credente. Non possiede alcuna connotazione violenta o terroristica intrinseca; al contrario, rappresenta una professione di fede e di riconoscimento della grandezza divina. L’associazione automatica di questa espressione con episodi di estremismo costituisce una distorsione culturale che ignora il suo autentico significato religioso.

Per comprendere correttamente il concetto di Sharīʿa, è necessario liberarlo dalle narrazioni ideologiche e ricondurlo alla sua origine. Nella lingua araba, il termine indica letteralmente “la via che conduce alla sorgente d’acqua”, metafora del percorso che guida l’essere umano verso il bene, la giustizia e la salvezza.

Nella tradizione islamica la Sharīʿa non designa esclusivamente la normativa associata al Profeta Muḥammad, ma indica in senso più ampio l’insieme delle prescrizioni e degli orientamenti che Dio ha rivelato ai Suoi messaggeri nel corso della storia. In questa prospettiva è possibile parlare della Sharīʿa di Mosè, della Sharīʿa di Gesù di Nazareth e delle legislazioni affidate agli altri profeti, ciascuna destinata a guidare una determinata comunità in un determinato periodo storico.

Questa precisazione è fondamentale per comprendere una distinzione centrale del pensiero islamico: quella tra religione e “legge rivelata”.

– Religione e Sharīʿa nella prospettiva islamica

Nell’ambito degli studi islamici si opera infatti una distinzione concettuale tra religione (dīn) e Sharīʿa. La religione, secondo la concezione coranica, è considerata una realtà unica fondata sul monoteismo, sulla sottomissione a Dio e sull’adesione alla Sua volontà. Questo principio è espresso dal termine Islam nel suo significato universale di “abbandono fiducioso e sottomissione a Dio”.

La Sharīʿa, invece, designa l’insieme delle norme, delle prescrizioni e delle disposizioni pratiche che possono differire da un messaggero all’altro e da una comunità all’altra, in relazione alle specifiche condizioni storiche e sociali dei destinatari della rivelazione.

Da questa prospettiva, la dottrina islamica sostiene che tutti i profeti abbiano trasmesso il medesimo messaggio fondamentale: la fede nell’unico Dio e la Sua adorazione esclusiva. Le differenze tra le comunità religiose non riguarderebbero l’essenza del messaggio divino, ma le modalità normative e legislative attraverso le quali esso è stato applicato nelle diverse epoche storiche.

Per tale ragione, Abramo, Mosè, Gesù e Muḥammad, pace su di loro, sono presentati nel Corano come figure appartenenti a un’unica continuità profetica piuttosto che come fondatori di religioni differenti nella loro origine essenziale.

In questo contesto, numerosi studiosi musulmani ritengono che denominazioni come “ebraismo” e “cristianesimo” non identifichino, dal punto di vista teologico islamico, religioni autonome nella loro origine divina, bensì tradizioni religiose storicamente sviluppatesi attorno alle rivelazioni ricevute da determinati profeti. Di conseguenza, il linguaggio teologico islamico classico tende a parlare più frequentemente di “legge di Mosè” e di “legge di Gesù” che di religioni separate, sottolineando l’unità della fonte divina delle rivelazioni.

Uno dei riferimenti più significativi a sostegno di questa visione è rappresentato dal versetto coranico:

“Egli ha stabilito per voi nella religione ciò che aveva raccomandato a Noè, ciò che abbiamo rivelato a te e ciò che avevamo raccomandato ad Abramo, a Mosè e a Gesù…” (Corano 42:13).

Secondo l’interpretazione islamica tradizionale, questo versetto evidenzia l’unità del messaggio spirituale dei profeti pur nella diversità delle legislazioni loro affidate.

– Come gli studiosi leggono oggi le religioni

Nelle scienze delle religioni e negli studi accademici contemporanei, invece, termini quali ebraismo, cristianesimo e islam vengono impiegati come categorie storiche, culturali e religiose distinte, sulla base del loro sviluppo dottrinale, istituzionale e comunitario nel corso del tempo.

L’approccio accademico moderno adotta generalmente una metodologia descrittiva e comparativa, analizzando ciascuna tradizione religiosa come fenomeno storico e sociale autonomo. In tale prospettiva non si esprime un giudizio sulla verità teologica delle diverse religioni, ma si studiano le loro origini, i loro testi, le loro istituzioni e il loro impatto sulle società umane.

Di conseguenza, mentre l’approccio teologico islamico insiste sull’unità originaria della religione divina e sulla pluralità delle Sharīʿa, l’approccio accademico contemporaneo considera ebraismo, cristianesimo e islam tradizioni religiose differenziate in ragione dei loro specifici percorsi storici.

La comprensione del termine Sharīʿa richiede quindi un approccio storico e scientifico che vada oltre gli stereotipi diffusi nello spazio pubblico. Ridurre la Sharīʿa a un simbolo di conflitto o di radicalizzazione significa ignorare la complessità di una nozione che, nella tradizione islamica, indica innanzitutto un percorso etico e spirituale derivante dalla rivelazione divina.

Allo stesso modo, una corretta conoscenza del pensiero islamico permette di comprendere come esso distingua tra l’unicità della religione, intesa come sottomissione dell’essere umano a Dio, e la molteplicità delle legislazioni rivelate ai diversi profeti. Da questa prospettiva, la Sharīʿa non rappresenta l’espressione di una religione esclusiva o separata, ma una manifestazione storica della guida divina destinata alle diverse comunità umane nel corso del tempo.

La riflessione su questi temi può contribuire a promuovere una maggiore comprensione reciproca tra le tradizioni religiose e a contrastare letture semplificate che, anziché favorire il dialogo, alimentano diffidenza e conflitto.


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